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CINEMA

Un'attrice con i pugni in tasca

C'è la Paola barricadera, quella che si è gettata a capofitto nella vita – quella magmatica, ribollente e spregiudicata degli anni Sessanta – a fianco dei pittori della Scuola Romana, al cinema con Bellocchio, Pontecorvo e Bolognini o a teatro con Lavia e Mastroianni. E c'è l'altra Paola, quella “domestica” di Lucia Mondella, da musical con Morandi, da tv leggera con Dorelli. La vera Paola Pitagora è un po' tutte loro, un mix frizzante che oggi trova un equilibrio in un assolo poetico, tra le liriche di Leopardi e l'intimità femminile della sorella di lui, Paolina. La incontriamo dietro le quinte del Teatro Due di Roma, dove ha messo in scena il suo spettacolo Caro Giacomo, sorprendendola al trucco, cercando di scoprire quale delle tante Paole privilegia oggi, dopo quasi 40 anni di carriera.

Signora Pitagora, lei ha fatto parte di una generazione in cui le svolte di vita venivano scandite, in qualche modo, dalla storia: il clima culturale degli anni sessanta, le contestazioni del '68, l'assassinio di Allende nel '73...In che misura ritiene di aver “scelto” le sue svolte?

Di sicuro, la vivacità artistica di quegli anni, la frequentazione di artisti molto spregiudicati è stata una fortuna a cui ho reagito. Però è anche vero che in quegli anni molti non si sono accorti di quello che stava accadendo. Qui entra in gioco la consapevolezza individuale, come dice Leopardi “ed io che sono”?. Mi ritengo fortunata nel fare un mestiere che amo, ma non ho mai inseguito il denaro. E le scelte artistiche le ho fatte di conseguenza.

Forse tutti non sanno che...ha anche vinto due Zecchini d'oro come autrice di canzoni...

Ah sì, La zanzara e La giacca rotta. Ma era nel paleolitico...

C'è anche un musical nella sua carriera: “Jacopone da Todi” accanto a Gianni Morandi nel 1972...

Uh, per carità. Fu un flop: io cantavo e lui recitava, cioè il contrario di quello che sapevamo fare...

Almeno, era simpatico Morandi?

Che dire, i cantanti sulla scena sono troppo solitari. Lo noto anche nella Lotteria che conduce, dove ha opacizzato la Cortellesi che mi piace tanto. Non ha un buon rapporto con le sue partner. E' bravo quando canta.

Televisione leggera, spesso d'intrattenimento, ma teatro impegnativo (Strindberg, Leopardi) e cinema forte (“Kapò” di Pontecorvo, “I pugni in tasca” di Bellocchio): un caso?

Alla televisione ti chiamano. Come è successo per Incantesimo. All'inizio l'ho fatto con la mano sinistra, poi il feeling con il pubblico mi ha intrigato e mi ci sono messo d'impegno. Anche se ho sentito il bisogno di bilanciare la facile popolarità della tv – troppo facile – con una sfida a teatro. Per confrontarmi fisicamente, atleticamente sulla scena e toccare i miei bravi limiti.

Perché Leopardi?

E' un'operazione un po' kamikaze iniziata una decina d'anni fa quando con Fulvio Maras abbiamo provato a mettere in scena Il profeta di Gibran lavorando sul suono, la musicalità del verso. Poesia in concerto. Con amore e con divertimento.

Anche con Marco Bellocchio fu un azzardo e un successo. All'epoca de “I pugni in tasca” era uno sconosciuto: cosa l'ha spinta a fidarsi di lui?

Mi piaceva la sua energia, quella vena da filosofo che ha ritirato fuori anche nell'Ora di religione. Allora era timidissimo, noi attori tutti un po' imbranati. Era il mio primo film da protagonista, ma è venuto fuori quasi giocando.

Un gioco cupo: la storia parla di uomo che uccide sistematicamente i componenti della sua famiglia...

Sì, ricordo che mi venivano in mente I diabolici di Clouzot. Ma c'era in gioco qualcosa di più: Pasolini parlò del primo film italiano, assieme a quelli di Bertolucci, oltre il neorealismo.

