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No logo “Guerra”

Naomi Klein ho preso sul serio la missione che le è precipitata addosso allorché il suo No Logo si trasformò, un paio d'anni fa, da provocatoria indagine sugli scheletri nell'armadio delle corporation, in manifesto comportamentale del movimento anti-globalizzazione. Da allora la Klein gira il mondo, partecipa ai principali appuntamenti dalla rete internazionale dell'antagonismo, sintetizza col suo stile che mescola passione e documentazione gli andamenti di quella che a tutti gli effetti è diventata “la” questione planetaria. Esce in Italia da Baldini & Castoldi Recinti e Finestre: dispacci sulle prime linee del dibattito sulla globalizzazione (pagg.258, € 15,80), una raccolta di articoli e interventi che testimonia questo suo biennio di forsennato attivismo. Abbiamo raggiunto telefonicamente la Klein per commentare insieme la parabola che l'ha collocata sotto i riflettori dell'attenzione pubblica mondiale e questa sua capacità comunicativa che descrive efficacemente la modernità come un alternarsi di recinti, ovvero di barriere insuperabili che dividono e difendono (ad esempio difendono i ricchi dalla minaccia, dalla presenza, perfino dalla visione dei poveri) e di finestre, le aperture, in certi casi soltanto le fessure, attraverso le quali può ancora transitare un qualche flusso d'opportunità.

Dove si trova in questo momento?

Sono in Argentina. Ci sono tornata dopo la prima visita di un anno fa, in coincidenza dell'esplodere della crisi economica e dei disordini popolari. Sono tornata per realizzare un documentario sulle elezioni politiche e sugli scenari sociali che da esse dipendono. Ma niente pare più sicuro da queste parti. Compresa la data delle elezioni, che continua a cambiare. Adesso si parla del 25 maggio. Aspetterò fino ad allora. Del resto c'è così tanto da vedere e analizzare. Fin dai tempi della rivolta del 2002 ho pensato che un gran numero delle questioni sollevate dal movimento no-global qui in Argentina assumessero un'accelerazione, si estremizzassero fino a diventare autentici stereotipi, perfettamente descrittivi. Dei casi flagranti, di fronte ai quali non si può restare indifferenti. Qui il fallimento del nuovo liberismo economico viaggia a doppia velocità, così come il disastro dell'organizzazione sociale che su di esso si è tentato di basare. Un paese in via di sviluppo stava raggiungendo il sogno dell'avvento di una grande middle class. Poi è arrivato questo terremoto e tutto è tornato a squilibrarsi, con oscillazioni minacciose come solo un'economia neoliberista può provocare. Ed eccoci a fronteggiare l'eventualità di una brasilificazione dell'Argentina, sul limitare del caos. E tutto è successo in modo drammatico è velocissimo. Le risposte però sono state estremamente creative. Buenos Aires oggi è un vero laboratorio. Si stanno cercando le strade per una possibile nuova democrazia. La metropoli si sta reinventando. E' al tempo stesso instabile, pericolosa, vivacissima.

Su cosa sta centrando la sua attenzione?

Su questo vedermi circondata da esperimenti interessantissimi anche se frammentari. L'impressione generale è quella di un azzeramento, dopo il quale si comincia a ricostruire, senza però che la comunità abbia ancora raggiunto un vero accordo sulle strade da seguire. Non c'è una visione unificata di cosa dovrebbe diventare il paese. Ci sono grandi spaccature e tutto è all'insegna della spontaneità. Il sistema privato è crollato e farlo ripartire si sta rivelando tutt'altro che facile. Ad esempio è straordinario il fenomeno che sta prendendo corpo sempre più massicciamente nelle fabbriche, le stesse che mesi fa, al culmine della crisi hanno cominciato a chiudere per le motivazioni più diverse. Gli operai – prima in due o tre fabbriche, ora in dozzine e dozzine – hanno cominciato a rifiutarsi di lasciare il posto di lavoro. Si sono barricati dentro gli stabilimenti e alla bella e meglio hanno continuato la produzione. Una specie di sciopero all'incontrario. Non accettavano di rinunciare. E queste aziende, in qualche modo, non sono morte. Così tutto attorno a loro è nata una catena di solidarietà che ha permesso che gli esperimenti reggessero. Sono spuntate cucine da campo, infermerie, punto d'incontro con le famiglie. Se ci pensi è pazzesco, nel 2003. Come è pazzesco che in un paese tra i principali produttori ed esportatori mondiali di cibo, in questo momento si muoia di fame. Ogni giorno in Argentina 27 bambini muoiono di fame. Esattamente nel paese che continua a produrre le bistecche più famose del mondo. Sula faccenda qui sono perfino capaci di scherzare, dicendo che negli anni Settanta la politica era qualcosa che veniva dal cervello e scendeva giù negli altri organi del corpo, per governarli e condizionarli. Oggi sono gli organi a comandare, a cominciare dallo stomaco. E le sue direttive salgono su fino al cervello. C'è poco da star tranquilli a fare politica su uno sfondo di questo genere.

Dal resto in “No logo”, e ora in “Recinti e Finestre”, utilizza il cibo come snodo principale del dibattito – ma anche dello scontro...

