| BIBLIOTECA | EDICOLA |TEATRO | CINEMA | IL MUSEO | Il BAR DI MOE | LA CASA DELLA MUSICA | LA CASA DELLE TERRE LONTANE |
|
LA STANZA DELLE MANIFESTAZIONI | NOSTRI LUOGHI | ARSENALE | L'OSTERIA | IL PORTO DEI RAGAZZI | LA GATTERIA |

Vincenzo Vasile & Red
L'UNITA' – 03/02/2002

Moretti: «con questi dirigenti non si vince». E in piazza va in scena lo psicodramma

Ce la ricorderemo. Per non si sa quanto tempo. La «manifestazione per la giustizia» dell’Ulivo. Convocata da un «comitato autoconvocato di parlamentari» dell’Ulivo per riallacciare il rapporto con «la gente dell’Ulivo». E trasformatasi qualcuno dirà in uno «psicodramma», altri diranno «un’utile frustata». Sicuramente un episodio che racchiude tutta un’epoca. Con lo striscione surreale che riproduce la scritta sacrosanta che campeggia nei tribunali: «La legge è eguale per tutti». Per dire che un principio che consideravamo ovvio, in epoca berlusconiana bisogna appassionarsi e portarlo in piazza come uno slogan. E con Nanni Moretti che alla fine, proprio alla fine, a sorpresa sale sul palco dopo gli «interventi conclusivi» di Rutelli e Fassino. Dicendo - Moretti come in un film di Moretti, gli occhi sgranati, le mani nervose - alcune «cose di sinistra», sgradevolissime per «la burocraczjia che sta alle mie spalle». Per «questo tipo di dirigenti dell’Ulivo» che «non hanno capito nulla» di questa manifestazione e che, se rimarranno, «non vinceremo mai». Oppure: «Il problema del centro sinistra è: ci vorranno altre due, tre o quattro generazioni per vincere?».
Si era scelta Piazza Navona, la più bella piazza di Roma. E questo sabato - che ci ricorderemo - di una settimana rovente per il rissoso condominio di centrosinistra. Settimana da dimenticare. Che ha lasciato ferite nell’anima profonda di un «popolo» già deluso dal risultato elettorale e adesso disorientato dalle divisioni. Quattromila per la questura, diecimila per gli organizzatori. Ma sono più interessanti le «zummate» di dettaglio. C’è stata una signora in prima fila che dopo ciascuno dei dodici interventi urlava, come una mamma stanca: «Non litigate più, non litigate». Applausi e fischi. Ovazioni corali solo contro la destra. E al’indirizzo di quegli oratori che si mostravano maggiormente inquieti per le prospettive e l’avvenire della democrazia: Sylos Labini, Lidia Ravera. Consensi largamente maggioritari per lo «sfogo» di Moretti, icona di un disagio che ora prende i toni dell’indignazione. Qualche sibilo, non equamente suddiviso. Ma soprattutto rivolto a chi ha alluso, anche velatamente a un qualche rapporto parlamentare con la maggioranza. Per esempio, Rutelli s’è salvato in corner da una contestazione più dura, quando - dopo aver detto che si cercherà un confronto con la maggioranza sul conflitto di interessi - ha precisato che quest’ultima vuol difendere lo statu quo ante, e perciò nessun rapporto è possibile: «Sono convinto che la maggioranza degli italiani è con noi. Non per utilizzare la giustizia contro qualcuno. Ma per impedire che qualcuno combatta contro la giustizia».
La folla era cresciuta, nel frattempo, a poco a poco. Niente manifesti. Solo passaparola. Lo striscione sotto il palco, di stile ulivista, riprendeva un verso-profezia di De Andrè: «Un giudice giudicò chi aveva dettato le leggi. Prima cambiarono il giudice. E subito dopo la legge». Più ruvidi e tradizionali un manifesto con la scritta: «Previti, meglio che lo eviti» (e in effetti s’era evitato di convocare tutti a piazza Farnese perché qualcuno si è ricordato in extremis che le finestre di quel palzzotto rinascimentale sulla destra sono di Cesare Previti); un altro con: «Pochi Castelli, molti Borrelli»; e un quarantottesco «Alì baba e i quaranta ladroni in galera».
Bandiere: alcune dell’Ulivo, della Margherita, della Sinistra giovanile. Ma quella di ieri soprattutto doveva essere la serata della «società civile», del ritorno - appassionato e orgoglioso - allo «spirito originario» dell’Ulivo senza etichette. Tant’è che a scaldare subito il clima è stato uno sconosciuto professore, Francesco Pardi, detto «Panchiò», che ha un passato a Potere Operaio, gruppuscolo noto negli anni Settahnta dell’altro secolo, e oggi è un rispettato geografo dell’Università di Firenze, che si vanta di essere nato il 25 aprile («qualcosa vorrà dire?») del 1945. Perché Berlusconi pigliatutto? «Per l’insipienza della nostra parte politica, che ha dei vertici che hanno sbagliato tutto, lusingando l’elettorato altrui, e disgustando il proprio. I nostri guai sono iniziati con la Bicamerale...», e dalle reazioni favorevoli si è cominciato a capire quale pignata ribollente stava sulla metaforica graticola di Piazza Navona.
