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Una tavola rotonda con un piatto di fabada e gli altri omaggi che gli ho fatto

Una voce al telefono mi arriva nel bel mezzo della notte. Manuel Vásquez Montalbán è morto a causa di un attacco di cuore all'aeroporto di Bangkok. Rimango senza parole.

Avevamo un appuntamento per il prossimo luglio che non ci sarà più. La desolazione mi assale e tornano ricordi dispersi e caotici di un recente passato. In uno di questi incontri pubblici, tanto frequenti negli ultimi anni, mi scappò di dirgli che preferivo i suoi romanzi “sbagliati” a quelli di molti altri quando ci azzeccavano. Mi fissò e, tappando il microfono, mi disse che quella teoria non gli piaceva.

Una volta, nella mia casa a città del Messico, fece tremare mia moglie Paloma giudicando le sue crepes al huitlacoche, i suoi huachinango alla veracruzana e il suo riso alla queretana. Dopo aver divorato tutto quello che era sulla tavola, le disse: “Interessante, molto interessante”. Il nostro seguente incontro culinario, a Madrid per una fiera del libro, fu patetico: già aveva avuto un infarto ed era costretto a una dieta rigorosa, era terribilmente dimagrito, mangiava insalate, non fumava e aveva lasciato temporaneamente di bere whisky. Lo prendevo in giro dicendogli che non aveva senso, alla sua età, quel voler essere bello a tutti i costi.

Era un populista irridento. Membro del partito comunista catalano (il Psuc), per molti anni scrisse note politiche demolitrici dalle pagine della rivista popolare Interviù. I suoi pezzi sulla transizione spagnola convivevano con esuberanti tettone e chiappe abbondanti.

Scherzavamo sul suo continuo farfugliare al microfono: dovevamo fargli tradurre il suo spagnolo in spagnolo. In pubblico parlava molto rapidamente, come se avesse fretta, omettendo le vocali. Era l'unico uomo al mondo che andava in piscina con portafoglio, costume e scarpe nere. A San Juan del Rio, in Messico, durante uno degli incontri per la fondazione dell'associazione di scrittori di polizieschi, si presentò conciato così. Quando gli dissi che sembrava un personaggio di un fumetto comico mi rispose che invece gli pareva d'essere “un personaggio cattivo di Graham Greene”.

Durante la fiera del libro a Parigi, avevamo un faccia a faccia su “noveau roman policier” nella sala A mentre, alla stessa ora e nella sala B, c'era Salman Rushdie nel suo periodo di maggior fama, quando era stato condannato a morte dai fondamentalisti. Io e Manolo passammo la serata scommettendo cene: avremmo avuto più pubblico di lui. Poco prima di iniziare, Manolo contò i partecipanti all'incontro della sala B mentre io iniziavo ad aprire il fuoco in sala A. quando tornò, sussurrando, mi chiese: “I guardaspalle contano?”. “Sì”. Allora ci ha fottuti.

Nella Spagna della frivolezza e del disincanto, era una singolare eccezione. Si muoveva su scala universale, parlava dei resti della Rivoluzione a Cuba, visitava la Tailandia per parlare di paradisi artificiali letterari, si metteva in testa la guerra nei Balcani, andava in Chiapas per parlare con Marcos, andava a San Pietroburgo per discutere sulla Rivoluzione Russa e scriveva, scriveva. Era un terribile grafomane. Pubblicava due o tre libri l'anno. Con tutto il suo cinismo, una volta mi disse che aveva bisogno di una borsa di studio per leggere tutti i miei romanzi. Gli risposi che se mi dava in cambio una borsa per leggere i suoi, doveva sicuramente pagarmi di più.

Una volta, nella sala d'aspetto di un hotel, mi confessò che negli ultimi anni aveva un nuovo problema: una volta che arrivava da qualche parte, pensava di ripartire subito verso un altro passaggio di questo tour planetario. “E' come se avessi il culo diviso nello spazio”. Lo consolai dicendogli che il Che soffriva della stessa malattia.

Raccontava i suoi legami profondi con le Asturie, quando era stato arrestato dalla polizia franchista, cantava “Asturias patria querida” durante uno sciopero dei minatori asturiani. Curiosamente, quando lo arrestarono, sapeva solo le prime due strofe e disse che, proprio per l'arresto, non era riuscito ad imparare la terza.

Mi portava ai ristoranti sulle Ramblas e mi dovevo sopportarlo pazientemente quando parlava ai cuochi – tutti suoi amici – raccontando che ero un cavaliere messicano appena uscito dal manicomio, che bevevo solo coca-cola e che, nonostante questo, ero un buongustaio. E che non scrivevo poi così male.

Mi lascia due romanzi meravigliosi: “Galindez” e “I mari del sud”, forse il migliore della serie di Carvalho. Un'intera libreria di casa mia riunisce i libri che mi ha lasciato firmati: poesie, saggi. A volte ci siamo scordati che Manolo era un poeta geniale.

Mentre scrivo mi sta invadendo la sensazione che gli omaggi postumi appestano perché coloro che non poterono leggerli da vivi, adesso, per questa condizione assurda della morte – che dà fama a chi già non può far nient'altro – diventeranno famosi. Per questo sono felice di avergli fatto molti omaggi quando era vivo. Come quando organizzammo una tavola rotonda con Manuel Vásquez Montalbán e un piatto di fabada, il tipico piatto asturiano, in mezzo. O come quell'incontro letterario con capretto durante una “Semana negra” a Gijón.

Paco Ignacio Taibo II – L'UNITA' – 19/10/2003

(traduz. di Leonardo Sacchetti)

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