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 Il
cimitero in fondo al mare Prova
del naufragio fantasma GIOVANNI MARIA
BELLU
PORTOPALO
- Abbiamo trovato la nave del "naufragio fantasma".
Nord: 36, 25', 31''; est: 14, 54', 34'', acque internazionali a
diciannove miglia da Portopalo di Capo Passero, estremo lembo
meridionale della Sicilia e dell'Italia. Abbiamo scoperto il più
grande cimitero del Mediterraneo: decine e decine di scheletri
avvolti negli stracci a 108 metri di profondità, nel punto
del Canale di Sicilia dove da anni i pescherecci di Portopalo non
andavano più per non rischiare di lacerare le paranze.
Il relitto, un barcone di legno dentro il quale ci sono
ancora dei cadaveri, era proprio là. Abbiamo filmato e
fotografato le falle che alle tre del mattino del 26 dicembre del
1996 lo mandarono a picco col suo carico umano: 283 clandestini
indiani, pakistani e cingalesi di etnìa tamil. La prua è
spezzata come da un terribile colpo di maglio, la fiancata destra
è squarciata che nemmeno un colpo di cannone. Avevano
ragione i pochi sopravvissuti sbarcati dai trafficanti di uomini
sulle coste della Grecia alle vigilia di Capodanno: qui, tra la
Sicilia e Malta, era avvenuta la più grave sciagura navale
del Mediterraneo dalla fine della seconda guerra mondiale. "Il
presunto naufragio", secondo le nostre autorità
marittime che hanno trattato la vicenda come una leggenda di
pescatori. "Il presunto naufragio", scriveva nel maggio
del 1997, cinque mesi dopo, il nostro ministero degli Esteri in
una lettera all'ambasciata pakistana.
Si
chiama Rov (Remotely operated vehicle). E' una sfera di
plexiglass e di plastica gialla. Dentro c'è una
telecamera, all'esterno piccole eliche che, dal ponte della nave,
consentono a un pilota di dare al robot la direzione voluta. Ora
il Rov sorvola il fondale di fango giallo ocra che sembra la
superficie della luna, solo che i crateri sono le tane dei
gamberi. Ogni tanto fa una capriola e sul monitor il giallo sfuma
nell'azzurro del mare. Altre volte tocca il fondale sollevando
piccoli tornado di fango. Ha vagato già per un quarto
d'ora, il Rov, quando inquadra un essere marino dalla forma mai
vista. Una scarpa. Da ginnastica. Si ferma, la scruta per un po',
riprende il volo. I fari illuminano una remota foschia di
plancton dentro la quale s'intravvede un rilievo. E' un sari di
tessuto damascato e leggero che lassù deve aver vibrato al
più piccolo alito di vento e che ora invece è
fermo, come inamidato, ed è strano che i motori del Rov
spostino le stelle marine più grosse ma non questo sari
adagiato sul fondo del Canale di Sicilia. E che anche quei jeans
che compaiono poco lontano si muovano appena quando il Rov va a
sbatterci contro. C'è qualcosa che li tiene. Dalla vita
spunta un bastone bianco e nodoso. E' la testa di un femore.
Ci
sono corpi che comunicano una lotta feroce con la morte. Sono le
camicie e i pantaloni con le braccia e le gambe aperte, con la
posa del pugile steso sul ring. Ce ne sono altri, e sono i più,
che raccontano la paura impotente, l'orrore. E questi fai fatica
a individuarli come corpi umani perchè sono fagotti di
stracci chiusi in posizione fetale. In comune, gli uni e gli
altri, hanno l'assenza della testa. Il mare ha decapitato tutte
le vittime del naufragio di Natale. Ma quando il Rov sorvola
l'"area cimiteriale", noti che spesso ai crateri dei
gamberi s'alternano piccoli rilievi, mezze sfere coperte di
fango. Se il parroco di Portopalo avesse visto tutto questo non
avrebbe detto che il mare è un luogo di pace "quanto
e forse anche più della terra".
Il Rov sembra
smarrito. Non sa da che parte girarsi. Finchè ha sorvolato
il fondale lunare è andato avanti spedito, come un piccolo
ricognitore in volo tattico. Ora ha tante cose da guardare . I
mucchi di ossa e di stracci sono più fitti, più
vicini tra loro. E poi compaiono oggetti diversi: una grossa
paratia, un parabordo spaccato in due, una valigia, una piccola
borsa da donna. E altre scarpe, di tutte le fogge, anche se
prevalgono quelle da ginnastica, le più comode ed
economiche per chi deve affrontare un lungo viaggio. Sicuramente
anche Anpalagàn le calzava.
