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Giovanni Rebora
– IL SECOLO XIX – 30/11/2001

Il mondo in una tazza di caffè


La leggenda della capra inebriata dal caffè la sanno tutti, ma un qualsiasi prodotto naturale non è “merce” finché non viene commercializzato e soprattutto acquistato. Quindi sulle origini possiamo tranquillamente sorvolare.

Il caffè diventa una bevanda nota nel mondo islamico intorno al 1511, quando ne viene proibito il consumo alla Mecca, la proibizione venne ripetuta nel 1524 (si vede che gli arabi lo bevevano lo stesso). Visto chi i proibizionismi non portano a nulla, la legge fu abrogata e ripetuta più volte, ma senza effetti. Al Cairo il caffè era noto almeno nel 1510, nel 1517 è segnalato a Istambul. Ma era ancora una bevanda del mondo islamico, che rimase fedele alla qualità Moka anche quando la pianta fu acclimatata sia in America sia a Giava, che era in mano agli olandesi, non felici delle preferenze arabe.

Qualcuno ha raccontato la favoletta di Solimano che si ritira da Vienna e lascia il caffè, peccato che il Magnifico abbia avuto tutto il tempo per ritirarsi e portarsi via, oltre al suo caffè, anche qualcos'altro. Prima che a Vienna, comunque, il caffè è segnalato a Venezia nel 1615 mentre a Vienna sembra che giunga nel 1651. Alla metà del Seicento il caffè è noto in tutta l'Europa ed i centri più importanti per la sua diffusione sono appunto Venezia e Parigi sia per i frequenti rapporti con la Sublime Porta, sia per l'intraprendenza di alcuni parigini che vendevano il caffè per strada, armati di caffettiera e di tazzine. Uno tra i caffè più noti ed ancora esistente fu aperto da Procopio de' Coltelli, un siciliano che aveva imparato l'arte dall'armeno Pascal, si tratta del “Procope” situato accanto alla Comedie Française; correva l'anno 1688.

Veniamo a noi. L'osteria, intesa soprattutto come mescita di vino, appariva come un luogo frequentato da operai e da portuali, da ortolani e pescatori, insomma un luogo non conveniente per la borghesia, soprattutto piccolissima, degli scrivani e dei bottegai, degli insegnanti e degli impiegati; essi gradirono l'apertura dei “caffè”, quei locali dove si poteva incontrare gente della propria condizione ( e magari qualche Signore), dove si beveva caffè anziché vino, tanto che alcuni esercizi si rifiutavano di tenere tra le loro scorte anche una sola bottiglia di vino, sia pure di pregio.

Intanto il caffè era diventato una bevanda consueta in tutta Europa, ed in Italia in particolare, in questo Paese che sarebbe dovuto essere “povero” a tutti i costi, il caffè ebbe la massima considerazione. Si faceva a Venezia secondo l'uso greco o turco, si faceva a Napoli sotto i Borboni (che erano francesi non per caso) ed a Napoli si inventò la caffettiera “napoletana”, insomma in Italia ci si industriò fino ad arrivare a fare il caffè migliore del mondo. Sarà un caso, ma non lo è, nonostante la miseria figlia di tante guerre, gli italiani sono rimasti fedeli alle loro abitudini di fruire dei consumi migliori.

Seppure relativamente costoso, il caffè, insieme con lo zucchero, divenne il “dono della visita” delle nostre nonne. Le vecchie signore quando andavano a visitare amiche o parenti, portavano in dono un pacco di caffè ed un pacco di zucchero, fasciati in “carta da zucchero” (carta straccia azzurra), si trattava di prodotti che avevano mantenuto il loro prestigio “di lusso” nonostante non fossero più tali. Seppure cresciuto come antagonista del vino, conquistò le classi popolari e divenne presto indispensabile ed irrinunciabile, anche se fatto con l'aggiunta di surrogati e di succedanei, come “l'olandese”, fu sostituito, durante la guerra, dall'orzo tostato e perfino dalle ghiande tostate, che hanno il solo pregio di essere amare, ma nessuno avrebbe mai rinunciato al caffè. Quando finì la guerra ci fu la corsa al “caffè vero”, ma la miseria era ancora tanta e la bevanda si faceva in famiglia o si prendeva una volta al giorno al caffè che ormai si chiamava “bar”, dove veniva preparato con le macchine che erano monumenti di ottone e alpacca, quei monumenti avevano il pregio di produrre l'espresso, invidiato in tutto il mondo.

Poi vennero le macchine moderne, il prezzo diminuì e diminuì il prezzo dello zucchero, così anche i professori possono prendere quattro caffè al giorno, alla faccia dell'eccitazione che dovrebbe produrre.

Giovanni Rebora – IL SECOLO XIX – 30/11/2001

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