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MUSICA

Un Nomade chiamato Augusto

Quella voce sgraziata che diceva: si può fare

“Come potete giudicar, come potete condannar, chi vi credete che noi siam, per i cappelli che portiam...”: era il 1966 – sembrano secoli fa – e la forte voce di Augusto Daolio cantava il manifesto di una generazione che non voleva essere giudicata dai pregiudizi e dalle imposizioni della società.

Era il 1966 e i Nomadi partecipavano al Cantagiro con questa canzone (cover di The Revolution Kind di Sonny Bono) presi regolarmente a sassate da chi non capiva e censurati dai funzionari Rai che capivano. Era la cifra, l'insegna, lo stemma del loro essere, da subito, diversi e fuori da ogni business, lontani da ogni logica commerciale ma dentro – assolutamente dentro – il loro tempo, la loro musica, il loro essere. Iniziava l'avventura di questo gruppo di giovani emiliani fondato nel 1962 da Beppe Carletti e quindi da Augusto Daolio. Serate nelle balere, un'estate fantastica a Riccione a suonare nel Frankfurt Bar e poi il primo disco: Donna la prima donna, cover da Dion De Mucci firmata dall'esordiente Mogol, registrata a due piste.

Erano gli anni di Radio Luxembourg, dei primi vagiti beat con i Beatles...I Nomadi (Augusto, Beppe, Franco Midili, Gabriele Copellini, Gianni Coron) vivevano in questa dimensione musicale internazionale ma provincialmente umana, sempre radicati alle loro radici fra Reggio e Modena dove incontrarono lo studente Francesco Guccini facendone conoscere le prime canzoni (come Dio è morto). Quanta strada è passata, quante mode si sono affermate e sfatte, quanti esperti li hanno emarginati, ma quanta gente è diventata popolo nomade! Loro sono rimasti su quel palco a dire le loro cose macinando musica e chilometri, almeno duecento concerti all'anno, una discografia impressionante, un impegno dichiarato, affermato, vissuto, attraverso il leader carismatico Augusto: cantante, musicista, pittore, scultore, poeta, amico. E, all'apice, nel 1992 la tragedia: prima la scomparsa Dante Pergreffi. Qualche mese dopo Augusto. Un vuoto immenso...

Beppe Carletti ha deciso di continuare il viaggio che i Nomadi (i cui musicisti, negli anni, sono più volte cambiati) e Rosanna Fantuzzi, compagna di Augusto, ha fondato l'associazione “Augusto per la Vita” che organizza mostre delle opere di Daolio in ambiti particolari come la Basilica di Santa Croce a Firenze e la Basilica di San Francesco ad Assisi (dove, recentemente, è stato assegnato alla memoria di Augusto il premio di “artista per la pace”), incontri, manifestazioni attraverso le quali si raccolgono fondi da destinare alla ricerca scientifica contro il cancro: sinora circa mezzo miliardo di lire. E così, dieci anni dopo quel tragico giorno che vide migliaia di persone rendere omaggio ad Augusto a Novellara, il ricordo di quest'uomo è vivissimo, radicato, evocato dai più giovani che l'hanno conosciuto attraverso la sua musica, i suoi disegni, i suoi scritti. Un fenomeno che giustamente sfugge all'informazione modaiola per innervarsi invece nell'anima di un'immensa platea.

“Augusto – ci dice Rosanna – per trent'anni non ha solo cantato, ma raccontato a tre generazioni la vita fatta di gioie dolori, di vita e di morte, lo ha fatto con grande pazienza non trascurando mai la persona dimostrando rispetto ed affetto per chi aveva davanti senza mai farsi condizionare. Spiegava perché cantava con rabbia, per questo il suo pubblico cantava con rabbia o con amore assieme a lui. Ha sempre regalato al suo pubblico più di quanto a volte potesse dare, e questo probabilmente la gente lo ha capito, ha capito che è bellissimo sentirsi amici con “quello” che dal palco ti dice delle cose, perché poi guardandoti negli occhi non si stancherà di ridirtelo. Che la vita è meravigliosa se hai degli amici che ti capiscono e vivono con te le emozioni, ma tu devi soprattutto non barare mai e Augusto non lo ha mai fatto fatto perché credeva sopra ogni cosa nei rapporti umani. La sua voce e le sue immagini sono e rimeranno nel tempo indelebili come il suo pensiero, sarà un po' come sentirci ancora raccontare da lui che la vita è bella nonostante le sue contraddizioni”.

