ALESSANDRO GORGONI


Natale sul Montello

(1970)







Indice:


L’arrivo alla Polveriera



La Guardia



Il Pranzo di Natale



Postfazione






















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L’arrivo alla Polveriera



Nell’epoca recente, cessata la funzione di fornitore di legname pregiato da costruzione1 alla Serenissima e prima dell’affermarsi a livello mondiale dell’industria degli scarponi e della calzatura sportiva, il Montello era conosciuto solo da coloro che vi abitavano sopra o nelle vicinanze e, in aggiunta a questi, dai pochi appassio­nati di storia che si erano soffermati sulle più sanguinose vicende della Grande Guerra. Esso, infatti fu tomba, fra le altre centinaia di migliaia di caduti, anche di Francesco Baracca — il primo grande eroe della nostra neonata aviazione —, ivi ingloriosamente precipi­tato e defunto durante un normale volo di ricognizione. Il primo conflitto mondiale portò il Montello alla ribalta delle cronache, tri­stemente — come usa precisare l'ipocrita pubblicistica di regime — per le ripetute carneficine che vi furono consumate: ad ogni assalto o contrattacco inenarrabili ecatombi di fanti, equamente distribuite con nonchalance a colpi di migliaia fra le parti belligeranti quasi si trattasse di un innocente gioco. L’anno cruciale fu il 1918 quando, nel solo mese di giugno, i morti si poterono contare a decine di migliaia: il tutto grazie alla accomunante criminale idiozia dei ri­spettivi comandi supremi2. Prosit!

E dire che, visto dall’alto, esso richiama alla mente il dorso bu­gnato di una enorme tartaruga, animale che non risulta di norma annoverato fra i più feroci e sanguinari, adagiato da est verso ovest per un tratto — da Nervesa della Battaglia sino a Crocetta del Montello — che in linea d’aria misura poco meno di 15 chilometri, a frapporsi fra la parte più alta della campagna trevigiana e il corso del Piave. Per gli appassionati di geologia possiamo aggiungere che si tratta di una collina di “puddinga pliocenica”1 — siamo alla fine del Cenozoico Terziario, attorno a 5 milioni di anni fa — rico­perto da uno strato di terra vegetale che può raggiungere l’inusuale spessore di 10 metri e, nel contempo, crivellato da molte doline. Il bordo esposto a sud, benedetto com’è tutto il giorno dal sole, è un susseguirsi pressoché ininterrotto di ameni paesi2 che si affac­ciano sulla prospera e generosa campagna della Destra Piave com­presa fra Treviso e Castelfranco Veneto. Alle falde o a mezza costa un’infilata di splendide case e ville veneziane, edificate a partire dal quattro-cinquecento sino a tutto il settecento, di vigne e di coltivi che a tutto fanno pensare fuorché agli orrori di un conflitto mon­diale3. Non meno attraente, anche se quasi del tutto privo di centri abitati, il lato nord che corre costeggiando il Piave e che meglio può essere ammirato percorrendo la parallela strada detta, per l’ap­punto, La Panoramica, la quale salendo progressivamente sino alla quota massima di 368 metri taglia trasversalmente il gibboso cara­pace di cui ci stiamo occupando. La strada si snoda fra boschi e tratti aperti che consentono di ammirare i meandri del fiume e, sulla riva opposta, la piana di Valdobbiadene detta il Quartier del Piave, sito meraviglioso e ricco di paesi ai quali, cavata la postilla patriottico-onomastica della battaglia4, si dovrebbe una volta per tutte resti­tuire l’originaria denominazione e con essa la pace. Anche la lo­calità detta Isola dei Morti, regno dei pescatori posto appena sotto Moriago e Fontigo, go­drebbe della debita attenzione non solo per la carneficina di cui fu involontaria partecipe1.

Giusto a nord di Giavera, in uno degli avvallamenti boscosi prossimi alla sommità del Montello, l’EI - Esercito Italiano decise di mantenere — quantomeno sino a tutti gli anni ‘70 —un grande deposito di munizioni nascosto fra gli alberi e l’abbondante vege­tazione, così come creato a suo tempo dagli austro-ungarici: ad esso era diretto verso la metà del mese di dicembre 1970 il caporale Giorgioni assieme a una compagnia di una sessantina di fanti. Il trasporto da Gorizia, una colonna di quattro camion e due campa­gnole, si stava protra­endo da oltre quattro ore — il doppio di quante ne servono usualmente anche procedendo a velocità mode­rata e durante i pe­riodi di traffico più intenso — e il minimale ripa­ro offerto dal telone che copriva il pianale posteriore del carro pe­sante2 era divenuto to­talmente inefficace. Le dosi di cordiale di cui erano stati riforniti, il sedicente brandy che a fiumi (deve servire l’intero EI) viene prodotto a Maddaloni — provincia di Caserta CE — erano state coraggiosamente ingurgitate3 ad esaurimento e del pari era terminato il loro scioccante effetto. Il gelo era penetrato attraverso i cappotti di feltro e si era inesorabilmente insinuato sin nelle ossa nonostante l’ammasso dei corpi e delle sacche con i cor­redi d’obbligo formasse nel cas­sone, testudine facta, un tutt’uno indistinguibile. Alle nevica­te dei giorni precedenti — che pure a Gorizia avevano inusual­mente lasciato visibili tracce — aveva fatto seguito il gelo portato dalla Bora i cui effetti sono avvertibili lungo tutto l’arco prealpino di nord-est, e il Montello non costituiva certo un’eccezione1.

Messo fuori prudentemente il naso dal rigido e congelato guscio del suo cappotto, il caporale Giorgioni diede una rapida occhiata al paesaggio sollevando per un attimo un lembo del telone: la meta si stava for­tunatamente approssimando, era bene provvedere a risve­gliare anche tutti i suoi commilitoni per i preparativi del caso. La cosa si rivelò più difficile del previsto in quanto il loro torpore era talmente profondo che a nulla valevano i richiami urlati e i ripetuti scotimenti di Giorgioni: essi si rigiravano sull’altro fianco e tutto tornava come prima. Vinta la tentazione di usare sistemi tipicamen­te militari prendendoli a calci nel di dietro — più che altro perché non vi era lo spazio sufficiente per assestarli come si deve — il ca­porale pensò fosse più efficace sciogliere i ti­ranti del telone di co­pertura e sollevarne completamente un’intera fiancata: l’effetto del vento gelido non mancò di farsi sentire sol­levando in breve un coro di proteste sempre più vibrate, equamente indi­rizzate a lui come alle più conosciute metamorfiche divinità, che avrebbe fatto la gioia di ogni studioso appassionato degli idiomi dialettali della nostra penisola: giambiche intonazioni di barbare terre alpine e subalpine, dense di jati, frammiste a dolci dattili della culla della nostra lingua — ma anche di tante altre circonvicine culle centro-italiche ­— e poi nasalizzate vocalizzazioni balcanico-adriatiche a confondersi con irriproducibili dentali saracene, irte come le sbarre appuntite di una cancellata di ferro battuto.

Quetatosi il clamore, anche perché era in grado di dare subito a ciascuno una risposta appropriata e intellegibile pur se poco amica­le, Giorgioni comunicò ai redivivi che mancavano non più di 10-15 minuti all’arrivo, cioè circa mezz’ora a quando tutti loro avrebbero potuto starsene al caldo per mettere finalmente qualcosa sotto i denti, visto che il rancio di mezzogiorno era consistito nella con­sumazione di una delle famigerate “razioni K”, tanto care ai palati ai denti e ai budelli — usualmente in cinemascope — dei mili­tari texani quanto estranee a ogni nostrana abitudine alimentare. La notizia valse a ristabilire una quiete operosa durante la quale cia­scuno provvedette a rassettarsi la divisa alla meglio: sapevano che, appena giunti, sarebbero stati pas­sati in rivista da ufficiali in forza ad altri reggimenti, perciò mag­giormente predisposti a dare prova del loro zelo e a distribuire pu­nizioni a occasionali capri espiatori per far capire subito a tutti quanti come andassero le cose da quelle parti1.