***
Se un giorno
qualcuno, ignorando il fatto che questo è mare di nessuno,
deciderà di intervenire per raccogliere i resti delle
vittime e dar loro sepoltura, allora tutti dovranno dire che è
stato Anpalagan Ganeshu, 17 anni, da Chawchsceri, zona tamil
dello Sri Lanka, a liberare dalla prigione del mare i suoi
compagni di sventura. Fino poco tempo fa, Anpalagan era come uno
di loro: uno scheletro tenuto assieme da un paio di jeans e una t
shirt. Verso la fine dello scorso aprile è stato preso in
pieno da una paranza e forse anche dal divaricatore della rete:
un quintale di legno bordato di ferro che deve aver fatto a pezzi
i suoi poveri resti. Ma la carta d'identità plasticata,
che già aveva sopportato quattro anni e mezzo di mare, ha
resistito anche a quell'ultima violenza ed è ricaduta sul
ponte. Un pescatore l'ha raccolta.
Strana storia.
Nelle settimane dopo il naufragio, i pescatori di Portopalo nelle
loro reti trovavano i cadaveri ancora intatti e li ributtavano in
mare per evitare di perder tempo con la capitaneria di Porto. Ma
alla fine è stato proprio uno di loro a raccogliere e
consegnare il messaggio di Anpalagan, a farlo pubblicare sul
nostro giornale, a farlo circolare nelle comunità tamil, a
farlo giungere ai parenti di Anpalagan che, una settimana fa,
hanno dato la conferma definitiva del fatto che in quel punto
c'era la nave scomparsa: il ragazzo era tra i passeggeri.
ll
fondale di fango è un gigantesco canale sottomarino che
unisce la Sicilia e Malta. Decine di miglia di deserto lunare
interrotte solo da qualche solco di rete a strascico. Gli scogli
sono lontanissimi e quell'ombra che ora il Rov illumina
debolmente ti pare uno scherzo geologico, un faraglione
subacqueo, finchè non noti i contorni netti dei manufatti
umani. Il relitto della "nave fantasma" si materializza
nel mezzo d'un caos di stracci e di legni, di tubi e di poveri
oggetti. La luce dei fari fa fuggire le cernie e i gronghi che vi
hanno da tempo fatto tana, resta solo, come inebetito, un grosso
scorfano rosso che ha il muso attaccato a una scarpa, come se
volesse baciarla. Vola il Rov sul ponte, dondola su una botola
quadrata, plana lentamente puntando i fari verso l'interno. Si
ferma. Quattro giorni dopo la tragedia, i superstiti raccontavano
alla polizia greca d'una bara bianca galleggiante di diciotto
metri per quattro giunta da Malta.
Il
Rov ora torna giù, verso la chiglia, scruta la prua
ferita, ne scopre un pezzo che, staccato del tutto, giace nel
fango qualche metro più in là. Si sposta sulla
fiancata destra, incrocia una rete da paranza - proprio come
dicevano i pescatori - impigliata sullo squarcio prodotto quella
notte dalla prua della "Iohan". Qua la nave è in
sezione, come una casa per le bambole: distingui le paratie che
separavano le celle del pesce. Risale, aggira la cabina di
comando, sorvola la poppa. C'è, in un punto dove la
fiancata è integra, un portellone chiuso. Raccontavano i
superstiti che mentre la nave andava a picco, sentivano i lamenti
di chi, da giù, spingeva per uscire. Ma i portelloni erano
bloccati dal peso di chi, sul ponte, non aveva il coraggio di
buttarsi in mare o sperava di agguantare qualcuna delle cime alla
fine lanciate dalla "Iohan". Il portellone accanto,
invece, è aperto. Il faro adesso lo illumina dall'alto:
dentro la cella ci sono ancora due corpi che dondolano, con le
braccia aperte, come crocefissi.

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 Naufragio,
appello dei Nobel "Ora recuperate quei corpi"
ROMA
- Adesso i familiari delle vittime del naufragio di Natale non
sono più soli. Quattro premi Nobel - Renato Dulbecco,
Dario Fo, Rita Levi Montalcini e Carlo Rubbia - chiedono che
l'Italia si adoperi per dare sepoltura ai morti. I presidenti del
Parlamento europeo, Nicole Fontaine, e della Commissione, Romani
Prodi, dichiarano che la tragedia denunciata da "Repubblica"
deve spingere gli Stati dell'Unione a darsi una comune politica
dell'immigrazione. E il mondo politico italiano si interroga
sulle proprie responsabilità.
Dice Nicole
Fontaine: "Se si tratta veramente di un naufragio con
traffico di esseri umani, se questa informazione è
confermata, allora si tratta di una cosa orribile. E non sarebbe
la prima volta che questo genere di dramma accade". Ricorda,
la presidente del Parlamento europeo, il dramma di Douvres, il
naufragio dei clandestini sulla costa del Midi francese: "La
risposta dell'Unione europea deve essere una vera politica
dell'immigrazione. Con il trattato di Amsterdam, le basi
giuridiche per lottare contro questi fenomeni ci sono, ma occorre
la volontà politica. Spero che i Quindici sappiano
prendere decisioni il più presto possibile e innanzitutto
che organizzino una repressione accresciuta e armonizzata dei
traffici di essere umani".
