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MUSICA

“La mia ribellione è cantare ancora l'amore”

Intervista a Gino Paoli

Gino Paoli porta a Sanremo Un altro amore. Non sarà un po' come “aggiungere un po' d'amore a chi non sa che farne”, secondo le parole di Mogol-Battisti? Proviamo a chiedergli perché ha deciso di partecipare, uno come lui cui il Festival non può aggiungere niente. “Ma, sai, io in ogni cosa, situazione politica compresa, sono un riduttore. Nel senso che riduco tutto alle cose più semplici e questo mi serve moltissimo. Faccio un esempio: della tv, che entra in tutte le case, penso che, come un ospite, non deve disturbare. Così io non vado in case dove non sono invitato, ma se mi invitano, vado. A Sanremo mi hanno invitato e ci vado. Certo, non rischio niente. Canto tre volte una canzone a Sanremo e mi risparmio di andare ai vari contenitori televisivi, che ormai sono...non so neanche trovare la parola...

Sono innominabili?

Innominabili va bene. Io sono nato anarchico e bastian contrario. Non è che me ne vanti, ma sono così. Se mi dicono di non fare una cosa, allora la faccio. Successe così anche quando Occhetto mi chiese di candidarmi e tutti i miei amici mi dissero di non accettare. E io ho accettato.

Oggi lo rifaresti?

Credo di no. Non nella situazione attuale. Già allora era frustrante. Io sono andato al Parlamento per dare qualcosa, non per avere. Oggi c'è solo la possibilità di una ribellione individuale, col pericolo poi di ritrovarsi da Bruno Vespa.

Una ribellione individuale come quella di Nanni Moretti?

Quello di Nanni Moretti come sfogo è giustificabile, logico e quasi fisiologico. Lo sfogo può muovere la gente, ma a un secondo livello può anche essere strumentalizzato.

Ma allora che cosa si può fare?

La prima cosa da fare è cambiare l'informazione, che è tutta orientata alla ricerca del consenso. Tutti quelli che fanno qualcosa che passa da qualcuno a qualcun altro dovrebbero pensarci bene, dovrebbero esercitare una qualche censura. Non dico ovviamente censura fascista, ma quella dettata dal buon gusto, dal senso morale. Censura giusta è, per esempio, non fotografare Fellini sul letto di morte, Invece la ricerca del consenso mi pare spinga verso la sottovalutazione della gente, che consente tutto quello che sta succedendo.

Bisogna alzare il tono della comunicazione?

Più che altro ripulirlo. I politici vanno verso la ricerca del consenso e verso l'accontentare la gente.

Come fa Berlusconi?

Lui è un imprenditore e non un capo di stato. E funziona. Un imprenditore ha lo scopo di farsi amare ed esaltare dai suoi dipendenti.

Tra le canzoni del tuo disco (intitolato “Se”) che sarà in vendita dall'8 marzo, una dice: “Se la storia siamo noi...”. E' in polemica con la canzone di De Gregori?

No, è una canzone che parte dal guardare fuori e da questa considerazione: se la storia siamo noi, perché si vedono tante puttanate?

“Un altro amore”, la canzone che porti al Festival, mi sembra coerente con tutto quello che sei. Ma uno come te, che ormai è un “classico”, non ha voglia di sorprendere tutti con un gesto artistico imprevisto?

Uno come me cerca sempre. La gente mi vede come quello che fa canzoni d'amore, ma di gesti imprevisti ne ho fatti tanti e canzoni politiche ce n'è anche in questo album.

Questo disco si chiama “Se” e mi è venuta in mente una canzone cattiva che mi piaceva molto, dove dicevi ad un ipotetico amico-nemico: se lei ti amerà come tu vuoi, ricorda che ha imparato da me. Ecco, questa vena cattiva l'hai abbandonata, mi pare.

Perché io scrivo relativamente a me stesso. Allora per me era così, adesso no. In questo disco c'è un'intenzione precisa, quella di non urlare e non accusare. Oggi che tutti urlano, io sono fuori dal coro e credo che questo disco sia una specie di manifesto del buon senso e del buon gusto.

Ma anche l'amore non rischia di diventare un genere?

Non credo che l'amore sia un argomento che abbia fine. Per gli antichi c'erano Eros e Tanatos, amore e morte. Tutto si può ridurre a Eros, perché anche la morte è Eros. La canzone che porto a Sanremo rivendica la mia non appartenenza alla categoria dei playboy, ma posso sbagliare due o tre volte, l'uomo non è fatto di sempre o mai, come vorrebbero farci credere.

Scusa se te lo dico, anzi cerca di capire come lo dico, ma sai che adesso canti davvero bene?

(Ridendo) L'ho pensato anch'io: ma canto davvero! Sono 40 anni che canto...se non ho imparato adesso, non imparo più. Mi piace perché è parlare. Anche Sinatra, quanto cantava, parlava sempre.

Vuoi dire che si canta proprio bene quando non ci si accorge nemmeno di cantare?

E' chiaro. Quand'è che non pensi più ai soldi? Quando ce li hai. Mi viene in mente Ian Anderson dei Jehtro Tull che, a un intervistatore che gli aveva chiesto come mai non faceva più canzoni belle come le prime, rispose: perché non ho più fame.

Ma quando ha tanti soldi, come fa un artista a non diventare borghese?

Borghese puoi diventarlo, ma io ho mio nonno operaio a Piombino, ho l'eredità generica. Se i soldi consideri solo come qualcuno che ti consente di non pensarci...Ora per esempio, dopo Sanremo vado in tournée con 30-35 persone. Vuol dire che non guadagno niente e che amo più la musica dei soldi.

E che cosa ami più della musica?

Più della musica amo la mia libertà.

Allora le donne vengono solo al terzo posto?

No, perché la musica e le donne solo la stessa cosa.

Intervista di Maria Novella Oppo – L'UNITA' – 24/02/2002

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