raccolta di articoli

LA NAVE FANTASMA
Le navi fantasma fanno parte dell'immaginario di chi ama l'avventura per mare.
Ma questa nave, che giace nei fondali del mediterraneo col suo carico umano, assieme a chissà quante altre, è un incubo per quanti ancora provano sentimenti di umana pietà e si interrogano sul mondo.



LA NAVE FANTASMA
Le vittime furono 283. Per anni il disastro è stato negato ma dopo l'inchiesta de La Repubblica nessuno può più disconoscere la realtà.

Il cimitero in fondo al mare

Prova del naufragio fantasma
GIOVANNI MARIA BELLU
LA REPUBBLICA
15 giugno 2001

La vergogna negli abissi
di TAHAR BEN JELLOUN

Trovato il cimitero sul fondo del mare

Naufragio, appello dei Nobel "Ora recuperate quei corpi"

Individuata la "nave fantasma"
in mare un cimitero per 283 persone
CNN italia

"Sul naufragio
troppe omissioni"

ATTILIO BOLZONI

LA REPUBBLICA, 17 giugno 2001

Immigrazione clandestina
quattro anni di sciagure
CNN italia Ansa

Trovato il cimitero
sul fondo del mare

Il "presunto naufragio" è accaduto realmente. A testimoniarlo ci sono ora, inconfutabili, le immagini: resti umani, scarpe, borse da viaggio, e il "peschereccio fantasma", adagiato a 108 metri di profondità, a 19 miglia da Portopalo di Capopassero, in acque internazionali. Si trova lì dal 26 dicembre 1996, quando la "Iohan", carica di migranti pakistani, indiani e cingalesi tamil speronò per errore il piccolo peschereccio su cui erano trasbordate 283 persone. Lo hanno ripetuto per anni i sopravvissuti al naufragio, ma nessuno gli ha mai creduto dopo 20 giorni di perlustrazioni andate a vuoto. Ora le sconvolgenti immagini registrate da un robot subacqueo affittato dal quotidiano La Repubblica fanno finalmente chiarezza e restituiscono a chi non ha mai voluto vedere il più grande cimitero del mare.
Sta in IL MANIFESTO, 16 Giugno 2001


La vergogna degli abissi
di TAHAR BEN JELLOUN

SE IL mare fosse un libro, alcune pagine sarebbero bianche, cancellate dalla vergogna. Non vi si leggerebbe nessuna storia, ma si intuirebbe qualche tragedia come quella avvenuta la notte del 26 dicembre 1996. Una notte di preghiera e di pace, una notte di festa. Ma a volte il destino è infedele alla vita, e allora si parla di sviste, di errori.

A meno di essere fatalisti, ci si può rifiutare di pensare che il giovane cingalese (di etnia tamil) Anpalagan Ganeshu, nato il 12 aprile 1979, e suo fratello Arulalagan fossero nati per essere divorati dai pesci delle coste italiane. La stessa sorte ebbero altre 281 persone, clandestini dello Sri Lanka, dell'India e del Pakistan.

La vergogna bianca viene da quello che l'uomo è capace di fare all'uomo.

Tutte le storie di clandestini, che provengano dall'Asia o dall'Africa, sono storie di imbrogli, truffe e schiavitù. Si è saputo che il costo del viaggio era di 5000 dollari a persona. Il trafficante - o i trafficanti - deve aver intascato quasi un milione e mezzo di dollari. Cinquemila dollari per morire, per andare a offrire il proprio corpo ai pesci affamati, per lasciarsi decomporre un pezzo dopo l'altro. Questa volta il mare della vergogna ha parlato: ha restituito alcuni corpi, certi interi e in condizioni spaventose, altri pezzo dopo pezzo. E poi ha restituito anche una carta d'identità plastificata. Un corpo del reato per mettere fine ai dinieghi, al rifiuto di vedere e di credere che il naufragio avesse davvero avuto luogo, per provare che non si trattava di un fantasma o di una diceria natalizia

Che cosa rimane di un volto divorato dai pesci? Carne avvizzita dal sale dell'acqua, pelle ridotta a una sottile membrana? Che cosa rimane di un corpo che non è più un corpo, di quello che è stato uomo, una memoria, desideri e speranze? Il mare non dice tutto. È spietato e ingoia tutto.