La domanda sorge spontanea: che significato ha l'Associazione Augusto per la Vita? “Soprattutto ha dato a noi che gli volevamo bene e chi ci siamo visti privati di lui, la voglia di combattere in qualche modo perché altri non provassero questa privazione. L'associazione infatti finanzia borse di studio sulla ricerca oncologica o strutture ospedaliere che supportano i pazienti malati di tumore: quando nacque l'associazione eravamo lontani dal pensare che sarebbero nate in seguito attorno ad essa centinaia di manifestazioni per sostenerla. Dalla piccola raccolta personale, al concerto di cantanti e gruppi indistintamente accomunati dal desiderio di ricordare Augusto in modo utile. Dall'anno scorso è iniziato un tesseramento annuale: sentiamo di avere ancora una lunga strada da percorrere assieme agli amici di augusto, perché è questo che ci muove, la certezza che il nostro lavoro porti avanti anche se con grande umiltà un frammento dei suoi pensieri”.

Poco prima di lasciarci, augusto scriveva: “Ma noi saremo più forti di tutto e ci troveremo ancora a ridere, scherzare, e impareremo a tenere in un angolo del nostro cuore i nostri ricordi più intimi, la verità solo nostre”. Ma che film la vita!

Alberto Gedda – L'UNITA' – 06/10/2002

Quella voce sgraziata che diceva: si può fare

Ecco un'altra voce che ricordiamo e ricorderemo finché avremo memoria. La voce di Augusto diceva molte cose, al di là dei testi – pure molto belli – che interpretava sul palco. Era una voce nasale, molto stretta, discretamente povera di armoniche che insisteva su pochi registri generalmente impegnati su frequenza medio-alte. E più saliva, più rinsecchivano le armoniche, su fino a rasentare la austerità militarizzata di un suono elementare. Aveva a disposizione, cioè, tutte le premesse per essere definita, secondo i parametri classici di valutazione, una “voce non bella”. Anzi, disturbava così come spesso mette a disagio un rumore senza estensione ma ad alto contenuto di energia. Ma non ce la ricorderemo perché era una voce non bella ma perché – attenzione: ci contraddiciamo solo in apparenza – proprio perché era una bellissima voce. Tutta colpa del rock e, se volete, anche di molta musica contemporanea, di molta arte contemporanea: tutti soggetti culturali che hanno tolto il velo alla presunzione di una gerarchia in qualche modo oggettiva della bellezza e hanno mostrato le grazie segrete della disarmonia quando si fa portatrice di altri, nuovi contenuti. Fuori da questo bel sentiero dell'espressione umana sarebbe difficile accettare la “bellezza” della voce di Bob Dylan come della afonie di Joe Cocker, dei grugniti di Tom Waits, degli squarciagola di Janis Joplin.

Era bella, la voce di Augusto, perché era intensa, sincera, sgraziata e dolente, forte e rabbiosa, eroica come può esserlo un grido di pace nel bel mezzo del fragore della guerra. Aveva un timbro inconfondibile, era suo e solo suo, così come accade ai grandi interpreti, aveva un rapporto originale con l'intonazione, non nel senso che era stonato ma che era in grado di giocare, senza compiacimenti, sotto o sopra le righe dei toni, anche in questo caso assieme a quei pochi che sanno farlo, accendendo la sorpresa in chi ascolta e tenendola desta. Era una voce familiare, calda a dispetto di quella connaturata sgraziatura graffiante. I suoi acuti, che suonavano, allora e oggi, duri atti d'amore e d'accusa nei confronti della disperazione e dell'impotenza del fare, del cambiare il mondo e le cose che ci stanno attorno, hanno accompagnato la nostra vita, hanno cullato le nostre domeniche senza timone, i nostri grigi ritorni a casa, le nostre disarmonie, il nostro, mai risolto, disadattamento. Come si fa a dimenticarlo?

Toni Jop – L'UNITA' – 06/10/2002



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