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MUSICA
Umberto De Giovannangeli
– L'UNITA' – 27/07/2002

Noa, messaggera d'amore

La sua voce dà corpo e anima all'Israele del dialogo. I suoi concerti sono un inno al dialogo e al riconoscimento dell'altro da sé. Le sue parole riflettono l'angoscia, i dubbi, i timori e le speranze di un Paese che vive in trincea, sotto la perenne minaccia di attacchi suicidi dei kamikaze palestinesi. Achinoam Nini, in arte Noa, è in Italia per una serie di concerti nell'ambito del Folkest 2002: tra i momenti più emozionanti e partecipati del suo tour, è stato il concerto interamente dedicato alle grandi voci femminili della world music, che Noa, assieme a Sara Tavares, ha tenuto a Spilimbergo, accompagnata dall'inseparabile chitarrista Gil Dor, Adi Rennert (tastiere), Hagar Ben-ari (basso), Zohar Fresco (percussioni), Jean Paul Zimbris (batteria). Nata a Tel Aviv da genitori yemeniti e cresciuta a New York, Noa è particolarmente legata, sul piano artistico, all'Italia: nell'ottobre del 1994 viene invitata a cantare l'”Ave Maria” in Piazza San Pietro davanti a Giovanni Paolo II e ad una folla di 100 mila fedeli; nel 1998 sarà la voce di Esmeralda nel disco dell'omonimo musical Notre Dame de Paris di Riccardo Cocciante; nel 1999 scrive il testo della canzone del film La vita è bella di Roberto Benigni. Amore per la musica e passione civile la portano ad accettare, nonostante la gravidanza avanzata, di cantare insieme al musicista palestinese Nabil Salameh nel dicembre 2000 alla Conferenza Onu di Palermo per i capi di stato e i ministri lì convenuti e poi nel “suo” Salento (Noa è cittadina onoraria di un piccolo comune del salentino, Melpignano), ancora con Nabil, come fosse una missione, un grido di dolore ma anche di disperata fiducia e speranza. L'avevamo incontrata Noa in quella notte indimenticabile, e maledetta, del 4 novembre 1995: Noa si era appena esibita nella piazza dei re d'Israele di Tel Aviv in un grande raduno di pace. Era appena scesa dal palco quando il premier Yitzhak Rabin veniva colpito a morte da Yigal Amir, un giovane dell'ultradestra ebraica. Era sconvolta Noa, la voce incrinata dalla commozione, e continuava a ripetere: “Non è possibile, hanno ucciso un uomo giusto, un eroe di pace...”. Lo scorso febbraio, in un concerto di sostegno dei riservisti israeliani che si rifiutano di prestare servizio militare nei Territori, aveva eseguito Imagine di John Lennon in ebraico e in arabo. “Dite pure che sono una sognatrice – aveva cantato, rivolgendosi idealmente alla destra oltranzista israeliana – ma non sono la sola”. Quella sera aveva cantato anche: Non ho altra terra, un motivo caro agli ultranazionalisti. Ma traducendone le parole in arabo, “Anche se la terra brucia, questa resta la mia casa”, ne aveva radicalmente cambiato il significato.

Nei suoi concerti, Lei canta il valore della vita e l'importanza del dialogo. Valori che si perdono nel sangue e nell'odio che segnano Israele e i Territori palestinesi. Come vive questa condizione?

Non è affatto facile condizionare la difesa di questi valori, a cui continuo a credere profondamente, con la realtà angosciante con cui siamo costretti quotidianamente a confrontarci, ma , d'altra parte, l'unica possibilità per resistere, l'unica chance per non arrendersi al peggio, sta nella comunicazione. Continuo a credere nel dialogo e mi adopero come posso per stimolarlo e per sviluppare rapporti d'amicizia. E' un impegno necessario per andare avanti, fa sopravvivere, dà energia positiva, altrimenti tutto parrebbe troppo deprimente.

La vita è bella”, è il titolo di una sua celebre canzone che è stata il tema dello struggente film sull'Olocausto di Roberto Benigni. Ma cosa è oggi la vita in un Paese come Israele, in cui recarsi in una discoteca, cenare in un ristorante, salire su un autobus o fare la spesa in un supermarket è una scommessa con la morte?

Questo è esattamente il problema. Benigni nel suo film si riferisce all'Olocausto che rappresenta il peggior periodo della nostra storia che per le sue caratteristiche e dimensioni non è minimamente paragonabile a quanto stiamo vivendo oggi. Tuttavia Roberto è riuscito a suscitare il riso, a far sorridere oltre che commuovere, ha saputo trovare la bellezza della vita anche in una simile tragedia e credo che sia questo l'elemento principale, il messaggio di speranza lanciato dal film e, nel suo piccolo, dalla mia canzone. Anche quando le circostanze sono tragiche, è importante saper vedere la parte bella della vita.

Spesso nei suoi concerti si è esibita con cantanti e musicisti arabi, come il palestinese Nabil Salameh. Il palcoscenico e la musica unisconoi. Ma oggi, molti in Israele pensano che la pace, o almeno il contenimento della violenza, passi per la costruzione di un “Muro” che separi i due popoli. Condivide questa idea?

Sarò onesta e le dirò che capisco la costruzione di un muro che assurga a simbolo di due Stati separati, due identità, due bandiere...Ciascuno di noi, ciascuno dei due popoli ha bisogno di costruire la propria strada, a modo suo e, contemporaneamente, Israele ha bisogno di tempo per pensare al suo futuro. Solo a partire da due entità separate saremo in grado successivamente di stabilire una normale comunicazione e rapporti di amicizia, mentre oggi la priorità è quella di costruire queste due realtà. E la musica può contribuire in questo cammino.

Negli ultimi mesi diverse ragazze palestinesi hanno scelto di trasformarsi in bombe umane, di divenire strumenti di morte. Cosa pensa di questo fenomeno?

E' un fenomeno terribile, catastrofico. Chiunque compia atti del genere fa qualcosa di orribile che ferisce l'intera razza umana. Non vi sono giustificazioni, nessuna causa, anche la più giusta, può giustificare il massacro di donne, bambini, civili inermi. Esistono tanti modi di agire, tante forme di protesta, ma quella dei kamikaze è pura follia. Una follia che vorrebbe contagiare anche Israele, segnarne l'anima, distruggere ogni parvenza di normalità. Vorrebbero richiuderci in casa, trasformare le nostre città in fortezze assediate. Continuare a cantare è anche il modo per non arrendersi ad una logica di morte.

Noa, in piazza Yitzhak Rabin, a Tel Aviv, Lei ha in passato intonato le note della “Canzone della pace”, divenuta l'inno dell'Israele che crede ancora nel dialogo e nella pace. Ha ancora un senso cantarla in un Paese in guerra?

Certo, ha molto più senso cantare la pace in tempo di guerra che in tempo di pace. Questa è la vera sfida, perché credo che alla fine le idee prendono forma. Mi lasci fare un esempio. Anni fa non si poteva parlare di pace, era molto pericoloso farlo e ci è voluto coraggio a parlarne. Ma pian piano, l'idea si è insinuata nelle persone, ha fatto strada fino ad adesso. No, il tempo non è passato invano, così come non è andata smarrita la lezione di Yitzhak Rabin. Oggi tutti in Israele sanno che un giorno ci sarà uno Stato palestinese. Il problema non è tanto chi sarà il leader, se sarà Arafat, che ruolo avrà Hamas o altro. L'obiettivo è lavorare per diffondere la pace. Dare spazio alla speranza. Anche con la musica.

Intervista di Umberto De Giovannangeli – L'UNITA' – 27/07/2002

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