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Lettera a un piccolo investitore italiano

Dall'ultima riunione del Fondo monetario internazionale, l'Italia (insieme ad Inghilterra e Giappone) sta ostacolando la firma di un accordo con il nostro paese. Dato che il suo governo afferma che sta difendendo i suoi interessi, piccolo investitore, vorremmo condividere con lei alcune riflessioni che ci sembrano indispensabili per una diagnosi sincera degli avvenimenti. Come lei sa, l'immigrazione italiana è stata da tempi lontani la più numerosa ad arrivare sulla nostra terra. Ancora oggi quasi il 40 per cento degli argentini discende da italiani, fenomeno che per le sue dimensioni non ha eguali nel mondo ed è un caso del tutto eccezionale per l'Italia. Non sorprende quindi che sia di origine peninsulare tanto il cognome del ministro dell'economia - che nel decennio passato ci ha fatto sprofondare nella grave crisi che stiamo vivendo - come quello di chi ora sta tentando di tirarcene fuori. Tantomeno sono aliene a questo vincolo speciale le iniziative di legge presentate da parlamentari del suo paese per alleviare la situazione dei possessori di buoni argentini, in particolare dei piccoli investitori come lei, riconoscendo allo stesso tempo gli sforzi che stiamo facendo per onorare i nostri accordi attraverso una crescita sostenuta.

La solidarietà reciproca è sempre esistita tra le nostre due nazioni. L'Argentina, per esempio, ha offerto all'Italia un immediato ed ampio aiuto creditizio dopo la prima e, soprattutto, dopo la seconda guerra mondiale, quando accogliemmo numerosi emigrati che ebbero totale libertà nel girare rimesse.

Oggi, mentre siamo noi ad uscire da una vera guerra sociale che ha quasi distrutto la nostra economia, quali argomenti può ragionevolmente impiegare il governo italiano per girarci le spalle proprio quando, dopo quattro anni di recessione e senza alcun aiuto, l'economia argentina manifesta un recupero dell'8,4%, un bilancio commerciale positivo e un avanzo fiscale superiore al 3%?

Come interpretare questo comportamento se, durante la guerra delle Malvinas, l'Italia annunciò alla Gran Bretagna e al resto dei paesi della Comunità Europea che non avrebbe aderito al boicottaggio contro l'Argentina perché «lì risiede un numero elevato di cittadini italiani e uno ancor maggiore di discendenti di emigrati, che formano la nazione argentina, e con cui abbiamo legami di sangue e cultura che impongono un carattere prioritario su decisioni che possono penalizzarli»? Per di più all'epoca eravamo sotto una feroce dittatura militare, mentre ora abbiamo una democrazia rappresentativa con piene libertà. Se poi lei non ricordasse, non sempre il suo paese è stato in condizione di onorare i suoi debiti. Nel 1931, per esempio, gli Stati uniti dovettero condonare proprio al governo di Mussolini tutti i debiti della Prima Guerra.

Siamo chiari: non dubitiamo che lei ha investito in buona fede il suo denaro in titoli argentini e che non è tra gli speculatori che comprarono buoni al 30% del loro valore nominale, nella speranza di duplicarne l'ammontare attraverso la rinegoziazione e sulla misera del nostro popolo. Pensiamo a chi, al momento del pensionamento, ha investito parte della liquidazione nei nostri titoli su consiglio di un impiegato di banca che, volendo toglierselo di torno, lo ha attratto sui benefici del prodotto senza metterlo in guardia sui rischi. In realtà, chiamare lei piccolo risparmiatore significa sottovalutarla, perché non ha messo i suoi soldi nel salvadanaio né su un libretto di risparmi: lei ha voluto fare un investimento molto vantaggioso senza però informarsi sufficientemente. Si figuri che il suo caso aiuta a risolvere un'incognita: perché l'Italia è il paese che accumula in valore l'importo maggiore di titoli del debito estero argentino? Non sono titoli concentrati in poche mani, come in altre parti, ma distribuiti tra niente meno che 450 mila possessori. Cosa ha portato tanti piccoli investitori come lei a comprare questi titoli?

E' proverbiale tanto l'alta propensione al risparmio degli italiani quanto la ricerca di collocazione in valori di buon rendimento. Non c'è nulla da obiettare su questo. C'è però una cattiva coincidenza della quale noi non siamo responsabili. Ci riferiamo al 1998, quando l'Italia entra nell'Unione monetaria europea e il tasso di interesse dei buoni del paese sprofondano arrivando al 3,5% in euro. Ed è anche quando inizia la fase finale della debacle argentina e le istituzioni finanziarie italiane cercano di disfarsi dei nostri titoli, coi quali fino allora avevano fatto fortuna.