A cosa assomiglia un corpo che ha passato più di una settimana in fondo al mare? Alla cattiva coscienza? Alla maschera dell'indifferenza? A una descrizione di Boccaccio o a un dipinto di Bacon che illustra la miseria e la crudeltà umana?
Un corpo che è stato a lungo in mare, straziato dall'acqua e dagli squali, un corpo che ha nutrito pesci che poi saranno nei nostri piatti, non assomiglia più a niente, ma ci ricorda che l'uomo è più perverso, più brutale dello squalo.
"È così che vivono gli uomini?" si chiedeva Louis Aragon durante gli anni della resistenza contro l'occupazione tedesca in Francia.

Ma che cosa sono diventati, gli uomini, per vivere della morte dei loro simili? Non è una novità, ma stupisce sempre vedere che i rapaci non si fermano davanti a nulla.

Si è saputo che Anpalagan e suo fratello erano attesi in terra italiana da uno zio, il quale non osa dire a sua sorella, la madre dei due giovani, quello che è successo. Per la madre hanno realizzato il loro sogno: andare in Europa per lavorare e vivere in pace, dopo aver sfuggito la guerra e la carestia.
Come dice lo zio, "Anpalagan è un ragazzo vivace e affettuoso, dotato di una grande capacità di imparare e di lavorare". Per la madre, i figli sono dall'altra parte del mare e un giorno torneranno a trovarla, le porteranno dei doni e le daranno una parte dei loro guadagni come usa dalle loro parti. Lei aspetta, sorride pensando a loro e sa che sono bravi ragazzi. Ovviamente non c'è mai stato nessun naufragio.

Che naufragio? Le imbarcazioni non naufragano mai la sera di Natale, lo sanno tutti. Dio non lo permette, né il Dio dei Cristiani né lo Spirito che guida i Cingalesi.
Mentre quella madre aspetta i suoi figli, altre madri vendono tutto quello che trovano perché i loro figli possano emigrare. Madri del Marocco, del Senegal, del Mali, del Pakistan, dello Sri Lanka, di tutti i paesi del mondo in cui la miseria ha fatto degli strappi nelle coscienze.

Ci si accanisce contro i clandestini, quelli che riescono a salvare la pelle. Ma che cosa si fa contro i trafficanti, i mafiosi, i lupi rabbiosi, quelli che restano nell'ombra, quelli che rimangono sulla riva quando la piccola barca sovraffollata prende il largo in una notte buia e naviga verso la morte, o meglio verso coste sorvegliate dai gendarmi e dai cani?
Il libro del mare è il registro di un cimitero marino che non ingoia più i pirati, come succedeva una volta, ma le loro vittime.

Quattro anni dopo, questa tragedia è stata resa pubblica da questo giornale. Dal fantasma si passa alla realtà e ai fatti accertati.

Che fare, dunque, perché questi fatti non si ripetano più? Tocca all'Europa dal volto umano, e non all'Europa dei tecnocrati cinici e affaristi, avviare al più presto una nuova politica di cooperazione e di immigrazione legale da definire con quei paesi del Sud e dell'Est che bussano alle sue porte e che spesso ricevono soltanto risposte di morte.

(Traduzione di Elda Volterrani)

(15 giugno 2001) sta in ARCHIVIO, Repubblica.it


Il cimitero in fondo al mare
Prova del naufragio fantasma
GIOVANNI MARIA BELLU

PORTOPALO - Abbiamo trovato la nave del "naufragio fantasma". Nord: 36, 25', 31''; est: 14, 54', 34'', acque internazionali a diciannove miglia da Portopalo di Capo Passero, estremo lembo meridionale della Sicilia e dell'Italia. Abbiamo scoperto il più grande cimitero del Mediterraneo: decine e decine di scheletri avvolti negli stracci a 108 metri di profondità, nel punto del Canale di Sicilia dove da anni i pescherecci di Portopalo non andavano più per non rischiare di lacerare le paranze.

Il relitto, un barcone di legno dentro il quale ci sono ancora dei cadaveri, era proprio là. Abbiamo filmato e fotografato le falle che alle tre del mattino del 26 dicembre del 1996 lo mandarono a picco col suo carico umano: 283 clandestini indiani, pakistani e cingalesi di etnìa tamil. La prua è spezzata come da un terribile colpo di maglio, la fiancata destra è squarciata che nemmeno un colpo di cannone. Avevano ragione i pochi sopravvissuti sbarcati dai trafficanti di uomini sulle coste della Grecia alle vigilia di Capodanno: qui, tra la Sicilia e Malta, era avvenuta la più grave sciagura navale del Mediterraneo dalla fine della seconda guerra mondiale. "Il presunto naufragio", secondo le nostre autorità marittime che hanno trattato la vicenda come una leggenda di pescatori. "Il presunto naufragio", scriveva nel maggio del 1997, cinque mesi dopo, il nostro ministero degli Esteri in una lettera all'ambasciata pakistana.