La strada aveva da poco iniziato a salire che subito arrivarono ai reticolati delimitanti da mezza costa sino alla sommità del colle il perimetro della polveriera. Varcato l’ingresso la squadra di Giorgioni non venne fatta neppure scendere perchè destinata alla sorveglianza della parte nord, verso la quale il camion fu subito istra­dato assieme a quello successivo con l’altra metà degli effettivi della guardia. Al centro dell’impianto militare, in una radura cir­condata dalla fitta alberatura ischeletrita di un bosco ceduo certa­mente rigoglioso nella buona stagione, furono scaricati davanti a una piccola costruzione a un solo piano, un parallelepipedo rettan­golare con ingresso su uno dei lati piu corti, che immetteva in un atrio con tre porte, quella centrale per accedere alla camerata che si estende sino al lato opposto, le due laterali ospitanti ine­qui­vocabil­mente i servizi igienici1, i militari (e non solo) sanno ri­conoscerli semplicemente “a naso”. Nella camerata una fila per lato di brande a castello a tre piani, privo il letto inferiore dell’usuale telo come del materasso, per consentire di appendere gli indumenti ba­gnati ad al­cune corde realizzate con vecchie stringhe nere o mar­roni; al cen­tro del corri­doio fra le incastellature una stufa spenta e fredda; nes­suna traccia di legna da ardere. Si trattava, co­munque, di una siste­mazione molto più confortevole del cassone del camion e un certo buon umore si impadronì di tutti tanto che il Maggiore, che trascor­sa una decina di minuti li passò in rivista, ri­mase favorevolmente colpito dal fatto che i loro volti esprimessero tanta contentezza: «Mi compiaccio con tutti voi — disse all’atto di andarsene — erano anni che non vedevo una Guardia così allegra». Parole sante, dal forte, ma in quel momento inavvertito, sapore pro­fetico.

Il richiamo alla contingenza del reale, però, non tardò molto a farsi sentire attraverso il gracchiare di un sordo campanello: con la linea telefonica per le comunica­zioni interne venne ordinato di in­viare una corvée di sei persone a ritirare il rancio loro spettanza . I fanti Lorusso, Granito, Panepinto, Purpi, Fratepietro e Di Bella — tre pugliesi e tre siciliani1 che non tralasciavano occasione che promettesse loro di rimediare un qualcosa — si offrirono subito volontari e, indossati i cappotti e calzato il regolamentare ba­sco, si avviarono per discendere alla “caserma madre” — sita all’ingresso che poco prima avevano oltrepassato — ove avrebbero potuto re­cuperare gli agognati rifornimenti. Riapparvero non prima che fosse trascorsa un’ora recando, oltre al pane e alle onnipresenti buste di cordiale, due grandi teglie colme di maccheroni rigati conditi al sugo rosso la cui cottura, per quanto prolungata, era stata ultimata da circa 3 ore nella caserma di Giavera ai piedi del monte, a circa 6 km., dalla quale dipendeva il sostentamento di tutta la Guardia (la colpa era della colonna che era giunta in ritardo rispet­to al ruolino di marcia previsto). Per suddividere le por­zioni e riu­scire a staccarle dal fondo della teglia, tenuta ferma poggiando le suole degli scarponi sui quattro lati, dovettero dare mano alle baio­nette: a ciascuno venne, non senza fatica, assegnato un cubo di pa­sta viscidamente compatto che, grazie all’azione del freddo, aveva acquistato incredibile elasticità, tanto che, tira­to contro la parete, rimbalzava invece di attaccarvicisi. Non essen­dovi traccia di un “secondo” — fatto oggetto di evidente razzia visto il ritardo a comparire all’orizzonte — ripiegarono sull’in­zuppata di pane al brandy dopo aver riversato nei gavettini il contenuto di parte delle buste di plastica.

Nuovo gracidare del telefono interno: è già ora di prepararsi per il cambio delle sentinelle; attendere l’arrivo del caporale del turno smontante con il quale effettuare il primo “giro” e prendere cono­scenza della di­slocazione delle torrette; parola d’ordine (da urlare ogniqualvolta richiesti): Troia! Il Comando aveva disposto che per quel giorno si scegliesse un nome di città antica ed era stato pron­tamente acconten­tato.


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La guardia



Il caporale del turno smontante, un piemontese dall’aria poco affabile, per quanto felice di dover svolgere per l’ultima volta quell’incombenza — lo attendeva una licenza che gli avrebbe per­messo di trascorrere a casa sia il Natale che il Capodanno — non aveva la minima intenzione di sprecarsi in discorsi o di dilungarsi in spiegazioni: mentre eravamo impegnati nella salita ci disse bor­bottando di fare attenzione a dove mettevamo i piedi perché, essen­do il percorso completamente gelato, era assai facile scivolare a valle. In quello stesso momento Lorusso, che assieme a Panepinto e Granito costituiva la prima terna di guardie, mi avvisò1 batten­domi sulla spalla che gli altri due non facevano più parte del nostro gruppo: probabilmente l’uno, messo un piede in fallo, doveva aver trascinato con sè l’altro nella caduta. Ridiscesi con molta difficoltà sino all’at­tacco della salita ove constatai in breve che i danni erano stati anche più gravi del previsto: nella caduta il calcio del fucile di Panepinto si era rotto e distaccato — e il frammento di legno era introvabile — mentre del fucile di Granito non vi era più traccia al­cuna. Tornai con qualche maledizione nella nostra capanna per re­cuperarne d’uffi­cio un paio — i detentori responsabili si erano già felicemente addor­mentati — e, non senza fatica, riportai in quota i due aspiranti pattinatori avendo cura di farli camminare avanti a me: «Se tornate a scivolare — li avevo amorevolmente preavvisati — vi fermo subito a costo di inchiodarvi con la baionetta» e mai avvertimento si mostrò tanto efficace. Giunti in prossimità della prima torretta alla rituale inti­mazione: «Altolà! Chivalà! parola d’ordine! fermo o sparo!»; rispondemmo con la parola concordata, impreziosendola con l’aggiunta di ulteriori riferimenti di tipo pa­rental-famigliare2 che, peraltro, non turbarono minimamente la sentinella.

All’atto di montare lungo la scaletta che portava alla garritta Lorusso, il primo a dover prendere postazione, mi confessò di sof­frire di vertigini: i turni di guardia svolti in pre­cedenza non gli ave­vano mai richiesto una consimile arrampicata e non credeva di riu­scire a farcela da solo. Dovetti salire con lui, tenendolo incanalato praticamente fra le ginocchia, per depositarlo fuori pericolo nel posto che gli competeva, e restituirgli contestualmente il fucile, che in quell’arrampicata mi ero portato in ispalla assieme al mio. Il prosieguo del percorso non ri­sultò più agevole: la neve caduta al­cuni giorni prima si era comple­tamente ghiacciata causa il brusco abbassamento della tem­peratura a - 18° e il camminamento lungo la recinzione aveva assunto tutte le sdrucciolevoli caratteristiche di una ben indurita e levigata pista da bob. Granito e Panepinto riu­scirono a scivolare quattro volte ciascuno nell’arco di 10 metri di salita, ma vennero inesorabilmente fermati dal mio fucile che, baio­netta innestata, tenevo alla mano e provvedevo a piantare nella neve ghiacciata proprio nel mezzo delle loro gambe durante la caduta. Ciò dovette stimolarne i processi di apprendimento tanto che — come dio volle — riuscimmo a portare a termine senza ulteriori gravi inconvenienti tutto il percorso. Così riuscii a fare felicemente ritorno alla base assieme al caporale e ai tre del turno smontante percorrendo l’ultimo tratto di discesa praticamente su una slitta fatta stando seduti e tenendo ben alte e strette fra le ginocchia le falde posteriori dei cappotti nonché usando i fucili per timone o freno. Ringraziai per il prezioso insegnamento il piemontese che si degnò rispondermi con un grugnito e un asciuttissimo ceréa1.

