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MUSICA

Per cinque ragazzi morti come partigiani

Una delle prime canzoni uscite dalla fucina dei Cantacronache, verso la fine del '57, fu L'avvoltoio, su testo di Italo Calvino, musicata da Sergio Liberovici. Il rapace della canzone, in caccia di sangue e cadaveri, si rivolge a numerosi personaggi dai quali esige le proprie prede, e tutti i personaggi (il fiume, il bosco, la madre, i tedeschi) gli dicono di no. Si rivolge all'uranio, ed anch'esso gli dice di no: “La mia forza nucleare/farà andare sulla Luna/ non deflagrerà infuocata/ distruggendo le città!”. Il '57 era stato l'anno del lancio dello Sputnik fa parte dell'U.R.S.S. E l'avvenimento era stato interpretato da parte dell'opinione pubblica di sinistra come uno scacco inferto dal blocco socialista alla potenza americana, a sostegno delle tesi “pacifiste” contro quelle del “ricatto atomico”. E' significativo che di questo spunto, nell'aria in quel periodo, si fosse fatto portavoce proprio Calvino, che pure da poco era uscito dal P.C.I. A seguito dei fatti d'Ungheria dell'anno precedente. Questo episodio può servire in qualche modo a chiarire quale fosse la valenza che, almeno all'origine dell'iniziativa, s'intendeva dare da parte dei soci fondatori dei Cantacronache sia alla canzone sia alla cronaca che avrebbe voluto esserne l'oggetto. Si può, con una qualche approssimazione, definire il programma del gruppo con uno slogan coniato per l'occasione da Emilio Jona: “Evadere dall'evasione”. L'intento primario non era quello di mettere la canzone al servizio della lotta politica, ma solo di farne uno strumento culturalmente dignitoso di comunicazione e di dibattito delle idee, contrapposto in prima istanza alla insopportabile futilità della canzonetta commerciale di allora (nel '57 le canzoni top di Sanremo furono Corde della mia chitarra e La casetta in Canadà).

De Angelis, Spadaro

Uno degli elementi che maggiormente ci spinse a questa impresa era proprio l'assoluta mancanza, nel quadro italiano della canzone, di esempi paragonabili, per dignità stilistica e culturale, a repertori provenienti dall'estero, dalla Francia (Brassens, Prévert-Kosma, Boris Vian), dalla Germania (Brecht-Weill, Dessau, Tucholskj), dagli USA (Guthrie, Pete Seeger). Detto per inciso, ci saremmo accorti solo più tardi, ad esperimento avviato, della presenza, nel canzoniere italiano, di casi sporadici di autori d'anteguerra più che degni, come Rodolfo De Angelis, Odoardo Spadaro, per non parlare della canzone napoletana, anche recente. Se la produzione dei Cantacronache, a parziale correzione dell'assunto iniziale, finì poi per caratterizzarsi come un repertorio soprattutto di protesta, di satira, di riflessione politica e sociale, questo derivò dalla prevalenza che queste tematiche assumevano, almeno ai nostri occhi, nel quadro della cronaca complessiva di quegli anni. L'equilibrio del terrore tra i due blocchi, la guerra d'Algeria, le spedizioni “petrolifere” degli eserciti occidentali in Medio Oriente (Libano, Suez), le pesanti interferenze del Vaticano, di Pio XII, del cardinale Ottaviani, dell'Osservatore Romano, nel campo delle vicende politiche culturali italiane, la rimozione dalla memoria storica nazionale della guerra di Resistenza, fatti salvi gli aspetti puramente celebrativi, la condizione delle classi subalterne che solo attraverso sconvolgimenti e sperequazioni lancinanti (migrazioni all'estero ed interne, incidenti sul lavoro, turni massacranti, separazioni familiari, problemi della casa) accedevano faticosamente a livelli di consumo paragonabili a quelli di consumo paragonabili a quelli degli altri paesi occidentali, rischiando per altro di venire integrati dal consumismo avanzante, a scapito dei propri connotati di classe autonoma ed antagonista: tutto questo era materia di cronaca, affrontata e messa in canzone da noi non certo in modo univoco e pianificato, data anche una notevole gamma di differenti posizioni politiche all'interno del nostro gruppo.

