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CINEMA

NINO MANFREDI

Rugantino non c'è più. Se n'è andato Nino Manfredi

In tv era il nonno di 50 milioni di nipoti

Nino che faceva ridere e piangere

Rugantino non c'è più. Se n'è andato Nino Manfredi

È finita. Ora che anche Nino Manfredi se n’è andato, a 82 anni (era nato a Castro dei Volsci, in Ciociaria, il 22 marzo 1921), l’epoca d’oro della commedia all’italiana è davvero finita. I grandi attori di quell’irripetibile stagione ci hanno lasciati: per primo Tognazzi, ancora troppo giovane, poi in rapida successione Mastroianni, Gassman e Sordi, e oggi Nino Manfredi, ultimo superstite di quel pokerissimo d’assi che ha allietato le nostre vite di spettatori e di esseri umani. Curiosamente, sopravvivono i registi: Comencini, Risi, Monicelli e l’assai più giovane Ettore Scola. Ma gli interpreti di un genere che ha accompagnato, e interpretato, la nostra storia se ne sono andati per sempre.

Rimarranno, indistruttibili, i film. Ma siamo certi che Nino, se ci sta ascoltando da qualche parte (in compagnia di Ugo, Marcello, Vittorio e Alberto), non vorrebbe sentirci parlare di cinema. Se esagerassimo in cinefilìa, magari rivalutando filmetti girati in fretta e furia per motivi alimentari, riciclerebbe una delle sue battute più fulminanti, quel “mantra” in swahili-ciociaro (“Aritanga romba cojota”, serve traduzione?) che introduceva il suo personaggio nel finale di Riusciranno i nostri eroi.

Comunisti!
Avevamo conosciuto Manfredi ad un festival di Mosca, dove sia lui che Sordi partecipavano come registi (lui per Nudo di donna, Albertone per Io so che tu sai che io so); qualche tempo dopo l’avevamo ritrovato, e lungamente intervistato, durante una straordinaria Festa nazionale dell’Unità in quel di Roma, all’Eur, dove ci aveva confessato un sincero trasporto per quello che allora ­ nell’84 ­ si poteva ancora chiamare “il popolo comunista”. In entrambe le occasioni non era stato facile parlare di cinema. Aveva altri valori: prima di tutto, un fortissimo senso della famiglia, che lo portava ad elogiare la moglie Erminia per qualunque cosa buona avesse fatto nella vita. Quando doveva parlare della propria formazione, citava sempre due uomini. Il primo era il nonno, un ciociaro che era emigrato in America senza mai vederla perché di giorno lavorava in miniera e di notte dormiva: il nonno che aveva inculcato nel giovane Saturnino (era il suo nome completo) il senso del risparmio, dell’appartenenza alla terra, delle radici (“In casa non c’era il bagno ­ raccontava sempre Nino ­ e il nonno ci diceva: oggi fatela sotto il pero, domani sotto il melo, così li concimate. Quando mi trasferii a Roma per studiare all’Accademia gli spiegai cos’era il water: nonno, gli dissi, in città la gente la fa in una tazza, poi tira l’acqua e finisce nelle fogne. Ammazza che tempi, rispose lui, se butta via tutto!”). Il secondo era Orazio Costa, che fu suo maestro di recitazione all’Accademia d’arte drammatica e un giorno gli diede l’imprimatur, dopo una recita di una tragedia shakespeariana (Amleto, se la memoria non ci inganna) che il giovane Nino aveva interpretato con grande serietà, ma di fronte alla quale i compagni di corso avevano riso. “Tu hai un grande dono ­ disse Costa all’alunno umiliato e offeso ­ sai far ridere. Di far piangere son capaci tutti, ma far ridere riesce a pochi”.