Giunto nella capanna ebbi il modo, mentre sventata­mente cerca­vo di scaldarmi con le mani protese verso la stufa spenta, di fare un po’ di calcoli: i turni della guardia erano organizzati secondo i tempi di avvicendamento inver­nali, ogni 3 ore in luogo delle 4 estive; nel­l’arco delle 24 ore avrei, quindi, dovuto ripetere 8 volte il percorso. Considerato che, con il terreno in quelle condizioni, ogni andata e ritorno richiedeva circa un ora e mezza, mi restava fra un turno e l’altro un’altra ora e mezza di pausa, dovendo in taluna in­serire oltre al riposo anche i pasti e le altre insopprimibili esigenze imposte da madrenatura. Niente male per un programma che pre­vedeva due settimane di impegno continuativo: fortuna che ogni quattro giorni me ne spettava uno completamente libero! Poiché il freddo era sempre più intenso anche all’interno della baracca, svegliai gli altri che stavano tutti sonnecchiando avvolti dai loro stessi brividi riuscendo a spingere fuori cinque o sei di loro alla ri­cerca di qualcosa da bruciare: il bosco era ben fornito di rami sec­chi di varia dimensione con i quali si sareb­be potuto combinare qualcosa. Il vociare dei raccoglitori, un irri­petibile e irriferibile coacervo di mistilingui maledizioni dovute al gelo, agli scivoloni e al fatto che il terreno ghiacciato opponeva fiera resistenza ad essere orbato dei rami che aveva rinserrato nel suo seno, si protrasse per circa 15 minuti, nel corso dei quali riuscim­mo, comunque, ad ac­cumulare una piccola riserva di legna che sarebbe bastata sino al turno successivo. Fatta a pezzi la ramaglia con i tac­chi degli scar­poni e con la baionetta — che si stava rivelando di in­sospettabile quanto polivalente utilità —caricai la stufa con i pezzi di legno ge­lati e, confidando nelle indefettibili virtù di tre buste di cordiale strategicamente inserite nel mezzo della catasta, riuscii a produrre una fiamma sempre più rinfrancata e riscaldante. Assieme al resto della truppa che mi aveva subito fatto corona, restammo tutti ad ammirare, immobili e a bocca aperta per una buona ventina di mi­nuti, quel prometeico miracolo. Il felice esito dell’operazione mi consentì, fra l’altro, di fissare subito dei turni di “provvista legna­me” cui tutti aderirono subito e vo­lentieri senza elevare protesta al­cuna: l’unica cosa che non si chetava era, però, la fame, e l’espe­rienza del primo rancio in polveriera non lasciava presagire nulla di positivo su tale fronte per il futuro.

Restai in istato di dormiveglia presso la stufa sino a quando non si trattò di accompagnare il secondo turno, quello della“triade sici­liana” Purpi-Fratepietro-Di Bella, due pastori e un bracciante per 490 centimetri scarsi di altezza totale, che rivelarono una sorpren­dente attitudine nel sapersi speditamente districare in salita anche sul ghiaccio, tanto che per tutto il tratto finale dell’ascesa arrancai an­simando sudando e sagrando dietro i loro garretti. Una faticata proficua — così, almeno, mi parve al primo momento — che aveva accelerato di quasi venti minuti la fase del cambio, lasciando mag­gior spazio al riposo, cui mi dedicai non appena rientrato con i pugliesi smontanti. Non era trascorsa più di mezz’ora, giusto il tempo di scivolare nel profondo del sonno, che venni bruscamente risvegliato dall’allarme interno, azionato dalla garitta n° 3, quella di Vincenzo Purpi. Che fare? Bisogna sapere che ognuna di esse era collegata con la nostra postazione e che il segnale d’allarme era costituito solo dal suono di un campanello e dall’accendersi di una piccola spia luminosa, su un quadrante con tante luci quante le garitte, che individuava quella da cui il segnale era stato lanciato. Non è dato di comprendere perchè, già che c’era, il Comando non avesse installato assieme a tale impianto anche un collegamento te­lefonico: una soluzione troppo banale ed elementare per esperti di alte strategie, tant’è che non vi era altra possibilità di avere ulteriori notizie e capire perchè l’allarme fosse stato azionato se non quella di prendere un nuovo drappello di tre persone — così prescriveva il Regolamento —e di raggiungere quanto più velocemente possibile quel luogo. Non fu facile svegliare i tre predestinati — Zanella, Semprini e Cocirio —, un’altra triade di inseparabili accomunata non da omologhe origini regionali, bensì spontaneamente assorti­tasi sotto le armi per poter compiere ogni tipo di alcoolica ribalde­ria1. Cessarono di protestare solo quando compresero che poteva quella essere l’occasione buona per utilizzare le armi con tutti i cri­smi di legittimità, considerazione che diede loro una scossa di adrenalina e li spinse ad ultimare con febbrile celerità l’opera di vestizione e ogni altro preparativo. Mi mossi con loro pregando e scongiurando in cuor mio che il buon Purpi non avesse azionato accidentalmente l’allarme: dai sinistri lampeggiamenti dei loro oc­chi temevo che, se così fosse stato, lo avrebbero certamente sacrifi­cato sul posto.

La notte era fonda e il quarto di luna crescente rifletteva sulla neve ghiacciata una pallida luce diffusa, appena sufficiente per in­dividuare gli ostacoli più rilevanti, che ci permise comunque di ar­rivare a destinazione senza utilizzare le torce elettriche. L’aspetto preoccupante, però, era dato dal fatto che mentre le altre due senti­nelle dislocate lungo il cammino ci avevano regolarmente richiesta la parola d’ordine prima di lasciarci passare, dall’altana di Purpi non era pervenuta intimazione alcuna. Lasciati i tre del drappello a distanza di sicurezza, la raggiunsi e, non poco preoccupato, mi ar­rampicai sino da Vincenzo che, in luogo di scrutare dall’alto la zona oltre i reticolati di sua competenza, se ne stava rannicchiato con il fucile in posizione di sparo. Accortosi della mia presenza volse l’arma, anche se con titubanza, verso di me che, afferratala per la canna — se non altro per sviarne la traiettoria dalla mia testa —, potei avvertire distintamente il tremito continuo che trasmetteva. Vincenzo era bianco come un cencio e non gli riusciva di spiccica­re neppure un monosillabo: appoggiato il fucile al bordo della garitta si strinse a me e con un braccio levato prese a indicarmi un tratto del reticolato. Alla mia domanda se avesse visto qualcuno ri­spose con ripetuti movimenti affer­mativi della testa; a quella suc­cessiva se avesse visto una o più per­sone rispose, sempre muto, con cenni di diniego ma per quante domande gli ponessi non riuscivo a cavargli nessun’altra informa­zione o indizio. Il suo stato di choc era evidente e non simulato, non beveva: qualcosa doveva averlo spaventato a morte. Feci, nel frattempo, av­vicinare gli altri tre e, rassicuratili circa il fatto che il loro compa­gno era ancora vivo2, li inviai a ispezionare il tratto della re­cinzione che Purpi mi aveva in­dicato.