Dal palco, da quel momento, la polemica interna si è alternata con l’invettiva, il monito, la riflessione politica. A ondate. La scrittrice Lidia Ravera, in chiave intima, confidava: «Sono contenta di vedere piazze così vivaci, come due settimane addietro è accaduto a Roma con il corteo per gli immigrati. E sono contenta di essere qui a difesa di un principio che dieci anni fa sembrava banale, la legge eguale per tutti, e oggi è una richiesta chiave: o siamo invecchiati o il mondo è peggiorato». Il fisico Giovanni Bachelet, figlio del giurista trucidato dalle Br, rinfacciava al resto del palco: «Opporsi credibilmente alle enormità che questo governo sta compiendo sulla giustizia è possibile soltanto se ci chiediamo perché quando eravamo al governo non abbiamo fatto quel che era scritto nel nostro programma». La scrittrice Rosetta Loy confessava: «Sono qui semplicemente perché sono solidale con Borrelli che sta pagando il suo coraggio, come dimostra la denuncia del ministro Scajola». E la cantante Gigliola Cinquetti: «La democrazia non è marketing, o sondaggi. È scelta culturale e di metodo».
L’economista Paolo Sylos Labini non fa parte della generazione ex-sessantottina che dominava il palco, è il più anziano, e sarà uno dei più battaglieri: «Le tv sono armi micidiali per la persuasione, dal punto di vista della demnocrazia e dello stato di diritto. Huxley attribuiva alla radio e ai mezzi di propaganda un forte contributo all’ascesa di Hitler. E Salvemini disse cose analoghe su Mussolini. A me e a Bobbio e Galante Garrone ci chiamano quelli dell’Apocalisse, perché vuole l’apocalisse chi è contro Berlusconi...». Tra gli «esterni», che apparivano ben più concilianti circa gli «errori» del centrosinistra, il giornalista Massimo Fini («non sono nè di destra, nè di sinistra, ma di una cosa che a voi non interessa, però sto bene al vostro fianco e dico: resistere, resistere, resistere»). E un amico ritrovato, Tonino Di Pietro, che invitava a voltar pagina dopo tante divisioni. Poi gli interventi di Rutelli e Fassino. Il quale con toni pacati ricordava come «oggi sia in discussione un fondamento dello stato di diritto»: appunto, la legge rischia di non essere più urguale per tutti. Perché il governo vuol colpire l’indipendenza e e l’autonomia della magistratura: e il segretario dei Ds cita le vicende del falso in bilancio, delle rogatorie, e la volontà espressa da Castelli alla Camera di eliminare l’obbligatorietà dell’azione penale, mettendo le iniziative dei giudici sotto il controllo delle maggioranza parlamentari. Un ministro che, invece, di preoccuparsi di assicurare un corretto svolgimento del processo di Milano che vede imputato di corruzione anche un magistrato, cerca di impedirne la celebrazione».
Intanto, tra la folla Nanni Moretti rilasciava dichiarazioni di fuoco ai cronisti delle agenzie di stampa: «Gli elettori di sinistra non meritano lo spettacolo penoso dei loro vertici». Faceva sapere, quindi, di voler intervenire. Ecco l’annuncio di Nando Dalla Chiesa: «Parla anche Nanni Moretti». Ed ecco l’imprevista intemerata, letteralmente urlata al microfono, con l’aiuto di tre bicchieri d’acqua, contro i leader del centrosinistra. Una «comparsata» di non più di settanta secondi, il più efficace «cortometraggio» di Moretti. Molti applausi in platea, e solo qualche isolata battuta sulle tendenze masochistiche di quel «Tafazzi» che nelle trasmissioni della «Gialappa’s band» si percuoteva con un bastone. La critica urticante di Moretti non parlava solo al cuore: si è perduto contro Berlusconi, affermava il regista, per due ragioni: «troppa timidezza» e incapacità di «rapporti politici» unitari con Bertinotti e Di Pietro. Detto da uno che confessa «di non sapere parlare con Rifondazione, ma quello dovrebbe essere il vostro mestiere...», sembrava la sintesi, tagliata con l’accetta, degli umori prevalenti. E così Di Pietro in un clima di bolgia riprendeva il microfono, non si capisce se per «cavalcare» o contestare il regista: «Basta spararsi nelle p...».
Gli altri replicavano quando la piazza stava per svuotarsi. Dalla Chiesa: «È stata una utilissima frustata. Che i problemi ci fossero con la nostra gente, lo sapevamo. Del resto vi dice niente che questa manifestazione sia stata autoconvocata?». Rutelli: «Moretti è un grande intellettuale che ha espresso legittime critiche politiche. Dopo di che non è detto che un intellettuale capisca anche di politica, anche se è giusto che la cultura critichi, se crede». Fassino: «Non è con la disperazione che l’opposizione diventa più credibile. Né con la denigrazione dei suoi dirigenti si aiuta l’Ulivo a uscire dalle sue difficoltà. Servono idee passione volontà di combattere. E non sono davvero inutili anche solidarietà e rispetto».