Chissà se Nino si consolò davvero, a quelle parole: sta di fatto che i suoi inizi nel cinema furono laboriosi, e scorrere la sua filmografia nei primi anni ’50 è, a posteriori, sconcertante. Manfredi lavora in decine di film, quasi tutti dimenticati. Qualche titolo? Monastero di Santa Chiara, La prigioniera della torre di fuoco, La domenica della buona gente, Canzoni canzoni canzoni, Susanna tutta panna, Pezzo capopezzo e capitano, Guardia ladro e cameriera, una particina in Totò Peppino e la malafemmina: tutta roba che va dal ’49 al ’58, un periodo in cui Manfredi non è quasi mai protagonista e in cui le uniche imprese di spicco sembrano essere Lo scapolo di Pietrangeli (1955), in cui per altro il protagonista è Sordi, e il doppiaggio di Franco Fabrizi (ascoltate bene, la voce è sua) nei Vitelloni di Fellini, altro film in cui è il collega e futuro amico-rivale Sordi a ritagliarsi un ruolo ben più importante.

Finalmente protagonista
La svolta arriva nel ’59: L’impiegato di Gianni Puccini è un ottimo film, e per Nino è finalmente un bel ruolo da protagonista; il Piede Amaro (esperto di motori) di Audace colpo dei soliti ignoti è un personaggio di grande comicità e, al tempo stesso, di dolente umanità (è separato, vive con la suocera, osserva da lontano il figlioletto che la moglie gli sottrae). Per di più, il film è un seguito di grande spessore, degno del capostipite I soliti ignoti, in cui Manfredi affianca Gassman, Salvatori e i mitici Capannelle e Ferribotte prendendo il posto che nel primo film era del maritino (anch’egli con pupo a carico) Mastroianni. “So’ cretino e so’ felice più cretino ancora chi me lo dice” è una delle sue battute che entrano nel regno dei tormentoni, un po’ come il “fusse che fusse ‘a vorta bbona” che lo rende popolarissimo, in quello stesso 1959, grazie a una storica Canzonissima condotta a fianco di Delia Scala e del compagno d’Accademia e di bisbocce Paolo Panelli. Al cinema e alla tv si accosta, amatissimo e glorioso, il teatro: Garinei & Giovannini lo vogliono come primigenio Rugantino nella prima e meravigliosa versione del più grande musical italiano di sempre.

Da poco lo avevamo rivisto in tv nel ruolo di anziano omosessuale a fianco di Lino Banfi nel film televisivo Un difetto di famiglia. Magro, elegante, vestito di bianco, con un cagnolino in braccio, disegnava il ritratto di quella che rischiava di essere una macchietta con una assoluta naturalezza di gesti, priva di tic e mossette . Lui e Banfi, che nella finzione erano fratelli rivali, si sfidavano in un gioco d'attori che li avvicinava sempre più, fino a diventare quasi un'unica persona con due scenari di vita opposti. Manfredi, però, alla fine ne usciva vincitore, sia per essere riuscito a farsi amare dal fratello, sia, soprattutto, per essere riuscito a farsi preferire dal pubblico. Tanto da far desiderare a qualunque spettatore di avere un fratello così “diverso” e uguale a lui.

Del resto, da tempo ormai eravamo abituati a considerare Manfredi, per le sue partecipazioni televisive, come un consanguineo, uno zio o un nonno. Con i suoi bellissimi maglioni di Missoni, con l'aria furba e bonaria di chi ha voglia di raccontarsi, prima che gli altri raccontino lui. Lo rivediamo seduto in poltrona nei talk show, nelle occasioni in cui aveva ricordato colleghi scomparsi o aveva partecipato in compagnia della sua intera famiglia. Aveva cominciato a mettere i puntini sulle i. Parlava della morte con apparente tranquillità, come se fosse anche più vecchio di quel che era. Si compiaceva ancora, ogni tanto, di qualche citazione dal personaggio che aveva fatto di lui, consumato attore di teatro e di cinema, regista raffinato, una popolarissima maschera televisiva. Con quel 'fusse che fusse la vorta bbona' che risaliva alla Canzonissima del 59-60, edizione di grande successo affidata al trio Panelli-Scala-Manfredi, più che attraverso i tanti film interpretati, Manfredi era diventato un volto della commedia all'italiana: il burino, il cafone, il contadino dal cervello fino e dalla parlata irresistibile. Quel ruolo è rimasto per sempre la sua identità televisiva anche quando, da anziano, giocava coi suoi ricordi, circondato dai nipotini veri e sotto gli occhi di quei milioni di nipotini che siamo stati tutti noi. Fin dagli anni 70, in tante apparizioni televisive, aveva ricalcato quel personaggio stralunato e insieme iperrealistico, roteando gli occhi e le parole con soddisfazione, come se gustasse il sapore della appartenenza a una memoria comune. Come quando recitò il grande ruolo di Geppetto nel Pinocchio di Comencini, cammeo recitato un anno dopo (1972) il suo grande debutto alla regia cinematografica con Per grazia ricevuta. Ma, per ritrovarlo in televisione in ruoli d'attore e non di ospite narrante, bisogna arrivare agli anni 90, che videro Manfredi protagonista di lunghe serie gialle come poliziotto (in Un commissario a Roma), e poliziotto pensionato (Linda e il brigadiere), ma sempre padre di famiglia. Non a caso a dirigerlo era spesso il figlio Luca, cosicché i personaggi, anzi il personaggio di Manfredi, risultava sempre improntato al calore della familiarità e alla testardaggine dell'età. Ed era talmente se stesso che nella prima puntata di Linda e il brigadiere si faceva un pessimo caffè, per prendere in giro quell'altro se stesso che aveva per anni fatto pubblicità a una famosa marca, concludendo tutti gli spot con il tormentone: “Il caffè è un piacere, se non è buono, che piacere è?”.