Presa fra le mani la testa di Vincenzo per costringerlo a guar­darmi negli occhi mentre gli tornavo a chedere cosa diavolo avesse visto per farsela da sotto in quel modo — e sì che, come pastore, doveva ben essere più abituato lui alla solitudine e alle veglie not­turne di tutti quanti noi altri messi assieme — riuscii finalmente ad ottenere qualche suono smozzicato in risposta, ma sempre scarsa­mente comprensibile. Mi guardava allucinato con gli occhi sgra­na­ti, come volesse rendersi conto effettivamente che io pure non ero una visione bensì il caporale che lui ben conosceva, farfuglian­do qualcosa come: «fantàsia vitti, ammìa cretere mi dovete, funieri1, fantàsia vitti, fantàsia». Per quanto mi fu dato di comprendere in un primo momento gli risposi che le sue erano solo fantasie malate e anche nocive perchè si risolvevano in una enorme rottura di scatole non solo per me ma anche per gli altri tre malcapitati che, a termini di regolamento, mi avevano dovuto accompagnare invece di starse­ne a riposare tranquilli. Solo dopo qualche minuto, mentre Purpi si era appeso con le dita rattrappite al bavero del mio pastrano per po­termi parlare più da vicino e non mostrava di volersene distacca­re sino a che non avessi recepito a dovere il suo messaggio, comin­ciai a distinguere meglio i suoni delle parole che andava ripetendo e riuscii a distinguere che non di una fantàsia mi andava dicendo bensì di un fantàsima: nientedimenoché di un fantasma!2 Intuendo che non era il momento per prendere di petto la questione — fa­cendo semplice appello alla ragione sarebbe rimasta irrisolta —cercai di farmelo descrivere nei particolari: dal bosco era uscita un’ombra incappucciata e silenziosa che camminava nei pressi del reticolato, a tratti si fermava e si accucciava come per poter osserva­re meglio qualcosa, poi riprendeva lentamente il cammino per tor­nare ad accucciarsi, così per quattro o cinque volte sino a sparire nel bosco.

«Ma perché non gli hai puntato il fucile e intimato di qualifi­carsi — gli chiesi quando mi parve più rinfrancato—, avresti subito potuto controllare e capire con quale tipo di fantasma avevi a che fare e, se proprio necessario, sparargli un colpo». Dissi ciò creden­do che l’argomento valesse, con la sua logica, a cal­marlo del tutto.

«Iecché cretìno sùggnu — mi rispose Vincenzo di nuovo in preda al terrore — spàrari nun si pòti allu fantàsima, che lu proijèttili sùbbito in frònti a ttìa si ni rrevìni!»1, e con l’indice della mano destra indicò il percorso del proiettile che, uscito dalla canna del fucile, invertiva ben presto la sua traiettoria per tornare sui suoi passi e piazzarsi nel mezzo della fronte di colui che aveva sparato.

Dopo che mi ebbe per cinque o sei volte ripetuto questa poco balistica ma ferreamente incontrastabile spiegazione senza dare, per altro, segno di aver recuperato l’equilibrio perduto, chiesi agli altri tre dall’alto della torretta se avessero visto qualcosa e, ottenute solo risposte negative anche per l’impedimento della semi-oscurità, dissi loro di fare ritorno alla base e di avvisare il cambio successivo per­ché montasse senza che io lo dovessi scortare: io mi sarei, infatti trattenuto nella garitta con Purpi sino alla fine del suo turno2.



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Il pranzo di Natale




Con la luce del giorno fu possibile procedere alla ricerca del­l’intero fucile mancante e del calcio di quell’altro — il Regolamento imponeva che, per avere un’arma di ricambio, si ri­consegnassero tutte le parti di quella precedentemente avuta in do­tazione —, cosa che si rivelò più semplice del previsto in quanto il tutto venne ritrovato presso uno degli ammassi congelati di rami secchi da noi utilizzati per fare scorta di legna da ardere. Fu anche possibile, andando a riprendere il turno del Ro.Ber.To., dare un’occhiata al tratto di recinto ove Purpi aveva scorto il suo terro­rizzante fantàsima. In effetti sulla neve gelata si potevano scorgere molte orme di diversa natura: io individuai i segni inconfondibili delle suole di gomma di un paio di scarponi, mentre i miei tre compagni — cacciatori incalliti — riconobbero di primo acchito molte impronte di volpi, di lepri, di fagiani e di altre bestie a me sconosciute anche perché non annoverate fra quelle sicuramente commestibili. Forse avevamo la soluzione del mistero del fantasma, che sarebbe valsa a tranquillizzare il nostro commilitone-pastore, ancora talmente intronato da non riuscire a chiudere occhio neppu­re dopo essere stato ricondotto all’ovile: doveva trattarsi di un qualche cacciatore di frodo passato a controllare le sue trappole prima che si facesse chiaro. L’ipotesi venne presto confermata dagli accurati rilievi fatti da Zanella Semprini e Cocirio, che scopri­rono alcuni passaggi obbligati nella parte bassa della rete di cinta, sufficienti a permettere il transito a una bestia — mammifero o uc­cello che fosse — di ridotte dimensioni; in ciascuno di questi “sottopassi” era stato, inoltre, collocato un cappio fatto a regola d’arte con del filo di rame: più la preda impigliatasi spingeva per fuggire più lo stringeva strozzandosi. Tornammo rasserenati1 per dare subito la buona novella a Vincenzo, che venne confortato e convinto anche dai racconti delle altre sentinelle, che riferirono di aver visto molti movimenti, di notte come di giorno, di animali di piccola taglia quali, appunto, lepri e fagiani e altri la cui identifica­zione richiedeva specifiche competenze quasi professionali.

Le cose sembravano aver assunto il loro normale ritmo di svol­gimento, sufficientemente tollerabile in considerazione del fatto che il tutto sarebbe durato solo un paio di settimane, non fosse stato per la fame che andava sempre più attanagliandoci tutti. Il rancio che quei buoni diavoli dei cuochi di Giavera ci facevano con rego­larità pervenire era altrettanto regolarmente immangiabile tre volte su quattro, anche perché viaggiava entro teglie e altri contenitori di incerta origine ma costantemente sprovvisti di quegli accessori usualmente individuati con il termine di coperchi: i diavoli — come infatti si dice —,anche se non particolarmente cattivi, sanno fare solo le pentole. Il risultato della transumanza erano dadi di brodo ghiacciato, cubi di pasta-gomma, lacerti di carne che resistevano sinanco alle poliedriche baionette: per il nostro conforto ci restavano, di volta in volta, l’insalata condita di solo aceto, qualche raro pezzo di formaggio, qualche frutto vizzo1, il pane e l’onnipresente cordia­le per la zuppetta e per la stufa; quando ci portarono delle verdis­sime uova sode fu festa grande. Nel silenzio era tutto un brontolio di visceri vuoti che, superata la babele delle lingue e tutte le barriere della anoressica moderna incomunicabilità2, si esprimevano all’uni­sono in un idioma che risultava comprensibile a chiunque: eschi­mese ottentotto bengalese manciuriano maori polinesiano o yankee che fosse.

Una notte, mentre tutti gli altri dormivano, ebbi modo di seguire e di gustare con la fantasia l’intiero itinerario gastronomico pro­gressivamente tracciato dai “tre del tacco” — Lorusso Granito e Panepinto —che, partiti dalle classiche orecchiette dalle cime di rapa con polpettine dal brodo di pesce e dal timballo di risi patate e cozze o dai panzarotti e dalla pasta in ogni fantasiosa variante della loro regione, passavano ai polipi arricciati ai crostacei alle mormore alle orate agli arrosti di carne ovina e caprina — inclusi i budellini di latte della neonata progenie —, alle mozzarelle alle burrate alle provole al pecorino coi vermi, per approdare ai cannoli e a decine di altre dolcezze farcite di crema o di dolcissima candida panna. Ascoltavo ammaliato non tanto dall’evocazione di quei sogni proibiti quanto dal fondersi delle diverse tonalità e dai particolaris­simi timbri delle loro voci: basso, rotondo e potente quello di Lorusso — venditore ambulante di pesce nella nativa Bisceglie —; anche parlando a mezza voce spostava colonne d’aria che ancora facevano vibrare i vetri delle finestre ben dopo che aveva chiuso bocca; secco tagliente denso di epsilon e di eta che tendevano a mescolarsi e confondersi con le innumeri alfa brevi e lunghe, che si collocava almeno tre o quattro ottave al di sopra di Lorusso, quello del piccolo Granito — barese schietto di 160 centimetri scarsi, pro­vetto barbiere ma poco propenso a esercitare la sua arte a beneficio gratuito della truppa —; a dolci mezzi toni ma con continui in­ciampi dentali quello di Panepinto — bracciante disoccupato di Supersano (LE) — cui i suoni dell’italiano risultavano curiosamen­te estranei e impervi rispetto al fluente materno grecanico. Una stu­pefacente meravigliosa polifonia che, arabescata di contrappunti e ricca di misurati assoli, tendeva naturalmente a fondersi in un con­certo di zampogne e siringhe che — quanto a intelligibilità del di­scorso — faceva impazzire i tre cacciatori nordici, i cui orecchi meglio erano predisposti al recepimento degli egutturi fonemi che usa reciprocamente lanciarsi da una costa all’altra della vallata del palude o del grande fiume.