E' la base di tutto. Triste a dirsi. Quando sei povero ogni bisogno è fatto di dolore. I movimenti sociali oggi partono esattamente di qui. Ci si comincia a organizzare partendo dal cibo, magari da una cucina collettiva. Avere il pane. La teoria, al confronto, diventa trasparente, invisibile, a tratti del tutto inutile. E qui in Argentina la questione è all'ordine del giorno. Si muore di fame e i camion che trasportano cibo vengono assaltati. E' una crisi spirituale profonda, una di quelle nelle quali spesso hanno affondato le mani varie forme di fondamentalismo.

Quali echi arrivano a Buenos Aires dei venti di guerra che scuotono il mondo e come li mette in relazione col movimento no-global di cui è stata tra le promotrici in un momento in cui il pacifismo ancora non aveva assunto la centralità che ha oggi?

A metà febbraio, quando il mondo ha protestato contro la guerra, io sono andata alla manifestazione qui a Baires. C'erano 20mila persone, non poche se pensi alla crisi interna che questo posto sta passando. Ma se penso alla questione in termini più ampi, dirò che oggi movimento pacifista e movimento no global potrebbero rappresentare una possibile dicotomia. Può essere pericoloso che i due movimenti si confondano l'uno nell'altro. La guerra al terrore è anche una guerra contro la possibilità di alcuni popoli di difendere i propri diritti. Intendo che quella definizione può essere anche utilizzata per impedire alla gente di difendersi. E credo che si debba combattere la guerra ma che si debba combattere il diritto di combattere per i propri diritti. Un tempo bastava dire : No War. Oggi il discorso mi sembra più complesso. Il 12 settembre 2001 ho capito che si stava aprendo una strada nuova, difficile, dove l'unico dato positivo era che sicuramente avremmo cominciato a conoscerci meglio sul piano globale.

In pratica esprime uno scetticismo assoluto sull'utilizzo stesso che oggi si fa della parola “guerra”.

Io credo che “guerra al terrorismo” oggi sia un marchio di mercato. La sua edificazione, la progressiva propagazione, il flusso di informazioni, il crescendo delle prese di posizione del potere, sono gli stessi del procedimento di commercializzazione di un prodotto. L'unica differenza è che in questo caso invece di vendere una merce si vende un'idea. Dai tempi di No Logo ragiono su questi aspetti del contemporaneo. E ora parlo proprio di questo dichiarare genericamente “guerra al terrorismo” senza mai precisare fino in fondo le ragioni della guerra, il campo di battaglia, il tempo e l'identità circoscritta del nemico. Così si genera un'idea fluttuante di “guerra”, che può essere modificata in corsa, così come può essere modificata la strategia di vendita di un prodotto. Ad esempio negli ultimi mesi si è esteso il concetto generico di “guerra al terrorismo”, trasformandolo in “guerra all'Iraq”, un concetto differente da quello originale. In sostanza “guerra al terrorismo” è un marchio che d'ora in avanti potrà essere utilizzato per scenari diversi, di volta in volta aggiungendo nuovi slogan o aggiornando i vecchi. Difficile non credere cha alla base dell'intera . Non ci sia una precisa consapevolezza: si è varato in laboratorio un sofisticato concetto di diffusione di un prodotto, seguendo le regole del mercato. Il prodotto si chiama “guerra al terrorismo” e il suo posto è esattamente al centro di tutti gli scaffali mediatici...

In pratica si è messa in circolo un'idea-base di “guerra” e di volta in volta si aggiungono gli accessori destinati a influenzare la mentalità del pubblico e ad aggiornarla...

Sì, tenendo presente come cambiano le opinioni e quali sono gli andamenti della qualità della vita. Proprio secondo quel concetto di “elasticità” da cui parte la buona vendita di un prodotto sul lungo termine.

Un tema di grande rilievo nel nuovo libro è l'ossessione per la sicurezza.

Credo sia un'altra nicchia di nuovo mercato destinato a straordinaria espansione nell'immediato futuro. Qui in Argentina sotto la dittatura si aveva paura di tutto, a cominciare dai vicini, che una spiata potevano mettere a rischio la tua stessa vita. Quando si è tornati alla democrazia la gente ha cominciato a uscire di casa e a scoprire il piacere di comunicare. Si è compreso che conoscersi è il miglior sistema di sicurezza che esista. Proteggersi a vicenda. Oggi l'isteria a tornata alle stelle. Con l'instabilità son tornati i vecchi terrori. I rapimenti sono all'ordine del giorno. I politici fanno campagna elettorale sulla sicurezza. La paura c'è, si sente.

Un'ultima risposta da quell'osservatorio privilegiato: intravede un futuro sociale improntato a una politica tradizionale, partitica, con un nucleo statale e sbocchi internazionali?

Credo che i partiti possano sopravvivere solo in forma di reti, concreta espressione di un fortissimo senso d'interconnessione. Terminali di una democrazia partecipativa accentuata. Ma ciò che più m'interessa sono le politiche locali. Dare a tutti il modo di osservare i risultati diretti della democrazia. Può essere un'esperienza esaltante e il suo vero nome è “coinvolgimento”. Città come realtà visibili. Lula in Brasile sembrava andare su questa strada, ma appena arrivato in vetta il suo desiderio di democrazia partecipativa mi sembra si stia già annacquando. Sono le malattie del potere.

Intervista di Stefano Pistolini – L'UNITA' – '7/03/2003