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Vazquez Montalban: “Pepe Carvalho farà il giro del mondo sulle piste del terrore: In Israele, a Bali e a Kabul”

L'incontro a Novi Ligure con cui Manuel Vàzquez Montalban ha concluso il suo annuale “tour” italiano, sembra essere stata un'esperienza quasi mistica per lo scrittore che ha scoperto i celebri “agnolotti a culo nudo” (cioè appena scottati in pentola). Per noi si è rivelata un'occasione per parlare di Italia, Spagna, dell'ultimo libro Erec e Enide (Frassinelli, pp. 275, € 16), tradotto come sempre, magistralmente, da Hado Lyria) e dei due che ha in cantiere.

A parte il rogo di libri, il convegno?

Questo viaggio per me era un'incognita, ma per me un incontro tra ispanisti per parlare dei problemi generali della Spagna era un appuntamento molto interessante. Non sono stato deluso, il dibattito era alto e, soprattutto, interessante.

Quali sono i problemi culturali in Spagna? Ho letto, per esempio, che le case editrici intendono pubblicare meno libri.

E' la logica conseguenza di una produzione tanto vasta; il blocco del mercato. Per l'editore pubblicare molto significa incassare subito, ma i libri rimangono bloccati in libreria e i lettori sono incerti, fanno fatica a distinguere tra un'opera letteraria di una certa qualità e una più opportunista. Credo che in Italia accada la stessa cosa. Più in generale anche i problemi culturali sono uguali a quelli italiani: una cultura che riprende la logica del mercato.

E, sempre come in Italia, anche in Spagna si legge di meno?

Credo che ci sia il mito di un'età dell'oro in cui tutti leggevano molto, le foreste erano piene di libri che pendevano dagli alberi, i viandanti ne coglievano uno e si fermavano a leggerlo come nel paradiso terreste. E' mitologia, credo che sia molto difficile stabilire con una statistica attendibile se oggi si legga di più e di meno rispetto a 50/60 anni fa. Ma è impossibile ritenere dominante la cultura del libro, quando trionfa quella audiotestuale. E' ingenuo pensare che questo dato di fatto non implichi una modifica del rapporto. Oggi è più necessario che mai saper leggere e questo implica un'educazione.

Perché ambientare un romanzo nel XII secolo?

Ho scritto 40 anni dopo un romanzo che avevo già in mente all'università, quando si rifletteva sull'amore come rapporto di potere, ci si interrogava sulla sua eternità ecc. Erec e Enide tratta dei diversi tipi di amore e disamore: dal punto di vista del protagonista maschile, che è un cattedratico egocentrico; da quello della moglie, che ha un bisogno costante di amore e non sa come compensarlo, anche se può arrivare a un certo livello di solidarietà con gli altri e da quello del figlio adottivo che sostituisce il concetto di amore individuale con quello universale, la solidarietà.

Se questo è un romanzo di svolta, ora che cosa ci aspetta?

Il prossimo libro che voglio scrivere è una cronaca del 1962/'63 vista dalla reclusione: come sono stati vissuti in carcere certi problemi mondiali, per esempio la crisi di Cuba, la morte di Giovanni XXIII, l'angoscia per la terribile repressione franchista e come tutto questo può diventare fiction. Il romanzo probabilmente si chiamerà “Memorie dal carcere di Aridel” ed è ancora una volta una riflessione sul rapporto tra storia e vita, ma vista a 40 anni di distanza.

Perché tornare indietro con tutto quello che succede oggi? L'oggi non le fa paura?

Intanto il giro del mondo che farà Carvalho nel prossimo romanzo comprende Israele, Afghanistan, le repubbliche islamiche, la Russia, Bali nel momento dell'attentato, è una cronaca molto diretta e impegnativa dal circuito del terrore, il disordine internazionale del periodo successivo alla guerra fredda. E' un libro completamente di cronaca. Mentre l'altro non è una fuga nel passato, anche se il protagonista fa come un bilancio morale di tutta la vita e segna la differenza tra le febbre innovativa, il desiderio di cambiare il mondo e la sua perplessità malinconica di fronte al mondo d'oggi. La memoria è come un'archeologia interna, come la città di Troia, che non è una, ma diverse stratificazioni di città successive. La memoria è una città interiore stratificata. E in questo caso è la costruzione di un'archeologia concreta della speranza e della paura, ma una paura reale, storica, vista da una prospettiva contemporanea.

Intervista di Antonella Viale – IL SECOLO – 04/11/2002

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