La fame stava innervosendo tutti: le discussioni si facevano sem­pre più accanite, i litigi scoppiavano per un nonnulla, l’armonia che aveva accompagnato i primi giorni nonostante la loro durezza sembrava irrimediabilmente svanita. Posto che la prima giornata li­bera di cui Giorgioni aveva potuto fruire dopo le quattro di turno si era rivelata del tutto inconcludente in quanto ne aveva trascorsa la maggior parte dormendo — doveva recuperare il sonno perduto di quattro notti — e nelle poche ore residue era riuscito a stento a scendere a valle sino a Giavera per bere un caffè nel primo bar e tosto risalire giusto il tempo di riprendere servizio, bisognava co­munque trovare una soluzione al problema che fosse per tutti più facilmente percorribile. L’idea buona maturò ascoltando Zanella Semprini e Cocirio che, stimolati dal quotidiano ritrovamento di tracce fresche di selvaggina la cui presenza era confermata dai fug­gevoli ma frequenti avvistamenti diurni e notturni effettuati anche dagli altri, si lanciavano in interminabili racconti di cacce e di eca­tombi sempre più efferate a danno di ogni penna e/o pelo che capi­tasse loro a tiro di doppietta1. Perché non procurarci da soli quanto necessario a placare il vuoto borbottio delle nostre budella nettatesi sino alla trasparenza? La proposta incontrò l’immediato favore di tutti, per cui ci mettemmo subito all’opera per dotarci dei mezzi necessari alle catture, compito arduo in considerazione del fatto che dovevamo arrangiarci con quello che avevamo a portata di mano: oltre al nostro corredo militare praticamente nulla. Ma l’ingegno di tutti era più che aguzzato dalla fame: avendo taluni constatato che le lepri solevano soffermarsi proprio disotto le altane, forse per brucare qualcosa che riusciva a uscire dalla neve in prossimità dei pali di sostegno, mettemmo a punto dei proiettili speciali, silenziosamente efficaci, tali da non destare alcuno sgradito allarme. Ogni garitta venne dotata di tre elmetti, riempiti sino all’orlo di sassi — preventivamente infilati nei contenitori svuotati del cordiale per non sporcare — ed era compito della sentinella di lasciarli cadere sul malcapitato lepre giunto a debito tiro: anche se colto sul groppone invece che sulla testa la povera bestia non avrebbe avuto, con quel peso, possibilità di scampo. In ciascuna delle postazioni ven­nero effettuate le opportune prove balistiche nonché predisposte, nei punti prescelti, le esche per attirare le vittime, costituite da foglie di insalata — previamente nettate dell’aceto tramite prolungato la­vaggio e risciacquo — e da minuscoli cubetti di pasta-gomma, spe­rando che quei roditori dalle lunghe orecchie non facessero tanto i sofistici sul punto di cottura. Per i fagiani, invece, si procedette al sequestro con confisca dei cappi in filo di rame dei bracconieri — anche Vincenzo Purpi se ne era fatto persuaso — e all’appresta­mento di nuove in altri passaggi obbligati che, grazie alle loro orme, erano stati individuati nei recinti interni della polveriera ove, sentendosi essi maggiormente al sicuro, la loro presenza era mag­giore: ora si doveva solo attendere con pazienza.

L’imprevisto, però, era in agguato, e si manifestò nelle vesti di una pioggia torrenziale che nell’arco di poche ore sconvolse la fi­sionomia invernale del paesaggio: accompagnata com’era da un sensibile rialzo della temperatura quell’acqua sciolse rapidamente la neve ghiacciata e uno strato sempre più profondo del terreno sottostante trasformando i camminamenti in un pantano melmoso e agglutinante di fango. Fatti soli pochi passi, sotto la suola degli scarponcini andava appiccicandosi una zolla di crescente spessore che, oltre ad appesantire la deambulazione, rendeva totalmente inaffidabile ogni punto di appoggio dei piedi: ci eravamo tutti abituati agli scivoloni ma ora, dopo esserci a fatica rialzati, eravamo belle che pronti per essere cucinati come polli alla creta. Un terreno infame, collosamente inzaccherante: per tentare di ripulirsi biso­gnava stare ritti presso la stufa per ore e ore in attesa che il fango si disseccasse totalmente e formasse una crosta più facilmente aspor­tabile; ogni diverso tentativo conduceva solo a un più profondo e indelebile insudiciamento, che avrebbe richiamato l’attenzione dei superiori e le conseguenti misure punitive. L’umore generale era tornato pessimo, ma la caccia stava dando risultati migliori del pre­visto: se le cose fossero proseguite lungo quel binario potevamo sperare in un sontuoso pranzo di Natale a base di fagiani arrosto e lepri in salmì. La corvè che riportava le teglie, debitamente istruita nonché invitata al cenone, ne fece sparire un paio di ridotte dimen­sioni che entrarono nella nostra dotazione permanente e ci procurò — a spese della cambusa della caserma di Giavera — sale pepe olio e vino, bottiglie tappocorona da mezzo litro — confezionate da case sconosciute a tutti tranne che ai marescialli dell’approvvigio­namento —, imbevibili come tali ma ottime per cucinare la lepre, nonché un mezzo sacco di patate. Durante la loro libera uscita i tre cacciatori — utilizzando il frutto di una colletta che ci aveva privato di ogni residuo avere di tipo monetario — si procurarono qualche bottiglia di buon vino l’aglio le cipolle le spezie e gli odori del caso oltre a qualche barattolo di pelati. I preparativi fervevano: il Natale si avvicinava, nel carniere avevamo già due lepri e tre fa­giani, l’attesa era grande.


* * *


È Natale, la temperatura si è di nuovo abbassata — poco male, la legna non manca — e, quel che conta, il terreno è tornato a gelare: la nostra giornata non è più una lotta nel fango, sembriamo quasi degli esseri umani mediamente felici o, quantomeno, non totalmen­te scontenti della nostra esistenza anche se potrebbe essere miglio­re. Ma ogni seppur minima felicità esige il pagamento di un caro prezzo, quale può essere la visita inaspettata di un generale che ha deciso di santificare la festa passando in rivista la guardia di una polveriera: ciascuno ha i suoi gusti. L’imprevisto ci costrinse a far sparire tutto l’armamentario che già avevamo tirato fuori per dare inizio alla fase della cottura: dove, se non nel cesso maleodorante? Fortuna che le teglie erano sì calde ma ancora non vi era ancora stato messo dentro l’olio; in caso contrario tutto sarebbe andato miseramente a monte. Il generale, con la sensibilità propria del militare1, non colse che l’atmosfera — nonostante ce ne stessimo tutti ossequiosamente impalati di fronte a lui — non era delle mi­gliori e che non era proprio quello il momento di lanciarsi in di­scorsi altisonanti quanto inopportuni in una ricorrenza che tutti, anche i più delinquenti e disgraziati, amano trascorrere in seno alla famiglia o, comunque, in pace; in compagnia sì, ma che non faccia parte di un reggimento e questo, a sua volta, di un battaglione e questo di una divisione e questa di un intiero corpo d’armata. La discrezione dovrebbe in questi frangenti suggerire toni lievi, accat­tivanti, quantomeno scherzosi; se ciò risultasse proprio difficile da realizzarsi al limite potrebbero andare bene anche le barzellette sui carabinieri, non il richiamo alla nobiltà di coloro che, con enco­miabile spirito di sacrificio, servono in armi la Patria e — per giunta — debbono essere fieri di farlo in giornate come quella che stavano trascorrendo. Avendo visto con la coda dell’occhio Granito che si portava la mano alla bocca — piazzato com’era dietro a Cocirio, due volte più alto e largo di lui, il suo gesto non poteva es­sere scorto dal generale — temetti molto che durante il fervorino il dissenso si manifestasse attraverso il rituale pernacchio, a sgonfiare una troppo tronfia loquela: ma il timore divenne ancora maggiore quando Lorusso sembrò portare la mano alla baionetta che, per motivi di cucina, si era appesa al cinturone. Per buona sorte Granito doveva solo reprimere uno starnuto e Lorusso grattarsi altrettanto prosaicamente una chiappa: forse mi ero inavvertitamente preso un febbrone e avevo delle allucinazioni, o forse ero io stesso sul punto di scagliarmi contro il generale e lo desideravo in misura così forte da trasferire sugli altri i miei stessi impulsi1.

