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MUSICA

Pacifico, duello d'amore: “Chi cade, può risorgere”

Un duello, dove lei è più forte, crudele, risoluta. E vincitrice. Ma l'amore di lui è ancora più forte, e ricomincerà una nuova vita. “Solo un sogno” di Pacifico è una delle più belle canzoni del Festival.

Lui, Gino De Crescenzo, 40 anni, in arte Pacifico, è un sorprendente osservatore del quotidiano, arrivato solo da un paio d'anni alla notorietà. Testi che sono metafore, musiche molto fresche e innovative, Pacifico ha colpito i suoi stessi colleghi, a cominciare da Ivano Fossati che appare nel suo nuovo Album “Musica leggera”, atteso il 5 marzo.

Pacifico, la vita comincia a 40 anni?

Sembra proprio di sì, e il Festival mi disorienta un po'. Faccio fatica a legare questo momento a quello che ero sino a due anni fa.

Quando ha capito che ce l'aveva fatta?

E' strano, in realtà non ho mai sognato di fare il cantante, ma quando all'Ariston mi hanno dato la Targa Tenco, ho capito che qualcosa era cambiato. E' stata la prima volta che ho cantato in pubblico.

Nel nuovo album, c'è un duetto con Ivano Fossati?

Sì, ho visto tanti suoi concerti, con i Rosso Maltese ho partecipato a un tributo in suo onore, e sapevo che mi apprezzava. Così un giorno ho preso il coraggio...

E che ha fatto?

...gli ho telefonato e gli ho chiesto se voleva cantare in una canzone. Lui mi ha chiesto di sentirne qualcuna, e io gliele ho mandate tutte. Pensavo di tramortirlo, e invece le ha ascoltate. Poi mi ha stupito...

Fossati l'ha sorpreso?

Sì, perché ha scelto quella più leggera, apparentemente. Una canzone sull'amore, quasi primaverile, una specie di inno. Forse, in un momento di grande vicinanza al suo pubblico, voleva proprio cantare la leggerezza, anche se in un modo toccante.

Come si chiama il brano?

A poche ore”.

Lei ha preso anche un Grinzane Cavour. Cosa ci trovano in lei?

Penso che sia un fatto di sincerità, non uso mai formule complesse nel linguaggio, o parole difficili né citazioni. Io parlo di sentimenti che arrivano a tantissime persone, e devi pur farti ascoltare.

Solo un sogno” è una canzone di speranza?

Sì, molti la scambiano per una canzone dolorosa, invece c'è un grande senso di pacificazione. Qualsiasi sofferenza o conflitto può essere superato: la strada che puoi fare non finisce così presto.

E la musica può aiutare?

Sì, perché è una categoria della bellezza. Sono un uomo fiducioso, non amo la disillusione, né il cinismo, anche se in certe occasioni mi divertono. Nella mia canzone c'è un duello, ma è una metafora: se uno cade a terra con una lama piantata in petto, non c'è più nulla da cambiare, è un passaggio definitivo in cui anche il dolore è superato. Ma la pace interiore ti fa superare le montagne, puoi ricominciare...

Solo chi cade può risorgere? Qualcosa del genere?

E' proprio così, si chiude una fase, si supera una linea e si ricomincia una nuova vita.

Oggi, un contenuto forte e poetico passa solo con una musica innovativa. Le pare?

Sì, l'involucro della musica, come nel mio caso, è fragile solo in apparenza. Ma è il ritmo che esprime un dolore o un'emozione importante. Un giorno ho cantato “Solo un sogno”, ma fuori dallo studio sentivano solo la musica. Quando sono uscito, mi guardavano strano.

Ha un'ispirazione letteraria o artistica?

Le sembrerà strano, ma è Stanley Kubrick. Mi ha sempre colpito la sua ossessione: come far ripetere 80 volte la stessa scena. E' sorprendente che una cura maniacale esprima poi un'emozione vera sullo schermo o su un cd.

Perché, lei fa lo stesso?

Non proprio, ovvio, ma scrivo canzoni alla luce incerta della mia stanzetta. L'emozione nasce di lì, e tutto il lavoro che viene dopo, la produzione curata nei minimi particolari, non toglie nulla al punto di partenza. Anzi.

Intervista di Renato Tortarolo – IL SECOLO XIX – 13/02/2004



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