Perché Manfredi, in tv, sia che facesse pubblicità, sia che fosse intrattenitore e ospite, sia che interpretasse ruoli diversi, era ormai talmente Manfredi e talmente bravo, che un po' oscurava e un po' trascinava gli altri interpreti. Faceva scuola ed era arrivato al punto, come i grandi, come i più grandi tra gli attori, che non aveva più bisogno di recitare, ma gli bastava semplicemente essere.

Alberto Crespi – L'UNITA' – 05/06/2004 torna su

In Tv era il nonno di 50 milioni di nipoti

Da poco lo avevamo rivisto in tv nel ruolo di anziano omosessuale a fianco di Lino Banfi nel film televisivo Un difetto di famiglia. Magro, elegante, vestito di bianco, con un cagnolino in braccio, disegnava il ritratto di quella che rischiava di essere una macchietta con una assoluta naturalezza di gesti, priva di tic e mossette . Lui e Banfi, che nella finzione erano fratelli rivali, si sfidavano in un gioco d'attori che li avvicinava sempre più, fino a diventare quasi un'unica persona con due scenari di vita opposti. Manfredi, però, alla fine ne usciva vincitore, sia per essere riuscito a farsi amare dal fratello, sia, soprattutto, per essere riuscito a farsi preferire dal pubblico. Tanto da far desiderare a qualunque spettatore di avere un fratello così «diverso» e uguale a lui.


Del resto, da tempo ormai eravamo abituati a considerare Manfredi, per le sue partecipazioni televisive, come un consanguineo, uno zio o un nonno. Con i suoi bellissimi maglioni di Missoni, con l'aria furba e bonaria di chi ha voglia di raccontarsi, prima che gli altri raccontino lui. Lo rivediamo seduto in poltrona nei talk show, nelle occasioni in cui aveva ricordato colleghi scomparsi o aveva partecipato in compagnia della sua intera famiglia. Aveva cominciato a mettere i puntini sulle i. Parlava della morte con apparente tranquillità, come se fosse anche più vecchio di quel che era. Si compiaceva ancora, ogni tanto, di qualche citazione dal personaggio che aveva fatto di lui, consumato attore di teatro e di cinema, regista raffinato, una popolarissima maschera televisiva. Con quel 'fusse che fusse la vorta bbona' che risaliva alla Canzonissima del 59-60, edizione di grande successo affidata al trio Panelli-Scala-Manfredi, più che attraverso i tanti film interpretati, Manfredi era diventato un volto della commedia all'italiana: il burino, il cafone, il contadino dal cervello fino e dalla parlata irresistibile. Quel ruolo è rimasto per sempre la sua identità televisiva anche quando, da anziano, giocava coi suoi ricordi, circondato dai nipotini veri e sotto gli occhi di quei milioni di nipotini che siamo stati tutti noi.

