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CINEMA

Saimir, il “destino” di un giovane migrante

Oggi, dopo lungo travaglio, esce Saimir, debutto italiano di rilievo. Storia di un sedicenne albanese migrato in Italia, costretto a convivere con la legge del padre trafficante di migranti come lui, fino alla drammatica ribellione. Menzione speciale opera prima al festival di Venezia dello scorso anno, "Saimir" è firmato da Francesco Munzi, classe 1969, il cui precedente documentario era dedicato al neorealismo. Ora questo esordio, duro come la storia che racconta e che fa pensare a riferimenti cinematografici forti. “Tra i registi di oggi - spiega - penso ad Amelio. Rispetto al cinema italiano del passato, mi interessa in particolare quello degli anni '60”.

Perché raccontare una storia così difficile, pesante?

Mi ha spinto il fatto che nell'ultimo periodo si è perso il contatto con la realtà, sia che ci si occupasse di quella dei margini, sia di quella borghese. Una sorta di "televisizzazione" rispetto alla quale voglio provare a prendere un'altra direzione.

Una scelta indipendente generalmente incontra ostacoli legati al finanziamento e soprattutto alla distribuzione. Quali problemi ha incontrato per realizzare "Saimir"?

Quattro anni fa abbiamo ottenuto i finanziamenti statali, che poi si sono bloccati più volte per cambi di governo o taglio dei fondi. Ma la difficoltà maggiore è la distribuzione: non ci si preoccupa della promozione, anche danneggiandosi da un punto di vista imprenditoriale e culturale, perché se un film non esce, neanche incassa. Poi per fortuna l'Istituto Luce ci ha scommesso, e siamo ad un risultato decoroso.

C'è lo zampino di Gianluca Arcopinto (Pablo Film), produttore che ha lanciato nuovi autori come Daniele Gaglianone, Vincenzo Marra, Salvatore Mereu e ridato spazio al genere documentario...

Arcopinto è stato fondamentale per girarlo come è stato girato. E' uno dei pochi produttori coraggiosi a mettersi in gioco. In genere c'è poco interesse per esordienti e per questo tipo di storie, ti cercano solo dopo il successo. Lui è un corsaro per il quale nutro grande stima.

Una intensa, e lusinghiera nei riconoscimenti, peregrinazione nei festival internazionali ha preceduto l'uscita nelle sale...

La distribuzione è stata molto ritardata, anche il periodo scelto per l'uscita è un po' svantaggioso. Ho però avuto parecchio tempo per seguirlo bene, accrescerne il prestigio, farlo conoscere alla stampa.

Nei suoi lavori precedenti più volte si è interessato ai migranti...

Ho voluto far sì, in quanto cittadino, che il cinema fosse finestra sul mondo; un mondo che non mi appartiene. Per questo mi sono posto il problema di essere autentico, assumere diverse angolazioni. Per un giovane migrante, nel film costretto alle attività illegali del padre, "il destino" di cui parla il genitore sembra una condanna. Una gabbia a cielo aperto nel freddo litorale laziale fra traffico di clandestini, cocaina, assalti a ville, tratta di minorenni da avviare alla prostituzione, piccoli furti ed un'impossibile integrazione sentimentale.

Spesso una condizione stretta tra malavita organizzata e sfruttamento del lavoro nero...

Sì, nella maggior parte dei casi. La legislazione ha reso i migranti cittadini di serie B, esponendoli alla devianza, alla mancanza di garanzie, ha creato la schiavitù dell'oggi, in cui ad esempio la metà delle colf sono clandestine. Entrare illegalmente è una scelta quasi obbligata. Se gli attori hanno incontrato difficoltà enormi che sono state causa di interruzioni al film, figuriamoci cosa significa per gli altri.


Gli attori, e questo vale soprattutto per quelli non professionisti, si sono rispecchiati nella storia e nei personaggi?

Ho avuto due approcci. Cercavo da loro la purezza, il non farli pensare, raccontandogli la vicenda senza sceneggiatura in mano. Xhevdet Feri, interprete del padre di Saimir e artista molto amato in Albania, mi ha aiutato notevolmente, dando alla sua parte una complessità e bontà di cui gli sono grato, dato che non esiste divisione netta tra bene e male.

Feri ha una lunga formazione teatrale e cinematografica. Com'è, dal lato umano ed artistico, lavorare con un attore lontano dai riflettori internazionali?

Un'esperienza formidabile. Le scuole dell'Est hanno una storia lunghissima e ricca, e questo si sente ancora. Lui possiede grande serietà, un pensiero forte che ha provocato confronto e scontro.

Ha in mente o sta già lavorando a qualche progetto?

Ci sto pensando, le idee non sono ancora chiare. Un film completamente diverso, ma che esprima sempre con forza le mie opinioni.

Intervista di Federico Raponi – LIBERAZIONE – 29/04/2005

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