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MUSICA

Estate Oasis

Liam, il cantante, il bello del gruppo, ha il grugno al posto del sorriso, se n'é accorto quel manipolo di ragazzi assiepati di prima mattina davanti al grande schermo di un bar di Via Indipendenza nel cuore di Bologna, dove i due fratelli Gallagher si erano precipitati per vedere la partita tra Brasile e Inghilterra. Uno di quei tipacci dai quali stare alla larga. Noel, dal canto suo, ha la faccia perennemente aggrottata. Se lavorasse nei campi si direbbe che si tiene così contrito per proteggersi dal sole; ma lassù, a Manchester, il sole capita di rado. Eppure, anche se l'Inghilterra è uscita dai mondiali, avrebbero di che sorridere, se non altro perché sono una delle band più importanti del mondo. Noel lo fa per un secondo, per dire che è meglio perdere dal Brasile che dalla Corea, poi ripiomba nel personaggio.

Il dubbio è sempre quello: che si sentano figli d'arte illegittimi. Illegittimi perché nelle loro vene il sangue di Lennon e McCartney non scorre se non come una maledizione, una malattia venerea che li accompagnerà per tutta la vita. E con quello, scorre anche l'eco di Lou Reed, degli Zeppelin e dei mille altri gruppi che fanno capolino da ogni nota del nuovo disco Heathen Chemistry. Ma non è solo questo. Perché sembra proprio che i due Oasis non se li sappiano godere quei 35 milioni di dischi venduti in tutto il mondo e la risposta a questa insoddisfazione e ad una vita irregolare (l'adolescenza da teppistelli, l'alcool, le liti continue, le fighe e le esternazioni di Liam), non è facile da scovare. Quando arrivano in Italia però, sono più umani: rispondono alle domande (non Liam, lui è stato spedito a fare shopping, sia mai che faccia una delle sue sparate fuori luogo...), si dichiarano in pace con il mondo, dicono che il genere umano, dicono che il genere umano è meraviglioso a parte qualche scherzo di natura tipo Kylie Minogue e Robbie Williams, figli della frenesia usa e getta. Noel sembra abbandonare il livore creato ad arte per il botta e risposta con i tabloid britannici (“da noi non recensiscono mai i dischi, ma la celebrità della band”) e parla del suo disco, una creatura semplice, un lavoro incentrato sulle chitarre, “perché questo è ciò che sappiamo fare: belle canzoni. Se ti piace il rock tradizionale, ti piacerà il disco, mentre se ti interessa quello sperimentale, stile Radiohead, allora niente”. Sincero Liam, con quel retrogusto amaro di chi si sente “another brick in the wall”, un ennesimo mattone nel grande castello sfavillante del british pop. Un mattone importante certo, ma non di quelli che costituiscono le fondamenta.

Eppure, hanno lavorato sodo i fratelli Gallagher per uscire allo scoperto: hanno creato il loro celeberrimo muro di suono, quella veemenza d'impatto capace di distinguerli, almeno in parte, dalla sofisticazione beatlesiana. Quello che li ha resi moderni, cattivi e irraggiungibili. Modernità. Ecco la parola più antica del mondo ma la più ossessionante, la maledizione della terra d'Albione che crea generazioni di rockstar infelici. Perché l'Inghilterra è il luogo dove più al mondo si conservano immobili e immutabili alcuni punti fermi (God save the queen), e nello stesso tempo si costringono i propri figli alla gogna di una continua riconversione. Un'ossessione dalla quale le star del pop diventate mature cercano la fuga: guardare uno degli storici rivali degli Oasis, Damon Albarn; sta posticipando in eterno il nuovo disco dei suoi Blur per partecipare a mille progetti paralleli, dai Gorillaz al disco con i musicisti del Mali. Per loro invece, per i due ex ragazzi della working class di Manchester, l'unica cosa da fare è stato utilizzare i media amplificando a dismisura la loro indole da rissosi: farsi votare il personaggio più antipatico degli ultimi cento anni dopo Hitler e Milosevic (è successo a Liam), o lasciar che i giornalisti si inventassero di tutto, ultima una serie televisiva in stile real-tv che vedrebbe protagonisti i fratelli come è successo con The Osbournes, la fiction con Ozzy e famiglia. “Non pretendo che i giornali scrivano la verità- dice Noel – perché la verità è noiosa, e la vita è noiosa, anche quella delle rockstar. Sono i giornalisti che rendono interessante la nostra vita agli occhi della gente. Io sono noioso: mi sveglio, faccio colazione, guardo il football in tv, vado a letto. Che c'è di meraviglioso?” It's only rock&roll, sembrano dire i suoi occhi tristi, non c'è sofisticazione, non c'è inganno...

Sarà per questo che tra le sue band preferite ci sono gruppi come gli Strokes, Black rebel motorcycle club o The soundtrack of your life, band che devono l'ossigeno del rock degli anni '70. Che ti portano indietro nel tempo, quando (racconta Noel), non c'erano i video-game. Mtv e le tonnellate di programmi musicali specializzati. Quando la musica era il centro dell'universo e, come dice Noel, “era la più importante forma di intrattenimento per i ragazzi”. Allora si tradisce, e si comprende come l'eterno contendere con la stampa sia parte di una partita giocata con grande fatica: “Non cambierò mai la vita di nessuno, non sono un dottore. Sono una persona ordinaria che un lavoro straordinario, tutto qui”.

Heathen chemistry per tanti non è un segreto. E anche le linee melodiche non lo sono, dal momento in cui mutuano atmosfere e riff chitarristici che vengono dal passato. Un po' di acustica scritta da Liam (c)Dylan in Song bird, una ballata che firma altri due pezzi), un po' di Beatles qua e là (ma soprattutto il fantasma di Come togheter in Born in a different cloud), un apertura ai Pink Floyd (voluta, come racconta Liam) , in Little by little, un soffio di Iggy Pop e di blues alla Rolling Stones prima maniera in Force of nature. Diverse ballatone da accendino (prima fra tutte Stop criyng your heart, non a caso scelta come singolo), ma anche bei pezzi di potenza rock.

Silvia Boschero – L'UNITA' – 22/06/2002

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