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MUSICA

"Mi mancano gli anni ‘70"

Michael Nyman è a Roma, si accomoda, sfila le scarpe ed esordisce: "Scusa, ma sono una persona assolutamente ordinaria". Un uomo ordinario che ha trascorso la vita a studiare musica e comporre. Che si è adoprato per abbattere l’odioso muro che ancora resiste tra musica "colta" e popolare. Mischiando Purcell al pop, citando i suoi maestri (Steve Reich su tutti) e sperimentando senza sosta. Assieme a Tom Johnson ha utilizzato nella critica musicale (di cui fu esponente militante negli anni Sessanta), il termine "minimalismo", ha creato schiere di epigoni o, qualcuno sottolinea, di imitatori. Campione di vendite con la colonna sonora di Lezioni di piano di Jane Campion, alter ego musicale del grande regista Peter Greeaway, Nyman torna con un’etichetta tutta sua (la MN Records), un disco di piano solo (The piano sings) e la voglia di tirar fuori tonnellate di musica ancora non pubblicata e un’opera.

Signor Nyman, nella sua lunga carriera ha lavorato per abbattere le barriere tra musica classica e popolare. È soddisfatto del risultato?

In parte sì. È sempre stato il mio pallino, dai tempi molto istintivi della Michael Nyman Band nel 1976, che era legata alla ritmica del rock. Ecco, se faccio ascoltare un pezzo come Diary of love tratto dalla colonna sonora di Fine di una storia di Neil Jordan, lo trovo comprensibile sia per un pubblico di musica classica che per quello dei Coldplay o degli Scissor Sisters. È chiaro che siamo parti dello stesso mondo, parliamo la stessa lingua. Commercialmente sono anni luce lontano da una rockstar, ma è vero che Lezioni di piano ha venduto tre milioni di copie, una bella cifra anche per una rock‘n’roll band.

L’ultima barriera da abbattere riguarda il rapporto col testo, luogo dove lei non si è mai azzardato…

Ho paura della parola, la temo come niente altro al mondo. È talmente immediata ed esatta che non ammette errori o interpretazioni, è svelarsi completamente e io non mi sento pronto. Un giorno chissà. Penso al mio amico Brian Eno, che dopo 25 anni (dai tempi di Another green world) è tornato a scrivere testi con un disco che sta per uscire. Lui è in grado, è un genio, io non so.

È stato ristampato il suo libro del 1974 "Experimental music, Cage and beyond" con l’aggiunta della prefazione di Brian Eno. Oggi, 2005, quanto è distante Cage e quanto di nuovo c’è da scoprire?

Più vado avanti più penso a quanto abbiamo perso dagli anni Settanta a oggi. Quella spinta creativa non esiste più, ma la colpa non è del fatto che non ci sia più niente da inventarsi, quanto dello svilimento del lavoro dell’artista portato dalla cultura di massa. Mi ricordo i tempi in cui io, Eno e gli altri vivevamo tutti attorno a Portobello Road a Londra ed era un continuo incontrarci, scambiarci idee e progetti come se fossimo al Village di New York. Oggi, un po’ per colpa del sistema discografico, un po’ per l’enorme individualismo dei musicisti, tutto ciò non è più possibile.

Per questo motivo ha aperto una sua etichetta e lasciato una multinazionale?

Certo. Non voglio sembrare arrogante o presuntuoso, ma ho tonnellate di brani musicali mai registrati e un’opera dal titolo Man and boy: dada, che non avrei mai potuto realizzare con la mia multinazionale. Ora posso far uscire tutto assieme perché sono padrone di me stesso e il cerchio si chiude: comporre, suonare dal vivo, produrre, registrare. Senza occuparsi di forzare le persone a comprare il disco.

Incontrerà un altro regista come Peter Greenaway (col quale ha furiosamente litigato)?

Non credo. Quegli anni di collaborazione, dal 1976 al ’91 furono una vera età dell’oro. Lavorare con lui era facilissimo. Ci incontravamo, lui mi spiegava lo script, poi mi dava carta bianca, anzi, mi incoraggiava a comporre nella maniera più spontanea possibile. Non ho mai visto un suo film prima di comporne la colonna sonora tranne che Giochi nell’acqua, che era estremamente complesso. Non accadrà mai più per colpa del mercato cinematografico che commissiona i film da cassetta.

La prossima colonna sonora?

Per The libertine, film diretto da un bravissimo esordiente Laurence Dunmore, con Johnny Depp e John Malkovich, molto bello perché scopre un nuovo Depp. La prima frase che dice nel film è: non vi piacerò affatto. Sarà presentato a Venezia.

Cosa pensa di musicisti che oggi si rifanno alla scuola minimalista che, da Philip Glass e Steve Reich, passa attraverso lei e Wim Mertens? E di pianisti come il nostro Ludovico Enaudi?

Se fossi stato davvero una sua fonte di ispirazione, non avrebbe scritto quello che ha scritto.

Come è la sua giornata tipo?

Mi alzo molto presto al mattino e spesso esco solo per comprare i giornali.

Intervista di Silvia Boschero – L’UNITA’ – 11/06/2005



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