Come si comportava Bellocchio sul set?

Ci chiedeva sintesi, un estremo rigore e grande professionalità. Si capiva che quella storia gli urgeva.

Le sue eroine sono spesso state donne inquiete e appassionate. Si riconosce in questo profilo?

Sì.

E non le ha dato un po' fastidio quando l'Italia degli anni Sessanta ha associato la sua immagine all'interpretazione di Lucia Mondella in tv?

E' curioso, io ho fatto poche commedie anche se ritengo di possedere una certa ironia e soprattutto non ho mai sognato di fare Giulietta. E invece mi sono ritrovata in una Giulietta italiana come lo è stata Lucia manzoniana, intrisa di cattolicesimo e cristianità. A quel punto, ho cercato di darle una fisicità artigiana, togliendole quell'aureola che sembrava avere sulla testa per restituirla alla sua dimensione di lavoratrice alla filanda.

Molti, però, la ricordano anche per la serie televisiva un po' lunare di “A come Andromeda”...

Sa una cosa? Sono stata terribilmente gelosa di Patty Pravo che doveva interpretare il ruolo dell'essere venuto da un altro pianeta. Ma lei si spaventò e fuggì. Così sono subentrata io. All'epoca mi sembrava un lavoro non abbastanza impegnativo. Eppure il tema – la costruzione di un essere umano in laboratorio – è ancora sorprendentemente attuale. In Inghilterra, dove quella serie è andata in onda per tre o quattro mesi, Londra si bloccava per guardarla.

Dei lavori della sua carriera quale rifarebbe volentieri?

Sono più legata al passato che al futuro, che un po' mi spaventa. Però non provo nostalgia...Guardo a quegli anni con simpatia, a volte con imbarazzo – le stupidaggini le ho fatte anch'io. E forse, tornando indietro, viaggerei di più. Sono stata troppo casalinga, troppo legata a Roma.

Qualcuno l'ha definita la Jane Fonda italiana e, certo, spesso è stata sulle “barricate” dell'impegno politico e civile. Oggi per cosa si batterebbe?

Contro l'egoismo e la cecità. Dopo l'11 settembre pensavo che il mondo sarebbe cambiato, che avrebbe ribilanciato i suoi equilibri. E invece siamo arretrati agli anni Cinquanta. Un arroccamento incredibile. Leggo che Schroeder pensa al nuovo assetto pensionistico. Ma non sono capaci di pensare al prossimo secolo invece che al lustro successivo? Possibile che solo gli ambientalisti pensino al futuro del mondo? Mi sembra di essere una povere pazza a fare Paolina Leopardi. Ma serve alla mia salute mentale, questi temi profondi della nostra cultura mi fanno da supporto.

A questo serve il teatro?

Dipende da che relazione si instaura con il pubblico. Quest'anno ho visto solo due cose a teatro: il King Lear allestito da Declan Donnellan – zero scenografie, un lavoro serrato tutto sugli attori, giovanissimi – e Philippe Noiret che leggeva Victor Hugo. Sono uscita piangendo dall'emozione per l'umanità che trasudava. E' questo il teatro: chiedi a chi sta su quella scena di darti un'esperienza, di metterti una mano dentro la pancia. Se accade, può avvenire solo qui. Con un'intensità impossibile al cinema o in tv.

Ha paura d'invecchiare?

La vecchiaia è brutta, inutile negarlo. E' un'offesa fisica, ferisce il mio senso estetico, ma c'è un corrispettivo quando si invecchia con lucidità. I vecchi del teatro sono importanti: penso alla Borboni o alla Carli, persone solitarie, piene di classe e d'inventiva. Le amavo allora e le ricordo adesso per tutta quella storia del teatro che si portavano dietro. Una faccia piena di rughe ha un racconto dietro di sé. Penso a quanto era sconvolgente il Mastroianni delle Ultime Lune. Ecco, vorrei, se possibile, diventare anch'io così.

Intervista di Rossella Battisti – L'UNITA' – 29/12/2002

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