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Carlos Montemayor
intervista di Maurizio Chierici

Nel labirinto delle lingue e delle spie

Può uno studioso di lingue indiane, narratore innamorato delle rivolte contadine, poeta delle stagioni, affrontare i labirinti dello spionaggio?

Carlos Montemayor risponde con La danza del serpente, editore Manni. Insegue la grande e la piccola storia sfogliando i rapporti di agenti infiltrati in movimenti che nascono e si scompongono con la concretezza di chi non cerca solo affermazioni ideologiche, ma l'impegno di consolare la vita quotidiana degli uomini senza voce. Contadini inquieti per l'arroganza politica che li opprime. La corruzione li riduce ad anime morte. Ma il loro dramma si avvilisce appena viene rappresentato nella burocrazia dei documenti. Pedinamenti, spiate; vite ricostruite a tavolino. Sospetti e sussurri. Tra queste carte e la paura della gente, il filtro del linguaggio fa capire l'assurdità dei metodi di ogni polizia: trasformare le persone in oggetti parlanti dei quali è bene diffidare.

Come nel romanzo che Marco Tropea ha pubblicato tre anni fa, Guerra nel paradiso, i protagonisti non sono di fantasia. Non importa se vittime o guardoni. Hanno nomi e cognomi; persone vere. Agenti la cui gloria naufraga nei dossier dei servizi ma c'è anche Yuri Paparov, spia russa di riguardo: viaggia con passaporto svizzero a Cuba e Guatemala. Abita ancora a Città del Messico. Ormai ha più di 70 anni. La sua storia è un romanzo aperto nel quale Montemayor insinua i capitoli ritrovati nelle carte di chi lo teneva d'occhio. Carriera finita male per amore: una ragazza. Mosca lo richiama, lo seppellisce chissà dove e appena traballa il muro di Berlino, Yuri scappa nel suo tropico a godersi la pensione. Ma una spia va mai in pensione? Dubbio che accompagna Montemayor. Ne ha discusso col sopravvissuto forse riscoprendo l'ambiguità della quale Graham Greene non si è liberato e perseguita ancora Le Carrè. Assieme al regista Gonzalo Martinez, Montemayor aveva cominciato il gioco di specchi. Lo specchio di Montemayor e lo specchio del regista Martinez. Paralleli ma lontani. Ognuno rompeva l'immagine con le informazioni preferite. Chi cercava nel pedigree di Yuri ricordi dell'assassino di Trotsky e chi sfogliava il dolore contadino. Purtroppo Gonzalo muore: “Ho finito il racconto da solo senza sapere come aveva deciso di chiudere la sua parte di storia”.

Carlos Montemayor da sempre lega ricerca e fantasia al destino della gente. Nasce in una famiglia benestante di Chihuahua, capitale del nord. Quando scende a Città del Messico per l'università, rafforza l'amore per le culture indiane. Parla e scrive in Maya e Yucatauneco. Conosce “meno bene” altre sette lingue. Tra le sue scoperte il poeta maya Humberto Akabal, pastore che vive sopra Chichicastenango, altipiano del Guatemala. Lo va a trovare al pascolo. Sfoglia i suoi versi e ne pubblica la prima raccolta con traduzione in castigliano. Una sorpresa che affascina l'Europa. La figura claudicante di un contadino che scioglie i ricordi nella tequila, incanta Berlino. Si confronta a Venezia nel seminario Americhe, Miti e Realtà, organizzato da Marta Canfield amica e traduttrice di Alvaro Mutis. Li mette uno di fronte all'altro: forza del passato misterioso a confronto con l'aristocrazia dell'unico scrittore latino di fede monarchica. E' l'ultimo successo nella ricerca del Montemayor saggista.