E' quanto dice anche Ana
Liria Franch, rappresentante in Italia dell'alto commissariato
delle Nazioni Unite per i rifugiati: "Tragedie come questa
lasciano senza parole. E' necessario che ci sia una maggiore
riflessione politica sulle cause che stanno alla base di tali
spostamenti indotti e che si agisca di conseguenza. Ed è
anche necessario trovare nuovi modi per regolare il movimento
globale di persone e per sottrarre gente innocente a quanti
speculano sulla sofferenza umana".
Dolore. Orrore.
Sono queste le parole più usate. Dice il ministro
dell'Interno, Claudio Scajola: "Non voglio parlare come
politico ma come uomo. Vedere quelle fotografie stamane mi ha
fatto un enorme effetto. E ho pensato che il mondo dei paesi
ricchi ha ancora molto da fare per evitare che simili tragedie si
ripetano". E Livia Turco, ex ministro della solidarietà
sociale: "Provo un sentimento di dolore profondo e di
sgomento. So bene che come governo di centrosinistra non siamo
colpevoli perché abbiamo fatto una buona legge, ma questa
vicenda deve servire da monito: non bisogna mai dimenticare che
sono in gioco vite umane".
Il governo dell'epoca è
invece, secondo Gian Paolo Landi di Chiavenna, responsabile
immigrazione di An, colpevole di una "sottovalutazione
gravissima". Anche secondo il parlamentare di Rifondazione
comunista Giovanni Russo Spena, che chiede l'avvio di una
indagine internazionale, "le responsabilità politiche
e governative sono chiarissime". Nel gennaio del 1997, quasi
tutto il mondo politico tacque davanti ai terrificanti racconti
dei sopravvissuti. Tra i pochi a interessarsi della tragedia, la
senatrice Tana De Zulueta che presentò una interrogazione
parlamentare in cui chiedeva di fare luce "su quello che già
appariva il più grave disastro marittimo avvenuto nel
Mediterraneo dopo l'ultima guerra".
Secondo Tana De
Zulueta, che è una giornalista, anche i mezzi
d'informazione hanno avuto delle responsabilità. Se ci
fosse stata più attenzione, dice, "la comunità
di Capo Passero non avrebbe fatto passare sotto silenzio il
ritrovamento dei corpi degli annegati consentendo un recupero
tempestivo del relitto". Lunedì, presenterà
una interrogazione per chiedere il recupero delle vittime.
(16
giugno 2001) LA REPUBBLICA
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Dicevano di averla osservata con immediata preoccupazione dal
ponte della grossa motonave, la "Iohan", che da
Alessandria d'Egitto li aveva condotti fino a quel punto del
Mediterraneo. Sarebbero dovuti salire lì, col mare in
tempesta, per arrivare fino alle coste italiane delle quali si
scorgeva, e molto lontana, solo qualche debole luce. Con rabbia
spiegavano che in molti avevano tentato di rifiutare il
trasbordo, ma erano stati convinti con le armi dal comandante, un
libanese ubriaco. Dicevano che i loro compagni erano stati
costretti a entrare a uno a uno in un buco che conduceva alle
celle del pesce. Per questo, infatti, quella barca maltese era
usata normalmente.
Ecco qua l'ingresso della bara. Il faro
dall'esterno ne illumina tutte le pareti. Poi si volta, punta
verso la cabina di comando. E sembra di vederlo Marcel Barbara,
comandante maltese, complice dei criminali della "Iohan",
quando si accorge che il carico è accessivo, che le onde
coprono la sua bagnarola. Vira di centottanta, punta la prua
verso l'"ammiraglia", chiede aiuto. E la "Iohan"
manda le macchine al massimo, sembra che arrivi in soccorso. Lo
schianto è devastante.
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Il
Rov ora torna giù, verso la chiglia, scruta la prua
ferita, ne scopre un pezzo che, staccato del tutto, giace nel
fango qualche metro più in là. Si sposta sulla
fiancata destra, incrocia una rete da paranza - proprio come
dicevano i pescatori - impigliata sullo squarcio prodotto quella
notte dalla prua della "Iohan". Qua la nave è in
sezione, come una casa per le bambole: distingui le paratie che
separavano le celle del pesce. Risale, aggira la cabina di
comando, sorvola la poppa. C'è, in un punto dove la
fiancata è integra, un portellone chiuso. Raccontavano i
superstiti che mentre la nave andava a picco, sentivano i lamenti
di chi, da giù, spingeva per uscire. Ma i portelloni erano
bloccati dal peso di chi, sul ponte, non aveva il coraggio di
buttarsi in mare o sperava di agguantare qualcuna delle cime alla
fine lanciate dalla "Iohan". Il portellone accanto,
invece, è aperto. Il faro adesso lo illumina dall'alto:
dentro la cella ci sono ancora due corpi che dondolano, con le
braccia aperte, come crocefissi.
(15 giugno 2001)
sta in repubblica.it

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