Si chiama Rov (Remotely operated vehicle). E' una sfera di plexiglass e di plastica gialla. Dentro c'è una telecamera, all'esterno piccole eliche che, dal ponte della nave, consentono a un pilota di dare al robot la direzione voluta. Ora il Rov sorvola il fondale di fango giallo ocra che sembra la superficie della luna, solo che i crateri sono le tane dei gamberi. Ogni tanto fa una capriola e sul monitor il giallo sfuma nell'azzurro del mare. Altre volte tocca il fondale sollevando piccoli tornado di fango. Ha vagato già per un quarto d'ora, il Rov, quando inquadra un essere marino dalla forma mai vista. Una scarpa. Da ginnastica. Si ferma, la scruta per un po', riprende il volo. I fari illuminano una remota foschia di plancton dentro la quale s'intravvede un rilievo. E' un sari di tessuto damascato e leggero che lassù deve aver vibrato al più piccolo alito di vento e che ora invece è fermo, come inamidato, ed è strano che i motori del Rov spostino le stelle marine più grosse ma non questo sari adagiato sul fondo del Canale di Sicilia. E che anche quei jeans che compaiono poco lontano si muovano appena quando il Rov va a sbatterci contro. C'è qualcosa che li tiene. Dalla vita spunta un bastone bianco e nodoso. E' la testa di un femore.

Ci sono corpi che comunicano una lotta feroce con la morte. Sono le camicie e i pantaloni con le braccia e le gambe aperte, con la posa del pugile steso sul ring. Ce ne sono altri, e sono i più, che raccontano la paura impotente, l'orrore. E questi fai fatica a individuarli come corpi umani perchè sono fagotti di stracci chiusi in posizione fetale. In comune, gli uni e gli altri, hanno l'assenza della testa. Il mare ha decapitato tutte le vittime del naufragio di Natale. Ma quando il Rov sorvola l'"area cimiteriale", noti che spesso ai crateri dei gamberi s'alternano piccoli rilievi, mezze sfere coperte di fango. Se il parroco di Portopalo avesse visto tutto questo non avrebbe detto che il mare è un luogo di pace "quanto e forse anche più della terra".

Il Rov sembra smarrito. Non sa da che parte girarsi. Finchè ha sorvolato il fondale lunare è andato avanti spedito, come un piccolo ricognitore in volo tattico. Ora ha tante cose da guardare . I mucchi di ossa e di stracci sono più fitti, più vicini tra loro. E poi compaiono oggetti diversi: una grossa paratia, un parabordo spaccato in due, una valigia, una piccola borsa da donna. E altre scarpe, di tutte le fogge, anche se prevalgono quelle da ginnastica, le più comode ed economiche per chi deve affrontare un lungo viaggio. Sicuramente anche Anpalagàn le calzava.

***

Se un giorno qualcuno, ignorando il fatto che questo è mare di nessuno, deciderà di intervenire per raccogliere i resti delle vittime e dar loro sepoltura, allora tutti dovranno dire che è stato Anpalagan Ganeshu, 17 anni, da Chawchsceri, zona tamil dello Sri Lanka, a liberare dalla prigione del mare i suoi compagni di sventura. Fino poco tempo fa, Anpalagan era come uno di loro: uno scheletro tenuto assieme da un paio di jeans e una t shirt. Verso la fine dello scorso aprile è stato preso in pieno da una paranza e forse anche dal divaricatore della rete: un quintale di legno bordato di ferro che deve aver fatto a pezzi i suoi poveri resti. Ma la carta d'identità plasticata, che già aveva sopportato quattro anni e mezzo di mare, ha resistito anche a quell'ultima violenza ed è ricaduta sul ponte.
Un pescatore l'ha raccolta.

