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Giovanni Rebora

Il Decreto della Discordia OGM? No grazie, preferisco essere libero di mangiar bene

Il liberismo è un'ideologia, lo sanno anche coloro che ostentano ignoranza. Libero mercato non significa che ciascuno può fare i fatti suoi senza regole, sennò sarei tentato di chiedere perché si fanno pagare le tasse ai produttori e si caricano di balzelli d'ogni sorta, utili solo a scoraggiare la produzione e a trovare denaro per pagare i controllori (e a far vendere macchinette e contatori a qualche amico).


Il ministro dell'Agricoltura Alemanno, mille miglia lontano dalla mia vecchia cultura, propone un decreto sugli organismi geneticamente modificati. Un decreto che viene fermato, dopo opportuna riflessione (cioè dopo che qualcuno ha telefonato ad altri componenti del governo, magari dall'estero), perché"diminuisce la libertà": pare che sia troppo rigido, che non permetta a qualche colosso estero di vendere e diffondere anche in Italia i suoi semi geneticamente modificati.


Se non fosse che per me la ricerca scientifica dev'essere incoraggiata anche con investimenti e "libertà di organizzazione" (assolutamente ignota nel mio Paese), se non sapessi che le piante più robuste finiscono per prevaricare e poi sostituirsi a quelle meno forti (non "vaccinate"), se non sapessi che «la vita di un uomo è lunga per tribolare, ma corta per fare esperimenti, specialmente in agricoltura» (sentenza di un vecchissimo cercatore di tartufi del Monferrato, raccolta da Enrico Vigna), insomma dopo questi "se" potrei anche accettare la riflessione proposta dal ministro per le Attività produttive Marzano e lo stop del presidente del Consiglio. Ma io temo fortemente lo sdegno dei miei amici agricoltori, quelli che producono prodotti di qualità, lavorando con tanti rischi "di mercato", quelli che tentano di produrre cose buone e belle e fanno ciò che possono per non avvelenarmi, per darmi ancora le melanzane piccole da riempire, i cavoli gaggetta, le zucchine trombetta, i pomidoro maturati sulla pianta, il vino e l'olio e perfino la polenta buona.


Già, perfino la polenta. Pare che se noi non mangiamo mais modificato tentiamo di affamare la povera gente dell'Africa o di chissà dove. Perché non lo danno agli africani? Perché devo comperare io quelle cose lì? La risposta che mi viene è la più facile: perché i poveri veri non hanno soldi per pagare, invece io sì. Capito bene? La beneficenza si fa ai ricchi, che pagano. Ai poveri penseranno le apposite organizzazioni.


Quanto alla "produzione da medioevo", citata da Confagricoltura, mi sembra che non si abbiano notizie certe sulle cose che si producevano nel medioevo, mi pare anche che non si tenga conto dei tentativi niente affatto "patetici" di produrre cose migliori: ci sono aziende piccole e medie (ho letto del "nanismo" delle nostre aziende, pare che chi ne ha scritto sia un economista) che sono la parte migliore e più importante della nostra economia, anche dal punto di vista del numero degli "addetti", cioè di chi ci lavora, numero che supera bellamente quello delle grandi industrie.


Non ho voglia di scrivere numeri, contateveli voi gli addetti alla coltura dell'olivo e della vite, gli addetti all'orticoltura di grandissima qualità, contatevi le aziende che fanno cose buonissime, vedrete chi è che sostiene la nostra economia, e la sostiene senza forzare la nostra cultura, medievale sì, ma talmente più ricca e diversificata di quelle che ci si vorrebbe imporre, tale che aiuta anche le nostre esportazioni.
È probabile e quasi certo che l'Italia importi prodotti geneticamente modificati, che li trasformi e che li riesporti opportunamente caricati di valore aggiunto, in questo caso si esporta una cosa che da noi viene valorizzata mediante un procedimento che sta nell'intelligenza dei "trasformatori". Questa intelligenza non si riesce a riprodurre, altrove, nemmeno con gli Ogm, perché è frutto della nostra storia (la storia è ignota anche e sempre ai nostri reggitori), che non è stata cancellata nemmeno con i bombardamenti a tappeto.


Vendano i loro prodotti e il loro seme a chi li comprerà, ma non vengano a imporre a noi, che abbiamo la nostra storia, anche alimentare, ciò che non vogliamo, anche il rifiuto dovrebbe essere considerato libertà.

Giovanni Rebora – IL SECOLO XIX – 12/10/2004



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