Come piacque a dio il generale, soddisfatta la sua brama di ma­gniloquente amor patrio, pensò bene di cavarsi dai piedi lascian­doci inaspettatamente un paio di bottiglie di spumante ma, soprat­tutto, permettendoci di riprendere con fervore i preparativi brusca­mente interrotti. Potemmo, così, constatare che l’aroma penetrante del cesso non sembrava aver in quel frattempo contagiato le carni al punto di renderle immangiabili e che anche gli altri ingredienti avevano mantenuto traccia del loro originario sapore e odore: co­sparse, pertanto, d’olio le casseruole vi deponemmo in una le lepri e nell’altra i fagiani che il giorno prima erano stati rispettivamente ripuliti di pelo e penne nonché delle interiora, poi fatti a pezzi con le solite indispensabili baionette. Quella con le lepri venne messa sul piano della stufa, mentre quella con i fagiani venne inserita di­rettamente nella camera di combustione, a fianco delle braci e della legna che ardeva. La cottura richiese molto tempo e molte atten­zioni; non uno di noi era in branda a riposare: tutti vicino alla stufa, prodighi di consigli e suggerimenti, in preda a un’ansia riscon­trabi­le solo nelle sale di travaglio. A un certo punto, visto che la le­pre sembrava richiedere maggior calore, invertimmo la collocazio­ne iniziale delle teglie aggiungendo ai fagiani le patate sbucciate e fatte a pezzi: i profumi dell’arrosto e del brasato iniziarono, così, a pervadere l’ambiente sovrapponendosi sino a cancellare quelli usuali dei calzini e del loro contenuto del sudore e di quant’altro fenomeno olfattivo una congerie di corpi non lavati da circa dieci giorni è in grado di produrre. Altre tre ore e le cose sembravano fatte: il salmì si era consumato a dovere e la carne della lepre non offriva più resistenza allo stecco di legno appuntito con il quale veniva punzecchiata, la pelle dei fagiani si era dorata a dovere come pure le patate, la tavola — una branda adattata alla bisogna con l’aggiunta di alcune assi di ignota provenienza1 — era apparec­chia­ta, ogni gavettino aveva la sua dose di vino, il pane vecchio era stato fatto rinvenire a dovere sulla stufa, pugliesi e siciliani sedeva­no frammisti al Ro.Ber.To. in una babele fonetica e lessicale che avrebbe messo in difficoltà anche il più agguerrito fra gli studiosi degli italici dialetti ma che non sembrava ostacolare affatto l’inter­scambio comunicativo. I cibi si rivelarono ottimi, almeno così parve a tutti, e anche lo spumante del generale venne apprezzato senza provocare i lazzi che in altre occasioni sarebbero stati d’obbligo: questo il magnifico irripetibile pranzo di Natale 1970 sul Montello.





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Postfazione




Usualmente le note a piè di pagina hanno una funzione secon­daria rispetto al testo e vengono utilizzate per fornire al lettore utili chiarimenti di carattere linguistico, come la traduzione di frasi e pa­role straniere o dialettali, oppure indicazioni di carattere bibliogra­fico e così via discorrendo. Talvolta, però, le note o, quantomeno, talune fra esse, divengono il contrappunto che integra e completa il testo fondendosi con esso, assurgendo esse stesse al ruolo di rac­conto. Questo l’intento della presente postfazione che, prendendo le mosse da alcune annotazioni, vuole loro attribuire tutta la dignità — per quanto formale, sta ad altri di giudicarne la sostanza — del testo cui si accompagnano.

L’autore desidera anzitutto precisare di aver per suo conto colto l’insensatezza dell’accostamento fra le decine e decine di migliaia di poveri morti del Montello e il concepimento nello stesso luogo, anche se in epoca molto diversa, del Galateo. Sin dagli anni ‘70, proprio nel periodo descritto, in vi cui prestava temporaneamente servizio militare. La notizia che monsignor Della Casa si fosse applicato a quell’opera proprio in quei posti l’aveva ricavata da una modesta e vecchia guida tascabile del TCI - Touring Club Italiano (di quelle ancora con la copertina di tela rosso-viola scuro), che era appartenuta al nonno materno e che l’autore si era premu­rato di leggere qualche tempo prima di esservi temporaneamente trasferito, anche per formarsi una conoscenza quantomeno elemen­tare dei territori pros­simi alla residenza della fidanzata — che pro­prio alla fine del servizio stesso avrebbe felicemente impalmato—. Gli itinerari a lui familiari nel corso della giovinezza ben raramente lo avevano prima di allora portato, muovendo dalla nativa Milano, più a est del lago di Garda e della città di Verona, in quanto abi­tualmente diretti verso i mon­tani soggiorni della Valgardena. La scoperta del Veneto e del Friuli — Venezia Giulia inclusa — gli ri­servò, per altro, come seguita tutt’oggi a riservargli, molte gradite e piacevoli sorprese legate alla particolare bellezza dei luoghi, varie­gata e mutevole quant’altri mai, nonché ai singolari caratteri delle genti che li abitano, mutevoli e variegati anch’essi sì da restarne so­vente sbalorditi.

Solo dopo aver messo per iscritto questo breve racconto di vita vissuta, quale ultima piacevole sorpresa egli ha avuto l’opportunità di verificare come l’opinione che si era a suo tempo formato e che non ha da allora mutato coincidesse sino quasi a collimare con quella di un poeta di grandissimo valore qual’è Andrea Zanzotto, che al tema dei morti del Montello e dell’opera di monsignor Della Casa ha dedicato una splendida raccolta di poesie denominata, per l’appunto, Il Galateo in bosco. Tale coincidenza, pur se totalmente fortuita, è valsa quale inaspettato grandissimo conforto su un modo di pensare e di giudicare che ha visto l’autore frequentemente iso­lato dal resto dell’umana confraternita.

Gli orrori del secolo e con esso del millennio testé conclusosi gli hanno confermato la perniciosità estrema e letale delle organizza­zioni statali nazionali religiose politiche ideologiche o altre che siano, quelle che dichiarano occuparsi dei diritti dell’uomo o del­l’intera umanità incluse, quando applichino il loro ingegno e le loro forze all’esclusivo fine di far prevalere le loro tesi rispetto ad altre contrastanti; perniciosità che raggiunge il massimo dei suoi nefandi effetti quando gli stati si autodefiniscono quali sistemi le­gittimamente rappresentativi di una nazione fondati su valori che si pongono al di sopra di quelli dei loro sudditi.

Il binomio “una determinata gente + una determinata terra”, posto com’è alla base del sistema di leggi che porta alla nascita e al riconoscimento di una nazione, è quanto di più falso e di materia­listicamente ottuso si possa invocare per tentare di giustificare in termini assoluti il fatto che una certa terra è occupata da un certo popolo e che lo Stato è quello che si fa garante nel tempo di questo modo di essere delle cose. Il territorio — come ogni manuale di storia può facilmente svelare anche al più superficiale e disattento dei lettori — appartiene alle genti che per ultime lo hanno conqui­stato (altro che legittimi abitatori!), sterminando estromettendo as­soggettando quelli che prima lo abitavano: come possa un atto di ingiusta violenza essere posto a fondamento della giustizia e della legittimità è un mistero che ad oggi non ci è ancora stato dato di ri­solvere.