Fin dagli anni 70, in tante apparizioni televisive, aveva ricalcato quel personaggio stralunato e insieme iperrealistico, roteando gli occhi e le parole con soddisfazione, come se gustasse il sapore della appartenenza a una memoria comune. Come quando recitò il grande ruolo di Geppetto nel Pinocchio di Comencini, cammeo recitato un anno dopo (1972) il suo grande debutto alla regia cinematografica con Per grazia ricevuta. Ma, per ritrovarlo in televisione in ruoli d'attore e non di ospite narrante, bisogna arrivare agli anni 90, che videro Manfredi protagonista di lunghe serie gialle come poliziotto (in Un commissario a Roma), e poliziotto pensionato (Linda e il brigadiere), ma sempre padre di famiglia. Non a caso a dirigerlo era spesso il figlio Luca, cosicché i personaggi, anzi il personaggio di Manfredi, risultava sempre improntato al calore della familiarità e alla testardaggine dell'età. Ed era talmente se stesso che nella prima puntata di Linda e il brigadiere si faceva un pessimo caffè, per prendere in giro quell'altro se stesso che aveva per anni fatto pubblicità a una famosa marca, concludendo tutti gli spot con il tormentone: “Il caffè è un piacere, se non è buono, che piacere è?”.

Perché Manfredi, in tv, sia che facesse pubblicità, sia che fosse intrattenitore e ospite, sia che interpretasse ruoli diversi, era ormai talmente Manfredi e talmente bravo, che un po' oscurava e un po' trascinava gli altri interpreti. Faceva scuola ed era arrivato al punto, come i grandi, come i più grandi tra gli attori, che non aveva più bisogno di recitare, ma gli bastava semplicemente essere.

Maria Novella Oppo – L'UNITA' – 05/06/2004 torna su

Nino che faceva ridere e piangere

Nino è il ricordo di tutta una vita. È dalla fine degli anni Cinquanta che ci conosciamo. Quando scrivevo le sceneggiature per i Caroselli e per lui scrissi quello della penna Bic. Poi arrivò Rugantino: l’ho immaginato sulla sua maschera e sulla sua personalità. Forse senza di lui questa commedia musicale divenuta famosa in tutto il mondo non sarebbe mai venuta fuori. È allora che è nata l’amicizia tra noi, profonda vera, durata sempre. Cresciuta anche attraverso i film fatti insieme: dal mio primo, “Nell’anno del Signore”, all’ultimo “La notte di Pasquino” realizzato per la tv.

Passando per “In nome del popolo sovrano”, “In nome del papa re”, “La carbonara” e “Secondo Ponzio Pilato”. Tanti ruoli, tanti personaggi, il ciabattino Cornacchia, il monsignore Colombo e ancora Ciceruacchio e ancora un prelato e persino Ponzio Pilato. “A Gigi - mi diceva - co’ te me manca solo che me fai fà er papa”. Si vede che non se lo ricordava perché aveva fatto pure quello per “Signore e Signori buonanotte”, un film ad episodi che realizzammo con una cooperativa insieme a Scola, Comencini, Pirro, Monicelli, Loy, Age e Scarpelli e altri.

Nino era come un fratello. E non riesco a farmi venire in mente aneddoti di quelli che si usano in queste circostanze. Quelli che poi col tempo cambiano addirittura titolare e finiscono al centro di vertenze sulle attribuzioni. Di Nino ricordo la coerenza, la serietà, la generosità, la capacità di non prendersi sul serio. Tutte quelle doti che appartenevano ad un mondo che non c’è più, che è andato via via scomparendo. Il mondo del dopoguerra, di coloro come noi che hanno visto tutto: il fascismo, la resistenza, Salò, la Liberazione. Che abbiamo creduto in cose vere, che abbiamo avuto degli ideali da difendere e che non avremmo mai immaginato quello che sarebbe successo oggi. Ideali sì, quelli per i quali speravamo di poter cambiare il mondo. Magari anche con il cinema, perché no. Come ho tentato di fare anch’io coi miei film raccontando la storia, cercando di tener viva la memoria e non di fare finta di ricordare come si fa oggi con le celebrazioni le più inutili. Ecco, Nino apparteneva a questo mondo ed ora con la sua morte mi sento veramente solo.

Luigi Magni – L'UNITA' – 05/06/2004 torna su



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