E' in questo quadro che si può raccontare come gli eccidi del 7 luglio 1960 a Reggio Emilia siano diventati canzone.

Cercasi comunista

Nell'estate del 1960 ero in armi, nel senso che ero sotto naja, come soldato semplice al Centro Addestramento Reclute di Montorio Veronese. In tutto il battaglione Orobica che mi aveva in forza, e che reclutava soprattutto giovani del Bresciano, del Bergamasco e del Veneto, trovare un iscritto o simpatizzante socialista o comunista era una pura illusione. In caserma era formalmente proibita, e sostanzialmente mal tollerata, l'introduzione di quotidiani di sinistra. Solo nei periodi di libera uscita mi era possibile frequentare, sia pure solo privatamente, compagni socialisti e comunisti di Verona, che mi conoscevano di fama proprio in veste di Cantacronache, e mi fornivano un valido sostegno culturale, umano e gastronomico in quella asfissiante parentesi di diciotto mesi. In tale situazione vivevo naturalmente con molta angoscia e partecipazione le vicende del governo Tambroni, i moti di piazza a Genova, contro il previsto convegno dei neofascisti, e rimasi sconvolto dai morti provocati dalla Celere in Sicilia ed a Reggio Emilia. La goccia che fece traboccare il vaso fu la notizia, propagatasi in caserma, che soldati del CAR avrebbero potuto essere impiegati in servizio di ordine pubblico contro eventuali “disordini di piazza”, con la prospettiva di tenere il fucile in dotazione in camerata, a capo del letto, in situazione di massima allerta.

Per farmi coraggio.

Non sapevo più che pesci pigliare, né riuscivo ad immaginarmi cosa avrei potuto fare, nel sacco di manifestanti antifascisti con i quali avrei doverosamente voluto fraternizzare. Per farmi coraggio, per chiarirmi le idee, per scaricare la forte emozione che la situazione mi provocava, decisi di mettere in canzone alcune delle considerazioni che i fatti mi inducevano a formulare: che cioè le rivolte di piazza di quei giorni erano una ripresa della guerra di Resistenza, che le vittime della polizia di quei giorni erano gli eredi dei caduti partigiani., che a quei “tempi tristi” si era arrivati perché si erano poco per volta messi in soffitta i valori della guerra antifascista. Nello stesso modo in cui diversi canti rivoluzionari e di protesta d'Europa e d'America (avevo in mente in modo particolare una canzone della Comune di Parigi) citavano i nomi dei caduto per le lotte di liberazione, di riscatto e di emancipazione, ritenni doveroso non parlare genericamente di vittime del nuovo fascismo, ma citarne i nomi e cognomi, uno per uno. Per ribadire anche musicalmente il carattere resistenziale e neo-partigiano della canzone e dei fatti narrati, partii dalla constatazione che la più celebre canzone partigiana, Fischia il vento, si serviva di una melodia russa, Katiuscia, imparata presumibilmente da alpini dell'ARMIR divenuti partigiani al loro ritorno in Italia; e volli dare un carattere decisamente di inno sovietico alla melodia, orecchiando e prendendo a prestito un breve risvolto melodico tratto da I quadri di un'esposizione di Modesto Mussorgkij.

Un pezzo senza diritti

Il primo pubblico di questa canzone fu formato dagli amici di Verona, durante le libere uscite, poi dagli amici del Cantacronache di Torino, durante la licenza ordinaria. La registrai su disco solo dopo il congedo e da allora la andai cantando in giro per circoli ARCI e Festival dell'Unità, come pezzo forte del mio repertorio di cantautore. Il suo momento di gloria lo visse in corrispondenza del movimento del '68, allorché mi accorsi con stupore, e compiacimento che, a dispetto del limitatissimo numero di copie del disco su cui era registrata, aveva assunto una diffusione, naturalmente al di fuori dei circuiti normali della RAI e della TV, da hit parade. Nella migliore tradizione della cultura orale popolare, più di una volta la sentii eseguire, trasmettere e cantare come opera “di anonimo”: qualche diritto SIAE in meno ma un bel titolo di orgoglio in più.

Fausto Omodei – L'UNITA' – 01/05/2002



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