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“Facevamo politica parlando di poesia”

Antonio Gramsci, Garcia Lorca, Camus, Sartre. E poi cesare pavese ma anche Arnold Schwarzenegger e Domenico Modugno, l'anarchico Conill e papa Paolo VI. A legare questo caleidoscopio di personaggi è la vita di Manolo, come lo chiama affettuosamente Myriam Sumbulovich, una delle amiche più intime di Manuel Vásquez Montalbán, traduttrice dell'intera opera dello scrittore catalano in Italia con lo pseudonimo di Hado Lyria. “Non è per niente facile rimanere così soli”, dice iniziando a raccontare il “suo” Manolo, quello privato.

Quando vi siete conosciuti?

Era il 1957. Ci conoscemmo alla Scuola Ufficiale di giornalismo. Erano i tempi più duri del franchismo e tra noi due nacque un'amicizia legata alla lettura di libri censurati. Era difficile parlare di politica e così, con Manolo, discutevamo di poesia usandola come un codice antifranchista. Garcia Lorca e Sartre erano, gli esistenzialisti, erano le nostre chiavi di critica sociale e politica. In quegli anni siamo stati sempre insieme.

Come facevate a procurarvi i libri censurati dal franchismo?

Era un'avventura surreale. Una volta Manolo mi presentò un trafficante d'armi, un tipo pericoloso. Questo tizio ci fece entrare in casa sua e sotto le armi che vendeva ci aprì un mondo di libri: Kierkegaard, Camus e tanti altri. Era la nostra “missione sociale”: comunicare e fare politica parlando di poesia.

Nel maggio del '62, poi, Montalbán venne arrestato dalla polizia di Franco. Che era successo?

Mentre a Barcellona andava in scena il Congresso internazionale degli editori, Manolo era nelle Asturie, nel nord. Ci furono scioperi e manifestazioni contro Franco. Lassù, lui e la sua compagna si ritrovarono a cantare Asturia, patria querida, una canzone popolare di lotta. Per questo finì in galera: condannato a tre anni. Per fortuna, rimase in carcere solo per un anno visto che nel '63 morì papa Giovanni XXIII.

E Montalbán fu scarcerato?

Fu amnistiato da Franco visto che il nuovo papa, Paolo VI, era un uomo temuto dal franchismo perché si era schierato a favore dell'anarchico Conill, un giovane che aveva provato a fabbricare una piccola bomba.

A causa di quella condanna, però, gli fu ritirato il passaporto.

Sì. Non poteva uscire dal paese. Solo nel 1972, con Franco malato, riuscì a riottenere il passaporto. Fece il suo primo viaggio: in Olanda.

Tatuaggio”?

Proprio così! Fu in Olanda che ebbe le prime idee per il primo romanzo con Pepe Carvalho.

Come nacque la saga dell'investigatore più famoso di Barcellona?

Fu una scommessa alcolica visto che un amico sfidò Manolo a comporre qualcosa di più strutturato rispetto alle poesie destrutturate che fino ad allora scriveva. Manolo, completamente ubriaco, accettò. Ci mise 15 giorni a scrivere Tatuaggio, ambientandolo – in parte – proprio in Olanda.

Da dove veniva l'idea del nome dell'investigatore?

Beh, era un omaggio alle sue radici galiziane. Suo padre era galiziano e Carvalho è un cognome molto diffuso in quella regione.

Com'era il suo rapporto con l'Italia?

Politicamente e sentimentalmente Manolo era molto legato all'Italia. Qui ha un successo straordinario, anche tra i giovani: una vera e propria fortuna critica. Politicamente, poi, l'Italia era per lui una proiezione di quello che voleva essere: studiava e ammirava la via italiana al comunismo, alla libertà. E poi c'era la figura di Gramsci di cui Manolo fu uno dei primi estimatori in Spagna. Poi arrivò la delusione, ma l'attaccamento all'Italia e ai tanti amici italiani è rimasto fortissimo.

E il suo amore per Barcellona?

E' legato alle radici. Era nato nella zona del Raval che, come rambla, significa scolo, fogna cielo aperto. Il suo rapporto con la città, però, è stato un rapporto viziato visto che Manolo riusciva a trasformare piccole invidie sociali e bassezze umane in qualcosa di più forte: in lotta sociale. Era fatto così. Riusciva a vedere più in là della meschinità quotidiana. Un altro esempio è la sua passione per la cucina. In realtà, Manolo era un mangione nato e ha trasformato questa sua “debolezza” in un arte.

Proprio la cucina è una delle protagoniste della sua opera.

Esatto. Ed è anche uno dei miei ultimi ricordi di lui: in casa sua, a cucinare, circondato dai suoi cani e dai suoi gatti. Uno, adottato dal figlio Daniel, si chiama Arny, da Arnold Schwarzenegger.

Quando l'ha sentito l'ultima volta?

Pochi giorni fa. Era contento di visitare l'Australia, l'ultimo continente che gli mancava per terminare il suo giro del mondo. Poi ha parlato con suo figlio Daniel che, scrivendo un libro su Boris Vian, lo aveva sentito per il testo di L'uomo in frac di Modugno. Adesso rimane Millennio, l'ultimo indagine di Pepe, e un altro titolo, solo un'idea, su Carvalho che Manolo voleva ambientare proprio in Australia.

Intervista di Leonardo Sacchetti – L'UNITA' – 19/10/2003

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