Strana storia. Nelle settimane dopo il naufragio, i pescatori di Portopalo nelle loro reti trovavano i cadaveri ancora intatti e li ributtavano in mare per evitare di perder tempo con la capitaneria di Porto. Ma alla fine è stato proprio uno di loro a raccogliere e consegnare il messaggio di Anpalagan, a farlo pubblicare sul nostro giornale, a farlo circolare nelle comunità tamil, a farlo giungere ai parenti di Anpalagan che, una settimana fa, hanno dato la conferma definitiva del fatto che in quel punto c'era la nave scomparsa: il ragazzo era tra i passeggeri.

ll fondale di fango è un gigantesco canale sottomarino che unisce la Sicilia e Malta. Decine di miglia di deserto lunare interrotte solo da qualche solco di rete a strascico. Gli scogli sono lontanissimi e quell'ombra che ora il Rov illumina debolmente ti pare uno scherzo geologico, un faraglione subacqueo, finchè non noti i contorni netti dei manufatti umani. Il relitto della "nave fantasma" si materializza nel mezzo d'un caos di stracci e di legni, di tubi e di poveri oggetti. La luce dei fari fa fuggire le cernie e i gronghi che vi hanno da tempo fatto tana, resta solo, come inebetito, un grosso scorfano rosso che ha il muso attaccato a una scarpa, come se volesse baciarla.
Vola il Rov sul ponte, dondola su una botola quadrata, plana lentamente puntando i fari verso l'interno. Si ferma. Quattro giorni dopo la tragedia, i superstiti raccontavano alla polizia greca d'una bara bianca galleggiante di diciotto metri per quattro giunta da Malta.

Il Rov ora torna giù, verso la chiglia, scruta la prua ferita, ne scopre un pezzo che, staccato del tutto, giace nel fango qualche metro più in là. Si sposta sulla fiancata destra, incrocia una rete da paranza - proprio come dicevano i pescatori - impigliata sullo squarcio prodotto quella notte dalla prua della "Iohan". Qua la nave è in sezione, come una casa per le bambole: distingui le paratie che separavano le celle del pesce. Risale, aggira la cabina di comando, sorvola la poppa. C'è, in un punto dove la fiancata è integra, un portellone chiuso. Raccontavano i superstiti che mentre la nave andava a picco, sentivano i lamenti di chi, da giù, spingeva per uscire. Ma i portelloni erano bloccati dal peso di chi, sul ponte, non aveva il coraggio di buttarsi in mare o sperava di agguantare qualcuna delle cime alla fine lanciate dalla "Iohan". Il portellone accanto, invece, è aperto. Il faro adesso lo illumina dall'alto: dentro la cella ci sono ancora due corpi che dondolano, con le braccia aperte, come crocefissi.


Naufragio, appello dei Nobel
"Ora recuperate quei corpi"

ROMA - Adesso i familiari delle vittime del naufragio di Natale non sono più soli. Quattro premi Nobel - Renato Dulbecco, Dario Fo, Rita Levi Montalcini e Carlo Rubbia - chiedono che l'Italia si adoperi per dare sepoltura ai morti. I presidenti del Parlamento europeo, Nicole Fontaine, e della Commissione, Romani Prodi, dichiarano che la tragedia denunciata da "Repubblica" deve spingere gli Stati dell'Unione a darsi una comune politica dell'immigrazione. E il mondo politico italiano si interroga sulle proprie responsabilità.

Dice Nicole Fontaine: "Se si tratta veramente di un naufragio con traffico di esseri umani, se questa informazione è confermata, allora si tratta di una cosa orribile. E non sarebbe la prima volta che questo genere di dramma accade". Ricorda, la presidente del Parlamento europeo, il dramma di Douvres, il naufragio dei clandestini sulla costa del Midi francese: "La risposta dell'Unione europea deve essere una vera politica dell'immigrazione. Con il trattato di Amsterdam, le basi giuridiche per lottare contro questi fenomeni ci sono, ma occorre la volontà politica. Spero che i Quindici sappiano prendere decisioni il più presto possibile e innanzitutto che organizzino una repressione accresciuta e armonizzata dei traffici di essere umani".

E' quanto dice anche Ana Liria Franch, rappresentante in Italia dell'alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati: "Tragedie come questa lasciano senza parole. E' necessario che ci sia una maggiore riflessione politica sulle cause che stanno alla base di tali spostamenti indotti e che si agisca di conseguenza. Ed è anche necessario trovare nuovi modi per regolare il movimento globale di persone e per sottrarre gente innocente a quanti speculano sulla sofferenza umana".