Rutelli: «Non ci sto». Melandri: «Moretti ingeneroso, ma ha ragione»


Il giorno dopo le “conclusioni” di Nanni Moretti dal palco di piazza Navona, a Roma, c’è sconcerto e un po’ di imbarazzo tra i dirigenti dell’Ulivo. Il regista di Palombella rossa aveva accusato i dirigenti ulivisti di portare lo schieramento alla sconfitta. «Anche questa serata è stata inutile. Il problema del centrosinistra è che per vincere bisogna saltare due-tre-quattro generazioni» ha detto Moretti, aggiungendo: «Con questi dirigenti non vinceremo mai». Dopo le prime reazioni a caldo, solo Rutelli domenica mattina è ritornato sulla questione. «Tutte le critiche vanno ascoltate, va bene anche l'urlo di un artista, io però a polemiche distruttive non ci sto - ha detto il leader dell'Ulivo - perché le polemiche distruttive non costruiscono nulla. Non amo coloro che vogliono alla fine farci soltanto del male. Tutti si devono sforzare di dare un contributo positivo per fare il bene del centrosinistra».
Sabato sera, il segretario dei Ds, Piero Fassino, aveva commentato che «non è con la disperazione che l'opposizione diventa più credibile. Né con la denigrazione dei suoi dirigenti si aiuta l'Ulivo a uscire dalle difficoltà. Servono idee, passione, volontà di combattere. E non sono davvero inutili anche solidarietà e rispetto».
Ma non tutti tra i diessini sono d’accordo con Fassino. «Moretti ha detto delle verità. Ha dimostrato di essere in sintonia con la piazza. Ha colto la domanda di combattività e unità che viene dai nostri elettori: basta al club del porgi l'altra guancia» dice Giovanna Melandri, ex ministro della Cultura, in un’intervista al Corriere della sera. Sono affermazioni «pesanti e anche un po’ ingenerose», dice la Melandri, ma in fondo in linea con il pensiero degli elettori. «Brucia nel nostro elettorato la sconfitta del 13 maggio, brucia il mancato accordo con Rifondazione e Di Pietro, c'è una gran voglia di chiarezza, di evitare accordi con la destra, pasticci». Le dichiarazioni di Moretti, conclude l'ex ministro, servono dunque a capire che «bisogna reagire, fare un fronte comune contro la politica classista e per la difesa dello stato sociale e di diritto»





| UFFICIO INFORMAZIONI | LA POSTA | CHAT | SMS gratis | LINK TO LINK!
| LA CAPITANERIA DEL PORTO | Mailing List | Forum | Newsletter | Il libro degli ospiti | ARCHIVIO | MOTORI DI RICERCA |