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CINEMA

Lo sguardo ribelle di Volonté

Essere attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta così di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressiste della società”. Questo era Gian Maria Volonté, questa l'idea che aveva del suo lavoro, della sua vita, del suo impegno e di se stesso.


Tanto combacianti, l'arte e l'uomo, l'impegno e la vita che Gian Maria muore per un infarto il 6 dicembre 1994 su un set, quello dello "Sguardo di Ulisse" di Theo Anghelopoulos. Muore "in esilio" a Florina, sull'Egeo, come un eroe mitologico, un grande vecchio (quello era il suo personaggio) dimenticato in patria (saltuaria la sua presenza nell'oscura cinematografia italiana degli anni 80) e costretto a migrare. Eppure era stato, non attore, ma protagonista di una grande, grandissima stagione di cinema, di cui il suo volto, il suo sguardo, sono rimasti come simbolo indelebile. Parliamo delle "Quattro giornate di Napoli" di Nanni Loy, "Per un pugno di dollari" di Sergio Leone, "L'armata Brancaleone" di Monicelli, "Il caso Mattei" e "Lucky Luciano" di Francesco Rosi, "Il sospetto" di Francesco Maselli, "Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto", "La classe operaia va in paradiso", "Todo modo" di Elio Petri, "Sacco e Vanzetti" e "Giordano Burno" di Giuliano Montaldo, solo per citare le vette irraggiungibili del suo mestiere.

Proprio quest'ultimo, Montaldo, è oggi presidente dell'Associazione Volonté promossa e voluta da Velletri, comune dei castelli romani dove l'attore visse gli ultimi anni (nella casa che fu anche di De Filippo e della Pagnani) con l'intento di mantenere viva la sua memoria e l'opera. “Quando ho accettato, con gioia, questo incarico - racconta Montaldo - ho scoperto quale intenso rapporto avesse Gian Maria con quella gente. Una cosa nuova, inaspettata, anche per me che lo conoscevo e sapevo quanto fosse schivo nei rapporti sin dalla sua giovinezza”.

Eravate amici da ragazzi?

Sì, ci siamo conosciuti da ragazzi e io l'ho seguito nelle sue peripezie, nel teatro di strada, nella messinscena de "Il Vicario" di Rolf Hochhuth nella chiesa sconsacrata di via Belsiana, e poi anche in qualcuna delle sue follie. Non mi vergogno a dire che da lui ho imparato molto.

Ad esempio?

Ho lavorato con tanti grandi attori. Solo per fare qualche nome: Burt Lancaster, Geena Rowlands, Cassavetes, Peter Falk, Philippe Noiret, Giancarlo Giannini.... Ma lui aveva qualcosa di diverso. Non era solo un attore, era un creatore di emozioni. Riusciva a comunicartele anche solo con lo sguardo, anzi di più, anche ad occhi chiusi, da dietro le palpebre. Era un pensiero fatto attore. E poi mi ha insegnato la profondità del silenzio, l'importanza di un vestito, di una stringa slacciata, un tic dell'occhio, la maniacalità nello studio delle battute...

Già, tra i cultori si mormora di una vera e propria ossessione per il testo.

Una follia. Scriveva tutte le sue battute su un primo quaderno, poi le riscriveva su un secondo aggiungendoci delle notazioni e infine su un terzo con le intenzioni. La sua sceneggiatura si trasformava in uno spartito musicale. Le parole non le studiava, le sezionava, le spezzettava fino a mangiarle e a farle sue, del suo personaggio. Ogni volta era un miracolo, diventava esattamente quella persona: che fosse operaio, pistolero, poliziotto o grande industriale. Era lui e non ce ne poteva essere un altro.

Tu l'hai diretto in due momenti tra i più alti della sua carriera. Giordano Bruno e Vanzetti...

Se guardavi le foto dell'epoca e il set si aveva l'impressione di non distinguere il Vanzetti vero da quello che avevi di fronte. Era impressionante. Poi l'ho visto sgonfiarsi dentro la tonaca di Giordano Bruno, rattrappirsi dentro quell'abito.

Sembra quasi un attore del famoso "metodo". Eppure non credo che con l'America e le sue scuole Volonté avesse nulla a che fare.

In molti dicono che se fosse nato in America sarebbe stato l'attore più pagato del mondo. Ma io credo che, se fosse nato in America, per come era fatto, non ci sarebbe rimasto più di mezz'ora. Non avrebbe mai sopportato le condizioni degli Studios. E poi non credo che amasse molto i "colleghi"...

In che senso?

Nel senso che non frequentava il mondo del cinema. Non lo si vedeva mai a un festival o a una rassegna. Era fuori da qualsiasi giro, anche politicamente parlando. Sul set continuava ad essere il personaggio anche in camerino o a mensa, se ne stava in disparte, non parlava. Politicamente non aveva rapporti facili con nessuno. Era alla ricerca dell'"homus novus" e ogni mattina veniva catturato da un'idea più esaltante di quella del giorno precedente. Sempre nello stesso ambito di ricerca, sia chiaro. Io parlo, parlo. Ma si capisce che gli voglio bene?

Si capisce, si capisce. Anche se non doveva essere una persona facile. A frequentare gli amici che gli sono stati vicino si ha l'impressione che Gian Maria abbia lasciato dietro di sé orme notevoli, a volte pesanti...

No, non era un uomo facile. Era problematico di una problematicità che gli derivava dalla sofferenza con la quale affrontava i problemi della politica, del lavoro, dell'attore, del vivere. Forse la ragione per cui non ha mai ricevuto un premio in vita sua è che in quegli anni scomodi lui era un personaggio non riverente nei confronti di nessuno. In breve, non aveva peli sulla lingua.

Chissà cosa penserebbe, oggi, vedendosi finalmente celebrato?

Mah, sarebbe fuggito da ogni evento, o si sarebbe nascosto dietro a una poltrona. Dei premi poi non gliene fregava nulla. O forse gli importava, ma non te lo avrebbe detto nemmeno sotto tortura. Del resto sapeva di essere un attore ribelle. E i ribelli si premiano solo quando ha vinto la rivoluzione.

Intervista di Roberta Ronconi – LIBERAZIONE – 05/12/2004

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