Dolore. Orrore. Sono queste le parole più usate. Dice il ministro dell'Interno, Claudio Scajola: "Non voglio parlare come politico ma come uomo. Vedere quelle fotografie stamane mi ha fatto un enorme effetto. E ho pensato che il mondo dei paesi ricchi ha ancora molto da fare per evitare che simili tragedie si ripetano". E Livia Turco, ex ministro della solidarietà sociale: "Provo un sentimento di dolore profondo e di sgomento. So bene che come governo di centrosinistra non siamo colpevoli perché abbiamo fatto una buona legge, ma questa vicenda deve servire da monito: non bisogna mai dimenticare che sono in gioco vite umane".

Il governo dell'epoca è invece, secondo Gian Paolo Landi di Chiavenna, responsabile immigrazione di An, colpevole di una "sottovalutazione gravissima". Anche secondo il parlamentare di Rifondazione comunista Giovanni Russo Spena, che chiede l'avvio di una indagine internazionale, "le responsabilità politiche e governative sono chiarissime". Nel gennaio del 1997, quasi tutto il mondo politico tacque davanti ai terrificanti racconti dei sopravvissuti. Tra i pochi a interessarsi della tragedia, la senatrice Tana De Zulueta che presentò una interrogazione parlamentare in cui chiedeva di fare luce "su quello che già appariva il più grave disastro marittimo avvenuto nel Mediterraneo dopo l'ultima guerra".

Secondo Tana De Zulueta, che è una giornalista, anche i mezzi d'informazione hanno avuto delle responsabilità. Se ci fosse stata più attenzione, dice, "la comunità di Capo Passero non avrebbe fatto passare sotto silenzio il ritrovamento dei corpi degli annegati consentendo un recupero tempestivo del relitto". Lunedì, presenterà una interrogazione per chiedere il recupero delle vittime.

(16 giugno 2001) LA REPUBBLICA

ARCHIVIO di Repubblica.it

La verità
in quattro fogli

Il cimitero
dei clandestini

"I miei nipoti
sotto il mare"

Il comandante a processo

Parla un testimone


LE IMMAGINI

Dicevano di averla osservata con immediata preoccupazione dal ponte della grossa motonave, la "Iohan", che da Alessandria d'Egitto li aveva condotti fino a quel punto del Mediterraneo. Sarebbero dovuti salire lì, col mare in tempesta, per arrivare fino alle coste italiane delle quali si scorgeva, e molto lontana, solo qualche debole luce. Con rabbia spiegavano che in molti avevano tentato di rifiutare il trasbordo, ma erano stati convinti con le armi dal comandante, un libanese ubriaco. Dicevano che i loro compagni erano stati costretti a entrare a uno a uno in un buco che conduceva alle celle del pesce. Per questo, infatti, quella barca maltese era usata normalmente.

Ecco qua l'ingresso della bara. Il faro dall'esterno ne illumina tutte le pareti. Poi si volta, punta verso la cabina di comando. E sembra di vederlo Marcel Barbara, comandante maltese, complice dei criminali della "Iohan", quando si accorge che il carico è accessivo, che le onde coprono la sua bagnarola. Vira di centottanta, punta la prua verso l'"ammiraglia", chiede aiuto. E la "Iohan" manda le macchine al massimo, sembra che arrivi in soccorso. Lo schianto è devastante.

***

Il Rov ora torna giù, verso la chiglia, scruta la prua ferita, ne scopre un pezzo che, staccato del tutto, giace nel fango qualche metro più in là. Si sposta sulla fiancata destra, incrocia una rete da paranza - proprio come dicevano i pescatori - impigliata sullo squarcio prodotto quella notte dalla prua della "Iohan". Qua la nave è in sezione, come una casa per le bambole: distingui le paratie che separavano le celle del pesce. Risale, aggira la cabina di comando, sorvola la poppa. C'è, in un punto dove la fiancata è integra, un portellone chiuso. Raccontavano i superstiti che mentre la nave andava a picco, sentivano i lamenti di chi, da giù, spingeva per uscire. Ma i portelloni erano bloccati dal peso di chi, sul ponte, non aveva il coraggio di buttarsi in mare o sperava di agguantare qualcuna delle cime alla fine lanciate dalla "Iohan". Il portellone accanto, invece, è aperto. Il faro adesso lo illumina dall'alto: dentro la cella ci sono ancora due corpi che dondolano, con le braccia aperte, come crocefissi.

(15 giugno 2001)





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