Quanto al concetto di popolo omogeneo, cioè di razza più o meno pura — per chiamarlo con il nome più appropriato — egualmente ci sfugge come possa essere invocato a giustificazione di qualsivoglia principio che valga legittimamente ad attribuire ai componenti di detto popolo diritti diversi e superiori rispetto a quelli delle persone che ad esso non appartengano. Forse che i cromosomi meritano maggior tutela degli esseri umani e che le comunità di persone sono, in realtà, tali solo se anche comunità cromosomicamente compatibili e assimilabili? L’eccesso di incroci fra parenti — abbiamo sempre sentito dire — genera idioti in per­centuale più elevata rispetto al normale: una razza pura non può, quindi, che essere una razza di puri coglioni.

Nessuna organizzazione politica ha origini divine, sovrannaturali o an­che di natura squisitamente laica tali da autorizzarla a collo­carsi al di sopra dei suoi membri: tutte le organizzazioni hanno origine umana e il loro valore dipende non dall’utilizzo della forza — di cui in linea di principio può risultare giusto che siano dotate a ta­luni fini esclusivi — bensì dalla qualità che riescono ad esprime­re. E la qualità è composta da due inscindibili elementi: la sensatez­za delle regole che vengono adottate e la sensatezza delle persone che le debbono applicare o rispettare.

Quanto alle regole crediamo che l’intelletto umano le abbia pensate ed esplorate praticamente tutte: restano solo delle varianti minori; quanto alle persone nulla è stato fatto se non di abomine­vole utilizzando esclusivamente l’arma della forza. A tutti coloro che pongono l’accento su questo elemento possiamo solo dire che, per fare un esempio, un governo affidato a persone dappoco produrrà, per quanto forte, solo forti guasti. Se si è liberi da pre­giudizi, stando al referto della storia è assai arduo trovarne inter­preti di rilievo che non fossero, alla resa dei conti, persone dap­poco, convinte, cioè, di agire in base a motivi superiori.. Così ogni strage trova la sua sin troppo facile ed ovvia giustificazione.

L’equivoco deve essere ricercato nel punto di partenza: sono le istituzioni che possono rendere migliore l’uomo e la sua esistenza o viceversa? Sino ad oggi si è battuta la via istituzionale, con risul­tati per altro pessimi, se guardiamo ai secoli a noi più vicini per non limitarci all’ultimo: è stata coltivata la grande illusione fondata su un atto di fiducia che, anche alla luce non appare giustificato né giustificabile.

Che fare? ci si chiederà. Anzitutto evitare di riconoscere valore alcuno alle istituzioni che non ne hanno: non si tratta di scendere in piazza per attuare una rivoluzione; queste non sono mai servite a nulla se non a cambiare semplicemente il nucleo delle persone dappoco che detenevano il potere con un altro nucleo di persone altrettanto dappoco se non peggiori.

Evitare di delegare: chi si vuole prendere per i fondelli chia­mando periodicamente gli elettori alle urne con grandi proclami — detti oggi programmi —per poi fare la solita politica clientelare di arricchimento del gruppo al potere e dei suoi amici? Anche sotto il profilo meramente tecnico, crediamo che andare in una cabina ogni tre o quattro anni senza poi avere potere alcuno di controllo sull’operato dei cosiddetti delegati costituisca un anacronismo da millennio trascorso; se è questa l’essenza della democrazia ...

Curare i rapporti interpersonali quotidiani, anche quelli banali con le persone che si frequentano abitudinariamente per motivi del tutto superficiali: sono l’unico terreno nel quale si può avere una qualche certezza del proprio operato: non certezza di risultati, non esiste da nessuna parte, ma di aver fatto e dato il massimo per ben operare sì. La competitività aggressiva è alla base di ogni conflitto, personale o statale che sia; il successo personale non deve fondarsi sull’eliminazione dei concorrenti: la violenza non riesce mai a ge­nerare la felicità.

Nel dubbio, leggetevi con attenzione il Galateo nel bosco.



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NOTE


NB puoi ritornare al punto preciso del brano cliccando sul numero della nota che ti ha condotto qui

1) I legni del Montello erano di estrema utilità per le palificazioni su cui pog­giano i palazzi di Venezia e per l'allestimento della flotta.

2) Quali che ne siano le cause e le responsabilità, la guerra è una faccenda sporca e trista che ostenta il putrescente volto della morte: a nulla valgono i reiterati tentativi di imbellettarlo con im­probabili farneticazioni sull’onore delle armi e della patria perché, dissoltosene ben presto l’ingannevole velo, mostrerà pur sempre e solo il suo ributtante e verminoso aspetto. L’impadronirsi, da parte delle istituzioni, delle gesta eroi­che che molti ebbero la forza di compiere in tali circostanze serve solo a per­petuare l’atto di indebita appropriazione iniziato con il prendersi la loro vita: una sorta di oltraggio continuato che sarebbe minima decenza omettere. Il ri­spettoso silenzio non è della politica.

1) Un conglomerato di ciottoli calcarei e dolomitici abbandonato dal preistori­co ghiacciaio del Piave.

2) Nervesa, Sovilla, Bavaria, Giavera, Selva, Volpago, Venegazzù, Caonada, Biadene, Ciano e Crocetta nell’ordine, un continuum oggi distinguibile solo in forza dei cartelli toponomastici comunali.

3) Nel solo Ossario Monumentale, a quota 160, sono conservate le salme di oltre 10.000 caduti: riesce assai difficile conciliare questo dato con quello che vuole Il Galateo essere stato scritto da monsignor Della Casa proprio nel­l’Abbazia di Nervesa, le cui rovine si trovano nello spiazzo antistante. Né consola la notazione che fra quei caduti vi siano 8 medaglie d’oro 112 d’argen­to e 86 di bronzo: anche nelle esposizioni bovine vengono assegnate medaglie degli stessi metalli; l’unica differenza è che, in quest’ultimo caso, i premiati vengono mandati al macello dopo. Non vogliamo insultare quei morti, tutti e 1O.OOO più che meritevoli del nostro più grande rispetto e della nostra do­lente pietà, bensì evitare che di tali prevedibilissime quanto preordinate stragi si faccia ancor oggi millantato uso. Onore ai ragazzi del ‘99, ma che possano riposare in quella pace che non hanno potuto godersi da vivi.

4) Per quanto ci concerne già lo abbiamo fatto in una delle note precedenti: Moriago è tornato ad essere solo Moriago e non Moriago della Battaglia, così pure Sernaglia e Nervesa. Per visitare questi luoghi non è più necessario in-dossare l’elmetto. Lo stesso Vittorio Veneto — che così com’è congegnato sembra il nome di un cameriere — dovrebbe poter riacquistare le denomina-zioni delle due frazioni originarie, Serravalle e Ceneda, che lo compongono.

1) Vedi alla Postfazione.

2) Con tale ap­pellativo il lessico militare, vedovo delle bestie da soma, si ostina a chiamare i camion, leggeri o pesanti che siano.

3) Il Cordiale di Maddaloni, di colore biondo scuro, viene usualmente confe­zionato in spesse buste di plastica trasparente. Fortunatamente la sua distribu­zione è — in tempo di pace — riservata ad occasioni eccezionali, quali gli as­salti notturni, i turni di guardia in polveriera, ecc. Il suo impiego migliore — anche se non precisato nei manuali — consiste nell’utilizzarlo per accendere invisibili fuochi notturni, all’interno di piccoli capanni di fortuna realizzati con i teli mimetici della dotazione individuale, sui quali si possono riscaldare, fruendo del gavettino, corroboranti vin brulé e altre consimili bevande. All’eventuale avvicinarsi della Ronda bastano tre secondi per far sparire traccia di ogni cosa.

