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MUSICA

Marco Paolini: fermate la musica, voglio scendere

Un anno di concerti con i Mercanti di Liquori, non più di una ventina di date per sperimentare il felicissimo connubio tra un funambolo del teatro civile come Marco Paolini e un gruppo di folk italiano, i Mercanti di Liquori. Parola cantata, recitata, silenziosa. Una nuova data domani sera (gran finale del Mediterranuoro festival) che è soprattutto un percorso per riflettere sul tema dell'acqua e un pugno di testi che vanno da Rodari a Mario Rigoni Stern, da Campana a Erri De Luca. Ma anche un disco, Sputi, che cristallizza un'esperienza dal vivo già passata.

Non è vero signor Paolini?

Certo, il disco mi ha divertito, emozionato. Ma era una fotografia scattata a dicembre dell'anno scorso. Ora lo spettacolo è da un'altra parte. Se non fosse così, starei replicando un simulacro.

Tanti dischi da diversi anni a questa parte altro non sono che prodotti immobili di un supermercato della musica...

Il disco in teoria dovrebbe testimoniare qualcosa che c'è anche prima del disco. La musica mi piace immaginarla come una cosa che si fa, in evoluzione. Oggi c'è un eccesso di attenzione sul prodotto: l'oggetto musica. E quel che vien fuori è irrimediabilmente artefatto. Diventa come un ufo, come un oggetto virtuale che ha la stessa dimensione di un manga o di un gioco della Nintendo.

La soluzione?

Paradossalmente dovremmo cominciare a fare solo musica per videogame. Lasciare che l'ascolto diventi complementare della visione, arrivare a trasformarlo in artificiale fino in fondo. E' dal vivo che si smaschera il gioco. I miti creati dal mercato non reggono dal vivo. Non credo che il mercato sia in crisi, si sta solo cercando di vendere troppa roba, e per chi non si fida neanche di se stesso è difficile fidarsi nel comprare un prodotto tra mille.

Produrre meno musica? Andare meno in giro rinunciando a divulgare il proprio teatro?

Certo. La storia della divulgazione è una bestialità! Altrimenti l'arte diventa come il calcio. Così come non si può giocare cinque volte a settimana, non si può pensare che il teatro sia la replica dello spettacolo precedente, un playback. Non puoi dare mille per mille volte. Per salvaguardare la qualità devi togliere. E' un principio ecologico. Così facendo ci sarebbero meno album, meno concerti. Invece l'industria spinge a produrre coi suoi deliri di onnipotenza, io incluso talvolta.

Chi ti vede in tv ti considera un personaggio ubiquo, a disposizione di telecomando?

Certo, molti si arrabbiano con me perché non trovano posto, non trovano repliche. Chi mi vede in televisione è spesso analfabeta del teatro e della musica, pensa di potermi vedere sempre. Ovunque, ma non si può pensare di moltiplicare all'infinito l'ispirazione. Lo spettacolo dal vivo è civile, appartiene alla polis, ma non è per tutti. E' democratico in un altro senso, ha dei limiti. Ci vuole il senso del limite.

La musica è un linguaggio più semplice di quello teatrale?

Ha un peso specifico diverso. Il teatro può far viaggiare una corazzata, la musica invece viaggia a vela e deve essere costruita con le regole della barca a vela. Se non è in grado di sentire il vento, diventa più stagnante del teatro.

La tua e quella dei Mercanti di Liquori è musica che lambisce territori diversi ogni sera...

E' vero, la scaletta muta ogni giorno, o quasi. Cerchiamo di collegare pezzi tra di loro senza lasciare il respiro dell'applauso, cerchiamo di creare un flusso tra un pezzo musicale e uno di parole. L'ordine viene sconvolto continuamente sulla base del canovaccio. E poi, talvolta lasciamo tra un pezzo e l'atro il silenzio, una dimensione di solito rara. I Mercanti hanno una sensibilità vicina alla mia e quando lavoro con loro non faccio un discorso di generi. I nostri temi nascono come i temi di un film, c'è un andamento, che se componiamo insieme viene da una sorta di drammaturgia della parola. Io ci tengo che quello che si dice sul palco si senta, e loro fanno sì che la musica si senta, e loro fanno sì che la musica non sia la serva di nessuno e che le parole non siano pretesti.

Intervista di Silvia Boschero – L'UNITA' – 22/07/2004



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