Amico investitore, permettici di immaginare la scena: qui appare lei, deluso per la caduta della sua rendita. Lei lavora per migliorare il rendimento del suo investimento. La sua banca le propone i nostri buoni, che superavano largamente i tassi dei titoli del suo paese, ed inoltre si pagavano in lire. Le spiegano che l'Argentina era sempre stato un paese sicuro e le avranno persino evocato il vecchio detto: «ricco come un argentino». Lei ha comprato, perché era conveniente e perché si fidava dei suoi consiglieri.

Le confessiamo che è francamente degno di nota la leggerezza con cui è stato trattato dal 1995 il cosiddetto «miracolo argentino» sulle pagine economiche dei principali giornali e della stampa specializzata in Italia.

Abbondano i riferimenti alla nuova Argentina, alla tigre economica sudamericana, al mercato emergente senza controindicazioni. Tanto che il modello doveva servire da insegnamento alla stessa economia italiana e si usava il nome del nostro ministro dell'epoca per raccomandare una cura da cavallo. Poco e niente si disse sui costi impressionanti della legge di convertibilità in termini di un indebitamento crescente e di una disoccupazione, una povertà e una polarizzazione sociale inedite. Ancor più misere le analisi politiche sulle conseguenze negative della rielezione di Menem nel 1995, della corruzione che coinvolgeva numerosi personaggi in prima linea e della totale impunità che li proteggeva.

La vittoria dell'opposizione alle legislative del 1997 sembrò un mero fatto aneddotico di fronte all'importanza conferita a Domingo Cavallo, quando gli furono concessi dottorati honoris causa nelle più prestigiose università del suo paese o l'ovazione con cui Menem fu ricevuto da alunni e docenti dell'Università di economia di Milano

Ci creda, ci siamo informati prima di scriverle. Molti piccoli investitori italiani come lei ci hanno raccontato che le loro banche, fino alla metà del 2001, garantivano la solidità dei nostri buoni, mentre il rischio paese aveva già raggiunto i 3 mila punti. Come resistere allora ad acquistare titoli a valore nominale che promettono rendimenti fino al 15% l'anno? Non bisogna essere molto perspicaci per pensare alla mala fede (è curioso che ora si tenta di schermire il nostro paese con l'argomento della buona fede) e che quelle istituzioni stavano cercando di prendere le distanze da portafogli ormai senza valore.

Dove vogliamo arrivare con queste riflessioni? Potremmo semplicemente dire che lei ha giocato e che sul mercato finanziario a volte si vince a volte si perde. Ma desideriamo fare un passo indietro: pretendiamo che lei ci conceda il beneficio del dubbio quando diciamo in totale onestà che non tutti i mali di questo storia sono argentini. Niente di più. Non c'è un unico responsabile di questa crisi. Eppoi, non importa mettere a sua disposizione tutta l'informazione necessaria per capire che, questa rinegoziazione delle obbligazioni dello Stato, è imprescindibile affinché possiamo crescere e togliere dalla miseria milioni di concittadini. Infine la inviamo che, se prima aveva prestato attenzione solo ai rendimenti e poca o nulla ai dati, ora pretenda di conoscere i retroscena e ci aiuti a far ricadere le responsabilità su chi ne deve rispondere, tanto nel nostro paese come nel suo. Compreso il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale.

Desideriamo sinceramente che lei esca da questa situazione nel migliore dei modi. Ma sarebbe un triste paradosso che le abbiano fatto riporre fiducia nell'Argentina, in un momento in cui con corrispondeva alla realtà, e la convincano oggi a non fidarsi del nostro paese quando si può fare. Le chiediamo di scommettere sulla nostra crescita: non contribuisca ad annegarla. In tal modo potrà recuperare una parte non disprezzabile di ciò che le dobbiamo. La solidarietà tra le nostre nazioni non è solo un valore storicamente ponderabile: nella situazione in cui stiamo, può finire con l'essere un buon affare.

José Nun – Franco Castiglioni – IL MANIFESTO – 09/03/2004

(Nun è direttore dell'Università nazionale di San Martìn. Castiglioni è stato direttore della cattedra di Scienze politiche dell'Università di Buenos Aires)

(traduzione di Marina Zenobio)

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