1) Pur non essendo nativo di quei luoghi il caporale aveva avuto modo, nella vita civile, di conoscerli in modo alquanto approfondito quando, in sella alla sua Vespa 150 Sprint e proveniente da Melzo (MI), percorreva la strada che da Montebelluna porta a Ponte della Priula e, passato il Piave, sino a Pordenone. Era mosso dalla passione per la fidanzata più che per lo scooter, e il Montello significava l’approssimarsi della meta finale: gli restava da compiere una sola ora di viaggio, pertanto lo vedeva sempre con un grande senso di piacere e di sollievo — pienamente condiviso dal suo fondoschiena —.

1) Il militare di carriera è a tutt’oggi convinto che alla base del rispetto sia sufficiente porre una massiccia dose di autorità; una moderna Scuola di Guerra dovrebbe — crediamo — sforzarsi di fargli comprendere che l’autorità può solo momentaneamente procurare il rispetto, che subito viene meno ove il sottoposto si accorga che ad essa non si accompagna altrettanta intelligenza. Non è un caso che gli ufficiali giudicati dalla truppa come prepotenti dappoco divengano immediato oggetto di scherno e un coro di invisibili ma ben udibili pernacchi* li accompagni ovunque, diononvoglia se sorpresi in libera uscita, magari in un pubblico locale di ristoro o in un cinema, con l’eterna fidanzata.

*Siccome usano i bravi loggionisti della Scala di Milano.

Eguale il convincimento dei politici, eguale il coro.

1) Un rapido calcolo permise di stabilire che il rapporto latrine/utenti era net­tamente più favorevole di quello cui eravamo allenati: 2 a 30 contro il 3,5-4 a 135 della caserma goriziana°; in più c’erano anche le porte (che a Gorizia ve­nivano costantemente “sequestrate” — anche se la turca era in corso d’uso — per essere adibite ad asse da stiro in previsione della libera uscita); mancava solo la carta, come il caporale Alberio — detto “Brianza” — ebbe modo di constatare quasi subito invocando vanamente soccorso per circa mezz’ora. Quando ne uscì tutti gli stavano alla larga.

° per dovere di pur minima decenza evitiamo di esplicitare il significato di una latrina che, in luogo di una normale unità, ne valga solo il 50%.

1) Una sorta di incontrollabile “miscela tonante”, quale usa scaturire dal plura­lismo monorazziale.

1) Dopo averlo presentato, l’autore ritiene che il caporale Giorgioni possa ora in prima persona proseguire nell racconto. Solo a un comandante supremo è consentito di esprimersi in terza persona, come ad es. Giulio Cesare che, oltre tutto, non risulta aver mai ricoperto il grado di caporale.

2) Madri e sorelle.

1) Ciao.

1) Ad avviso del caporale Giorgioni essi incarnavano una riedizione in sedice­simo del Ro.Ber.To., nel senso, però, che le capitali dei tre Stati — Roma Berlino e Tokio — andavano sostituite con Rovigo Bergamo e Torino: un “Asse” forse più casereccio ma non meno formidabile e distruttivo quando in piena azione, segnatamente dopo aver dato fondo a due o tre bottiglie di Cabernet Franc del Collio goriziano.

2) Senza aggiungere altro per il timore che, accortisi dell’inutilità della chia­mata, provvedessero loro diversamente.

1) «Fantásia vidi, mi dovete credere, furiere, vidi fantásia». Così suona tradot­to letteralmente dal siculo: una frase totalmente priva di senso. Quanto al termine di funieri, appiccicatomi perché in caserma svolgevo anche la funzio­ne di furiere, mi dava sempre l’impressione di essere più un addetto alle fune­bri onoranze che non un caporale cui “la volontà divina aveva commesso la sublime incombenza di difendere in armi i sacri confini della Patria” — così dalla predica di un nostalgico cappellano durante la celebrazione della santa messa!—.

2) Non vi era nulla di strano — a ben vedere — in quella supposta visione ove si pensi che alle fate streghe elfi e folleti che da sempre hanno abitato la foresta del Montello si erano durante la grande guerra aggiunte in pochi mesi decine e decine di migliaia di innocenti anime: non è improbabile che taluna di queste vagasse ancora nella notte alla ricerca dei suoi resti straziati per poter finalmente darsi pace.

1) «Non sono così cretino da sparare a un fantasma: il proiettile finirebbe per piantarsi nel bel mezzo della mia stessa fronte!».

2) Non era tanto un atto di generosità, il mio, quanto una calcolata misura atta a preve­nirmi un’ulteriore scarpinata notturna: ero certo che Vincenzo, ab­bandonato a se stesso, si sarebbe nuovamente attaccato all’allarme. Eppoi, in ogni caso, se anche fossi tornato assieme agli altri mi sarebbe subito toccato di riprendere la marcia per scortare il cambio successivo.

1) Non tanto perché ci fossimo preoccupati dello stato della sua salute menta­le quanto perché temevamo che, calate le tenebre e ricollocato sulla garitta, il buon Vincenzo sarebbe sicuramente tornato a romperci le scatole con le sue isteriche scampanellate costringendoci a ulteriori poco gradite marce forzate nel cuore della notte.

1) Mele,di norma, la cui appetibilità avrebbe certamente scongiurato il perpe­trarsi del famigerato Peccato Originale di cui tanto oggidì ancora si disquisi­sce: è solo il caso di rilevare come in quello specifico frangente la tanto vitu­perata mela marcia avrebbe potuto significare la salvezza dell’umanità.

2) La pancia piena non stimola lo sviluppo delle comunicazioni e neppure del pensiero. Ciononostante bisogna diffidare dei soggetti volontariamente troppo magri scambiando il vezzo con il merito: la rinunzia smodata non vale la pri­vazione per oggettiva mancanza, ne è solo la mistificazione.

1) Dai racconti emergeva anche che non sempre la penna era propriamente selvatica, così come il pelo. Quanto a questo ultimo, poi, le favolose narra­zioni non si limitavano, invero, al tema della sola selvaggina da schioppo.

1) Una debolezza caratteriale che non affligge i militari di carriera.

1) Non credo di essere un obiettore nel senso comune del termine perché ri­tengo che l’obiezione debba propriamente riguardare la sfera della coscienza, che come tale si pone al di fuori — avrei la pretesa di dire “al di sopra” — della contingenza. Soprattutto non credo nei movimenti che fanno di questa scelta personale e soggettiva una questione di principi, che a un esame appena più approfondito risultano attenere più al politico che non a qualcosa di vera­mente fondato nell’amore per il prossimo. C’è in questo una palese e intolle­rabile forma di appropriazione indebita, pari solo a quella della Chiesa istitu­zionale e gerarchica quando intende appropriarsi delle coscienze dei credenti, e non solo di quelli. La “via politica” alla libertà conduce — a mio avviso — solo in vicoli ciechi che si prestano a ignobili strumentalizzazioni. I valori che costituiscono il patrimonio di ogni singolo essere umano non si prestano a essere “istituzionalizzati”, cioè condotti al di fuori dell’essere umano stesso per costruire strutture da imporre, o anche semplicemente contrapporre, ad al­tre strutture di origine e avviso diversi. Posso rispettare e capire gli obiettori uti singuli, non ne rispetto assolutamente i movimenti che pretendono rap­presentarli, così come non rispetto alcuna istituzione che faccia appello a “valori” che — non si capisce per quale motivo — si pongono al di sopra delle umane coscienze, cioè si impongono a esse. Religioni, istituzioni statali o giuridiche, sistemi economici, partiti, movimenti, organizzazioni, ideolo­gie, semplici idee: ogni elemento — quale che ne sia l’origine e la forma — utilizzato come pretesto per dettare regole comportamenti scale di valori e quant’altro da imporre a ogni persona “altra” rispetto a me stesso godono della mia totale e serena indifferenza né meritano che io scenda in piazza per mani­festarla: cadrei nel loro stesso errore. Ciò vale, sia ben chiaro, anche per la pa­tria intesa con la P maiuscola e tutti i suoi annessi, esercito incluso.

1) Certamente trafugate da uno dei tanti capanni seminterrati ove erano riposti gli obici cui facevamo la guardia.