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MUSICA

A noi!

Ma che posto è questo, dove un partito politico di governo per bocca del suo giornale può rallegrarsi per aver espugnato Sanremo, un carrozzone canoro, dalle mani della sinistra? Che rabbia e che tristezza per chi, come me, ama la musica, la politica e il suo paese»: eppure Nino D’Angelo non soffre per quel virile grido di vittoria - “È finito il monopolio delle sinistre” - lanciato da An sulle pagine del Secolo d’Italia alla luce del carnet di artisti messo a punto per quest’anno. Piuttosto si rammarica che tutti gli schemi siano saltati, che il gioco non preveda più regole, che una forza politica spavalda possa entrare dove la sua presenza, in quella forma, non è prevista. “E mentre in aria di regime fracassa quel che resta di fiori, musica e lustrini, evoca immagini di un passato brutto che l’Italia credeva di aver cancellato”, racconta D’Angelo, che a Sanremo è stato di casa, evidentemente quando era in vigore «la cappa opprimente dello spettacolo rosso”. Il simpatico delirio di questa destra, è vero, ha segni inquietanti; però, ammettiamolo, chi di noi, chi di voi, “sinistri”, “centristi”, e anche “destri” non obnubilati si è mai accorto, o ha avuto il sentore anche lontano, che Sanremo, l’immarcescibile festival della canzone italiana, fosse nelle mani dei comunisti? Anzi, quante volte, proprio dalla sinistra, si è lamentato il deterioramento progressivo di una manifestazione sempre meno all’altezza delle sue prerogative, sempre più circo strappato all’arte, o alla testimonianza di un’arte, e piegato con poca dignità alle esigenze della tv? Non contenesse pensieri e parole di una forza di governo, l’esultanza di An potrebbe anche far sorridere; pare l’ingresso in scena di un personaggio che ha sbagliato copione.

Che si fa, Nino, si ride?

Mica tanto. Mi piacerebbe sentire quel “comunista” di Baudo per sapere cosa ne pensa, lui di festival ne ha diretti tanti. Mi sa che gli telefono: chissà che effetto gli fa passare per uno zar dell’era rossa. Ma quell’intervento di Alleanza Nazionale ha il peso di una bella lapide per Sanremo: sostengono di aver conquistato il festival, di aver eliminato i rossi, di aver inaugurato una nuova era. Sarà, ma a me pare un canto antico, figlio di una cultura aggressiva e, credo, anche autolesionista. Gli va di dire che Sanremo è finalmente roba loro, mica di un discografico o di un club di cantanti o autori, ma di un partito politico. È abbastanza pazzesco, sinceramente.

Dispiace per Tony Renis. Avevamo tutti l’impressione che se una nuova “civiltà” era iniziata lo si doveva proprio all’edizione affidata dal presidente del Consiglio a un suo uomo di fiducia, l’anno scorso. Invece, il partito di Fini, Gasparri & co. esulta solo ora...

Mi conviene passare ai lettori un’informazione preliminare: io non ho chiesto a nessuno di partecipare al festival di quest’anno e nessuno, in verità, me l’ha chiesto. Al festival si va se ne hai bisogno e io non ne ho bisogno. Così posso dire quel che voglio senza timore di passare per un escluso rancoroso. Sì, quelli di An sono abbastanza ingiusti nei confronti di Tony Renis: la storia delle mani di governo su Sanremo inizia platealmente da lui. Avranno fatto due conti, di quelli che si fanno da ragazzini nei giochi di strada; sai com’è... uno dice: allora con noi sta questo, quello e quell’altro...abbiamo vinto. Un po’ vien da ridere: Masini è di destra? Ammettiamolo, D’Alessio è di destra: eppure non mi risulta che non abbiano partecipato ai festival, come dicono, “della cappa rossa”. C’erano eccome. Erano buoni questi comunisti, allora. Meno buoni, invece, questi della destra che, se ho ben capito, hanno eliminato dalla competizione gente del calibro dei Têtes de Bois o degli Avion Travel; difficile sostenere che la loro arte non sia seria, ricca...

Se è per questo è d’accordo anche Bonolis col tuo giudizio: dice che i due gruppi avevano due bei pezzi ma che hanno deciso di seguire una linea artistica diversa dalla loro...

Ma chi cavolo è questo Bonolis che parla d’arte, di linee artistiche, di scelte artistiche? Cosa intende lui per «arte»? Non voglio far drammi, ma l’unica cosa chiara è che Sanremo non è più Sanremo, che questa edizione è il festival non della canzone ma di Bonolis, che Bonolis non è musica ma televisione; quello sa fare e quello farà pensando agli ascolti e a nient’altro. Alleanza Nazionale si assuma la responsabilità di quel che dice e fa perché dice e fa cose gravi. Se questo è il festival del cambiamento, io, che ho sempre avuto un rapporto di utile disincanto nei confronti di Sanremo, dico “viva Baudo”, è un bel traguardo quasi appassionato per uno che ama la democrazia, pur coi suoi difetti, anche sul palco di Sanremo.

A leggere il quotidiano di An, ti porti a casa la certezza che lorsignori sono convinti di aver combattuto una specie di guerra di liberazione alla rovescia, una di quelle che qualche decennio fa i fascisti portarono a compimento marciando su Roma...

Hanno avuto gioco facile: il festival era già vecchio e sfondato; sono felici di aver occupato una postazione disossata. Non si accorgono, o fingono di non accorgersene, di aver infranto un sacro principio: nella musica la partitica non ci deve entrare, sennò son dolori per chi ama la musica e anche per chi la incontra solo quando fa la doccia alla mattina. Deprimente situazione che fa il coro con molte altre dello stesso segno. E un dispiacere doppio mi viene dalla debolezza strutturale che sta manifestando questa sinistra. Mi pare che non sappia dire le parole giuste, quelle che la gente di buona fede vuole sentirsi dire. Mi pare un vetro incrinato. Certo che mi allarmo se vivo questo che ti racconto: ho chiuso la campagna elettorale di Prodi a Napoli e di conseguenza in Sicilia ho fatto un solo concerto, dove c’era una amministrazione di sinistra, tutti gli altri hanno sbarrato porte e finestre. Ormai la spaccatura attraversa piazze, paesi, teatri, palchi di ogni tipo, oltre alla tv dove la frattura è storia vecchia. Ma niente mi tormenta quanto l’incapacità della sinistra o del centrosinistra di esprimersi in modo solidale.

Non è una novità. In fondo, la sinistra è il luogo dei mille soggetti delle mille ragioni e tutto si incrocia, spesso, purtroppo, malamente...

Non è solo questo. È un’impressione non solo mia: è come se la sinistra rifiutasse di offrirsi come casa dei linguaggi che dovrebbe invece ospitare, i linguaggi del bisogno, tanto per cominciare, i linguaggi di chi non ha potere. La sinistra sembra rifiutare chi la cerca per accasarsi perché ne conosce la storia, le tradizioni, gli ideali. Mi chiedo cosa sta accadendo e non so darmi risposte convincenti. Ma passerà “’a nuttata”, deve passare.

Intervista di Tony Jop – L'UNITA' – 08/01/2005



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