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CINEMA

Dio è nero. E si chiama Freeman

E' uno dei pochi attori afroamericani a potersi considerare pienamente integrato nello star system hollywodiano eppure vive a mille miglia dalla capitale del cinema, sulle rive del Mississipi, dove ancora oggi i negri – perché è così che da quelle parti continuano a chiamarli – lasciano il passo ai bianchi, sui marciapiedi.

Morgan Freeman alle soglie dei settant'anni è felice e appagato della sua vita e del suo lavoro. Il suo successo è arrivato tardi, come è iniziata tardi la sua carriera, a trent'anni, dopo cinque anni passati nell' Air Force. “La vita militare non si confaceva ai miei ritmi e un giorno ho deciso di lasciar perdere e me ne sono andato”. Appeso il cappello del soldato al chiodo, senza alcuna esperienza nella recitazione, un giorno Morgan Freeman decise di andare a Los Angeles e iniziare una lunghissima gavetta: televisione, teatro, cinema alla fine. “Sono contento di non aver ottenuto il successo quando più lo volevo. Il successo mi ha raggiunto quando ero pronto per esso”.

Tre candidature all'Oscar, Freeman ha interpretato tutti i ruoli possibili, è stato l'autista saggio e paziente di A spasso con Daisy, il moro di Azeem di Robin Hood il principe dei ladri, è stato agente della Cia in Al vertice della tensione, investigatore (Seven), carcerato (Sulle ali della libertà), persino presidente degli Stati Uniti (Deep Impact) e fra poco sarà nientemeno che Dio in Bruce Almighty, nonché Nelson Mandela nel film in preparazione ispirato alla vita del grande leader sudafricano. Il presente invece lo vede sugli schermi americani con Dreamcatcher, film ispirato ad un romanzo di Stephen King che racconta l'incredibile avventura di quattro amici d'infanzia, cui un atto eroico compiuto da bambini ha dato poteri sovrannaturali e che si troveranno, una volta adulti, in una baita sulle montagne del Maine, alle prese con gli alieni e con un colonnello dell'esercito americano deciso a compiere una strage pur di scongiurare il pericolo extraterrestre.

Freeman, per la prima volta nella sua carriera non interpreta un personaggio positivo. In “Dreamcatcher” lei è l'esaltato colonnello Curtis. Dunque è un ruolo dai suoi canoni?

All'inizio non lo volevo nemmeno fare, poi mi ha contattato il regista Lawrence Kasdan che mi ha espresso il suo punto di vista ed allora ho deciso. Ho deciso soprattutto che volevo lavorare con lui. Kasdan è riuscito a tirare fuori il lato oscuro del mio carattere.

Che invece è noto ad Hollywood per essere solare. Lei è rinomato per il suo senso dell'umorismo...come mai non ha mai fatto commedie?

Avere senso dell'umorismo non significa saper fare commedie, io non voglio fare niente che sento che altri farebbero meglio. Jim Carrey è l'uomo delle commedie, dinamico nel suo umorismo. Adesso abbiamo fatto un film insieme, si chiama Bruce Almighty, l'onnipotenza di Bruce. Io interpreto niente meno che Dio, ma l'umorista è lui, Jim. Però torniamo a Dreamcatcher sennò quelli della Warner si arrabbiano.

“Dreamcatcher”, l'acchiappasogni. E' un amuleto indiano. Morgan freeman ha un sogno da acchiappare?

Sì, ne ho uno. E' un sogno di volo. Nel senso che ho conseguito recentememte il brevetto da pilota, ma ci sono due categorie di brevetto, la prima ti consente di volare a vista, la seconda IFR, Instrumental Flight Rules, permette il volo strumentale, quindi anche al buio o in condizioni di maltempo. Ora devo prendere questo secondo brevetto. E' questo il mio sogno da cogliere.

E' una passione recente quella per il volo?

Nonostante il mio passato nell' Air Force, ho fatto scuola di volo la scorsa estate e ho preso il brevetto a ottobre.

Come le è venuta la voglia di volare?

E' una cosa strana. Ho provato ad andare a vela, in mare e mi è venuta la passione per il volo. A causa del vento, amo il vento.

Tornando alla sua carriera, fra poco sarà Mandela.

Non tanto poco. E' un progetto ancora in fase iniziale. Stiamo lavorando alla sceneggiatura, non partiremo prima del prossimo inverno. Non è un progetto facile.

Perché?

Perché si tratta di adattare una biografia di 700 pagine e perché quello che vogliamo fare – quello che il regista Shekhar Kapur vuole fare – non è un film sugli avvenimenti della vita di Mandela ma un film sulla persona.

Ora la sua carriera è lanciatissima, ma non è stato sempre così semplice.

Ho iniziato tardi e ho penato non poco. Ho fatto di tutto, dalla tv per bambini alle soap opera. Non voglio denigrare quel genere di televisione, ma non mi piaceva, mi consideravo un attore teatrale ma la tv pagava meglio. Questo, alla televisione, proprio glielo devo: mi ha salvato, soprattutto finanziariamente. Quei lavori hanno salvato la mia vita in un momento in cui pensavo seriamente di lasciar perdere.

Poi è arrivato il successo.

Ma ancora adesso non ho un rapporto distaccato con il lavoro. Mi piace prendermi delle pause ogni tanto ma devo sapere che ho qualcosa da fare nel futuro.

Una specie di paura antica?

La paura che il telefono suoni per l'ultima volta.

Con la consegna degli Oscar 2003 si è conclusa una stagione che è stata memorabile per gli attori afroamericani, la stagione dell'Oscar a Halle Berry e Denzel Washington.

L'industria cinematografica non precorre il corso della storia sociale del nostro paese, non la precorre e non segue. E' semplicemente uno specchio della società americana, la riflette.

Questo è un aspetto positivo dell'America moderna. Ce ne sono altri meno piacevoli, non le pare? Cosa ne pensa della guerra all'Iraq?

Non sono necessariamente un pacifista, però non penso che quello che stiamo facendo, noi americani, in questo momento, sia giusto. Quello che sta accadendo non mi piace. C'è così tanta paura nell'aria che la si può respirare.

Intervista di Francesca Gentile – L'UNITA' – 27/03/2003

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