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MUSICA

Disco lancio contro Citizen Silvio

Succedono cose strane nel mondo del business musicale, eventi che arrivano come fulmini a ciel sereno, travolgono il mercato da prospettive oblique e, quasi casualmente, gli danno una boccata d'aria. Quest'estate è successo che un vento libertario, anarcoide (fino ad ieri per pochi eletti), sospinto da una canzone fresca e malinconica. Le vent nous porterà, venisse in aiuto di un meccanismo agonizzante vendendo ottantamila copie in Italia pur avendo rifiutato la promozione televisiva e la sponsorizzazione miliardaria di una compagnia di telefonia mobile. Qualcuno, tra i palazzinari della canzone in serie, dovrà a fine anno rendere grazie a questo gruppo di ex ragazzi francesi, i Noir Desir, che hanno ancora voglia dopo dieci anni di musica di parlare di poesia, di diritti, di libertà, di ingiustizie. Li ringrazieranno, ma non si chiederanno il perché. Forse perché un motivo apparente non c'è, non c'è premeditazione, ma solo il caso di aver scelto, in piena libertà artistica, una canzone che ha scosso nella sua semplicità le corde dell'animo di tanta gente. Gente a cui il disco dei Noir Desir forse non è neppure piaciuto per intero, con le sue ballate intimiste, cupe e sghembe, e le sperimentazioni di oltre venti minuti ininterrotti.

Chi li conosce, sa chi sono, ricorda la loro lunga carriera cominciata in pieno periodo post punk e new wave, sa di una storia senza compromessi. Storia di un gruppo di musicisti di Bordeaux che amano il punk e la canzone di Leo Ferrè, che sognano il libero e gratuito scambio di musica, che evocano un ritorno alla spontaneità e alla poesia: “L'importante è ricordarsi che la vita è una lotta quotidiana – ci racconta il leader Bertrand Cantat – e che il successo che stiamo raccogliendo non ci offre privilegi particolari. I privilegi sono stati aboliti nel 1879. L'unica cosa che è cambiata è che possiamo scrivere nei propri club, ma noi preferiamo starcene in disparte. Non siamo forieri di ideologie, non ci siamo mai mischiati ad un partito politico. Il nostro è libertà di non essere d'accordo con la massa, di non essere sorridenti ventiquattro ore su ventiquattro come i politici, o gli altri cantanti”. In disaccordo, ma con cosa? “Ad esempio con l'affermazione dell'idea berlusconiana di accentrare il potere e fare da burattinaio affinché il suo popolo sia ridotto ad una marionetta, fargli credere che lui è potente, bello e intelligente. Ecco, tutto questo è una catastrofe. Per di più che c'è quasi una “specie Berlusconi” in Europa. Gente che può premere il popolo fino ad un limite orribile perché non c'è più vera resistenza. E' gente che riesce a far credere l'esatto contrario delle cose”. Già, anche di essere un grande autore di canzone napoletana...”Davvero? Vedete? Riesce a fare davvero tutto! Noi in Francia avevamo Bernard Tapie, che cantava, faceva l'attore di cinema e grosse comparsate televisive. Una volta, alla finale Marsiglia – Milan a Monaco vidi Berlusconi e Tapie che si davano una stretta di mano imperdibile. Chissà cosa si saranno detti? Sei sempre ladro? Sei sempre corrotto? Però Tapie è più simpatico, se non altro perché ha fallito”.

Ma anche in disaccordo con chi vuol far credere che questa guerra in Iraq sia necessaria: “Volete che vi diciamo i nostri capisaldi? Siamo contro la globalizzazione economica, contro questa guerra ovviamente e contro ciò che sta succedendo in Palestina. Una cosa difficilissima di cui parlare, per noi che facciamo musica, ma che riusciamo a farci delle domande: com'è possibile che Sharon stia ancora a capo di Israele? Come è possibile nascondere le vere ragioni dell'intervento, il fatto che l'Iraq abbia riserve di petrolio ben più grandi di quelle dell'Arabia Saudita? Si parla poi di invadere l'Iraq con gli alleati? Ma chi sono questi alleati?”.

Paradossalmente, stavolta, va ringraziata l'intuizione di qualche discografico se siamo riusciti ad entrare in contatto con i Noir Desir, visto che la loro etichetta francese non aveva nessuna intenzione di distribuirli all'estero, e ne è arrivata in soccorso un'altra. Pur sempre una multinazionale, certo: “La cosa non ci crea problemi -prosegue Cantat – Chi decide di produrci, sa di vendere un gruppo politico. Sono gli artisti che devono imporre le loro condizioni, non il contrario. Dimentichiamo sempre che la casa discografica non crea niente, si serve di noi per fare solo denaro. Te ne accorgi quando decidono di fare le compilation o quando ritirano fuori i morti e li fanno cantare”. Oppure etichette che tirano fuori gruppi creati a tavolino per cercare il colpaccio: “In Francia in questo momento ci sono gruppi allucinanti spinti da programmi televisivi che sono una vera e propria catastrofe mediatica, come il vostro Operazione trionfo. Il brutto è che non si tratta di catastrofi naturali, ma indotte, manipolate, fabbricate in serie, già pronte”.

Loro, della musica, per chi ancora non lo avesse capito, hanno tutt'altra idea: “Abbiamo rispetto per la musica vera, semplice, sincera, non artificiale. Il problema è che nel mondo intero circolano prodotti, e non gruppi”.

Silvia Boschero – L'UNITA' – 02/10/2002

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