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Intervista di Maria Nadotti
– IL SECOLO XIX - 02/06/2001

Intervista a Nomi Klein

Barbie, Coca Cola e altri affini

Per chi continua a sostenere che i giovani sono indifferenti alla politica, consumisti, qualunquisti, l'impatto con la giornalista americana Naomi Klein e con il suo No logo – un formidabile saggio/inchiesta appena pubblicato da Baldini&Castoldi – sarà come un incontro sulla via di damasco. Dove il lettore in questione, sempre che sia disposto a lasciarsi tramortire dall'evidenza, giocherà il ruolo del santo folgorato dalla rivelazione e Klein quello di un moderno dio informato di storia, economia politica e società.

Già, Perché in quattro anni di studio e ricerche, questa giornalista nata nel '69 – in Canada, perché i suoi due americanissimi genitori, non disposti a seguire lo zio Sam nella sua guerra contro i Vietcong, se ne erano andati dagli Stati uniti per evitare il servizio di leva e lui e gli orrori del militarsessismo in voga all'epoca a lei, femminista e filmmaker indipendente – è riuscita a costruire un libro che i comunicati stampa di mezzo mondo hanno definito “la Bibbia dell'antiglobalizzazione” o, più marxianamente, “Il Capitale del movimento anti-corporazioni”.

Il suo libro, tradotto in quattordici lingue e già pubblicato in Canada, Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania, Francia e Italia, in pochi mesi è diventato un simbolo del movimento antiglobalizzazione. Nelle sue pagine, infatti, non c'è solo un'accurata e documentata ricostruzione di malefatte produttive e strategie “persuasive” dei grandi marchi contemporanei – Shell, Mc Donald, Benetton, Nike, Monsanto & Co – ma anche un abbozzo di programma per giovani consumatori/attivisti stanchi di inganni. Tipo “Politica under 30:Istruzioni per l'uso”. Potrebbe essere questo il segreto del suo successo?

No logo è, essenzialmente, una grande inchiesta giornalistica sulla fine della pubblicità. Luogo di seduzione e promessa destinato a trasformare gli individui in soggetti desideranti, quindi in potenziali acquirenti, il linguaggio pubblicitario classico – quello, per intenderci, analizzato da Vance Packard ne “I persuasori occulti” già negli anni Cinquanta – è da tempo del tutto superato. Oggi multinazionali, corporazioni e grandi imprese mirano più in alto: la loro ambizione è di disegnare un intero universo per adulti e di forgiare un unico modello e uno stile di vita uguale ed identico per tutti noi.

Da qui il suo ragionamento sulla scomparsa del “cittadino” come individuo situato, parlante una certa lingua, erede di una tradizione culturale, legato a luoghi, abitudini e consumi specifici, sostituito dal consumatore universale e indifferenziato, che abbocca a campagne tipo “Compro, dunque sono” o “Fly, see and buy”, il veni, vidi et vici della nostra epoca sgangherata.

Sì, ed è una tendenza già in atto, difficile da arrestare. Basti pensare a quanto sta succedendo in Gran Bretagna dove -attraverso una campagna pubblicitaria come quella della “Cool Britannia” – stanno letteralmente rietichettando l'intero paese. Qui in Europa guardate con una certa sufficienza ad alcuni episodi che racconto nel mio libro. Per esempio ho notato che vi fa sorridere sentire del ragazzino americano espulso da scuola Perché, in piena “Giornata della Coca Cola” (per altro sponsor del suo istituto scolastico) si presenta in classe esibendo una T.shirt con il simbolo della Pepsi giusto per andare contro corrente. Vi sembra un dettaglio curioso, ma insignificante. Siete convinti che una cosa del genere da voi non potrebbe mai capitare. Ma allora come si spiega la vittoria di Berlusconi?

Ciò che rende prezioso il suo libro è proprio questo navigare tra alto e basso, macroeconomia e microstorie, dati e documenti anche molto dolorosi e l'indicazione di alcune praticabili vie d'uscita. Attraverso un attento lavoro di tessitura, lei ha portato allo scoperto nessi di solito taciuti.

Sì, perché se si comincia a capire che il pallone o la Barbie con cui giocano i nostri figli sono stati prodotti da piccoli schiavi tailandesi o brasiliani che – pur desiderandoli – non si potrebbero mai permettere di acquistarli al loro prezzo di mercato, non sarà poi difficile capire perché le imprese oggi preferiscano la “volatilità” e “l'invisibilità” alla stanzialità e addirittura al possesso delle strutture produttive, e perché abbiano bisogno di grandi campagne di persuasione per tenere in piedi il loro “modello di sviluppo”. Da lì si potrà poi risalire a ciò che sta succedendo nei mercati del lavoro occidentali, alla disoccupazione giovanile e al tanto lavoro interinale, sommerso, nero che abbiamo intorno. Quindi, e qui sta il bello, si passerà all'individuazione di forme di lotta e di resistenza comuni. Perché, a forza di “marchiare”, le grandi imprese possono provocare un terribile effetto boomerang. Noi, però, non possiamo starcene ad aspettare. Ecco perché credo nel giornalismo militante e sono totalmente a sostegno dei movimenti antiglobalizzazione. A Genova, in luglio, sarò – almeno in spirito – con chi manifesterà contro il G8.

Intervista di Maria Nadotti – IL SECOLO XIX - 02/06/2001