La curiosità per la lingua degli altri (“ma io sono nato in Messico e mi considero parte di loro”) non si ferma al fascino delle tradizioni indigene. Non resiste all'attrazione dei formulari barocchi militari o al lessico di burocrati e alle parole raccolte nei discorsi da strada. Indaga nei saggi, nutre poesie e racconti. La curiosità comincia sui banchi di scuola. “A Città del Messico avevo compagno di studi il figlio del generale Tapia, direttore della banca nazionale dell'esercito. Massone come mio padre, massoneria trasparente latino-americana, niente da spartire con gli intrighi della massoneria mediterranea”. Tapia lo invita a pranzo e Carlos scopre nel padre un tipo di militare diverso da come lo immaginava. Colto, buongustaio eppure rigidamente militare. Attorno al tavolo appaiono altri generali. Mentre parlano, Carlos prende appunti incantato dalla costruzione di discorsi fuori tempo, parole che si possono usare solo in divisa. Una commedia. E prende appunti al Collegio Nazionale: ne è segretario vitalizio, posto ambito ma che lo imprigiona. Lo abbandona preferendo l'avventura della vita aperta. Fa da cerimoniere ogni volta che il presidente della Repubblica De La Madrid arriva per condividere con le nuove generazioni la mensa che lo ha visto crescere. Non arriva mai da solo: funzionari e alte uniformi. E la ricerca di Carlos si arricchisce. Riaffiora nei discorsi che decidono la repressione contadina in Guerra nel paradiso, storia di Lucia Cabanas, maestro rurale che l'assassinio trasforma in mito. Il lessico puntualizza la crisi politica del 1995 quando Figueroa, governatore di Acapulco, ordina l'agguato e il massacro di contadini ad Agua Blancas, collina dietro la città delle vacanze. Stavano per irrompere nella felicità della stagione dei turisti stranieri, per protestare contro l'assassinio e la tortura di un ragazzo arrestato durante uno sciopero. Per evitare lo scandalo, il governatore ferma il corteo con un agguato ed apre una querelle politica che lo seppellirà.

Come ricorda Roberto Bugliani, traduttore del romanzo, i segni dei retroscena dello sterminio si intrecciano nei rapporti di protagonisti diversi a caccia di sovversivi, presunti o estranei. Come echi minori: il proposito era capire chi soffiava sul fuoco fingendo fedeltà al governo. E per caso inciampa su quei morti.

Ne La danza del serpente la felicità di Montemayor è il montaggio di rapporti autentici compilati da spie stipendiate dalle autorità. Li incrocia in una commedia inconsapevolmente scritta da altri. Parole che assumono suoni contrastanti nel racconto degli infiltrati, delle vedove, dell'agente russo o dei burocrati militari. Sullo sfondo il balbettio di informatori di scarsa importanza. Anche loro scrivono in modo diverso. L'autore esaspera il gioco narrativo nella grafia del racconto: i caratteri della stampa cambiano da un capitolo all'altro secondo il profilo di chi scrive i rapporti. “Quando ho finito Guerra nel paradiso mi sono messo a cercare documenti sulle condizioni delle campagne alla fine dell'800. Nelle casse ho trovato tre grandi faldoni di informazioni su socialisti e comunisti nel Messico '53-'57. Microfim, schede ormai dimenticate. Gli archivisti me le hanno ragalate: “Lavoraci su”. Ed ho provato l'ebbrezza di scoprire il lato oscuro di una storia che avevo vissuto da lontano. E' nata la prima novella Caduta di Arbenz in Guatemala. Dopa La danza del serpente continuerò a scavare e scrivere fino al 1995 stringendo ogni scoperta attorno ad un personaggio che a me sembra vero...”.

Sembra?”. Nel gioco di specchi che adora, Montemayor copre con ironia la maschera che conosce bene.

Non sembra più lo scrittore, entra fra protagonisti della commedia: il ricercatore che spia il testimone e non sa di essere spiato da un altro investigatore il quale trema all'idea si possa scoprire cose inquietanti sul suo conto.

Il romanzo si può leggere anche così. Montemayor ascolta e si diverte. Il labirinto gli piace: “Chissà...” E parla del nuovo racconto pronto a settembre: Esperando el amanacer, aspettando l'alba, primi movimenti contadini nella guerriglia marxista messicana.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 10/04/2003




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