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MUSICA

IL CONTE D'ASTI: DOMANI IL DISCO SCOMPARIRÀ

Genova per noi è stato in queste nervose settimane d'attesa del Vertice, un incubo che si rincorre da qualunque parte lo si guardi.

Ma Genova per lui (attraverso i suoi occhi) sembrerebbe un incubo ancora peggiore: Paolo Conte è condannato a essere tirato in ballo per il G8 - l'evento più lontano che ci sia dal suo mondo - per il titolo e il fascino d'una sua canzone antica, una delle più belle e carismatiche, una delle prime che gli abbiano dato la gloria.

Ci cantava, entro, le trepidazioni dei terragni che vivono in fondo alla campagna (di Asti) quando s'avvicinano a Genova, che come è noto è un'idea come un'altra. E ah, ah ah ah ah ah.

E paolo Conte ora, al tavolino di un bar, di disquisire del G8 proprio non ne vuole sapere. Sbuffa a denti chiusi: "Penso subito al pericolo di attentati. Il fatto che si riuniscano è tipico di questa gente: però non so neanche perché si riuniscono a Genova, né so elencare i famosi otto paesi che stanno nella G".

Ma dove, e come, il fenomeno della globalizzazione tocca l'artista?

"Sono problemi dei tecnici. Io sono un povero uomo della strada che non ha le nozioni per definire quei problemi".

Ma la globalizzazione riguarda da vicino anche lei. La discografia, per esempio, è stata profondamente modificata da quelle logiche. le grandi major si stanno sempre più imparentando fra loro: sono rimaste in cinque, e se le avessero lasciate andare avanti oggi sarebbero ancora di meno. Cinque grandi sorelle, una delle quali è la Warner, per la quale lei incide e vende dischi in tutto il mondo. Con grande successo, tra l'altro.

"Le alleanze delle grandi major seguono le loro logiche. Per quel che riguarda la nostra posizione di piccoli artisti nel mondo del disco, io pavento da profeta di sventura che il disco scomparirà e che i miglioramenti della tecnologia favoriranno copiature e duplicazione. Personalmente non me ne preoccupo, perché sono un vecchio saltimbanco: e se non si faranno più dischi andrò come ho sempre fatto, ad esibirmi sulle pubbliche piazze e nei teatri. A me piace calpestare le tavole dei vecchi palcoscenici, quelli dove ci ha suonato Armstrong o Duke Ellington. Certo è che le sale di registrazione stanno producendo suoni globalizzati. C'è lo stesso "fondo musicale" ovunque, dove poi inseriscono il tuo suono. E' triste. Vuoi mettere cos'è ancora oggi l'ascolto di una musica degli Anni 30?"

Ma l'esistenza di una industria discografica, ha aiutato o no a far conoscere l'arte di Paolo Conte nel mondo?

"Di questo non mi posso lamentare. Ma per esempio tutto quello che è stato il mio suono all'estero, me lo sono guadagnato prendendo la mia valigia e andando a promuovermi in giro per il mondo, nazione per nazione, città per città."

Mi ricordo quando Conte partecipò alla prima spedizione all'estero, di matrice francese, del grande Astigiano: promossa da Jacques Erwan del Theatre de la Ville, che fu tra gli antesignani francesi della passione per Conte. Salimmo sull'Orient Express, quello originale, rimesso sui binari dopo mezzo secolo di polvere, nel giugno del 1986.

Il team comprendeva l'ancora Avvocato, il suo eterno manager Fantini - Conte è fedelissimo negli affetti e nei collaboratori. Nell'ambito del Festival della canzone europea che si teneva sul mitico treno, tra Parigi e Venezia fu chiesto all'artista di esibirsi al pianoforte a coda, e al kazoo: sui velluti spolverati della carrozza - salotto un'infilata saporita di "Angiolina", "Bartali", "Sotto le stelle del jazz" e "Onda su onda" dominò perfino lo sferragliare della vettura. Resterà nella storia che quello fu l'unico momento in cui i passeggeri smisero di chiacchierare e il loro tè si freddò.

Dove e come la globalizzazione tocca e danneggia l'artista Paolo Conte?

"Molto in generale, e fatte salve le riserve di prima, è chiaro che tutto quello che è fisico e copiabile lo sarà sempre di più. Quel che si spera che si salvaguardi è la cosa non fisica, e cioè il diritto d'autore. Meno male che hanno fermato Napster, sennò me ne starei in campagna a suonare per gli amici. E grazie sempre a Giuseppe Verdi. Grazie a lui è nato il diritto d'autore."

Lei non è dunque preoccupato di questa situazione complessiva?

"Non lo sono personalmente. Io l'ho detto che sono un saltimbanco, lo spirito con il quale mi sono mosso è sempre stato quello."

Dove si finirà con l'aria di omologazione che tira?

"Purtroppo l'omologazione vuol dire perdere tutte le diversità, le nuances, anche le differenze etniche, che erano il sale della specificità. Questo vale dal bicchiere di vino che non è più quello di una volta, alle facce delle attrici che adesso sono tutte uguali: un tempo avevano una personalità stampata sulla faccia, adesso non più."

Lei ha appena utilizzato per il suo progetto di un musical sugli Anni Venti, già trasformato in un disco che s'intitola "Razmataz", il supporto del modernissimo DVD. E' diventata un'opera videomusicale, con una grande orchestra e 1800 tavole dipinte con tecniche miste, e due ore e venti di voci cantanti e recitanti. Il sogno di sempre s'è fatto modernità assoluta.

"Non so se si possa attribuire a quel lavoro l'etichetta di sperimentale, visto che si sovvertono le regole del racconto per immagini. Però mi hanno lusingato le parole di un critico americano, che mi ha definito "traghettatore estetico" dal Novecento al futuro".

In quel sogno degli Anni Venti c'è qualcosa che può riportarci alla realtà bruta di oggi?

"Osservo, esteticamente, che il periodo, brevissimo, sul quale ho lavorato, era contrassegnato da culture diverse, che coesistevano sulla scena. Ho cercato di riportare in vita quell'idea, mentre noto che oggi sotto la definizione di "musica mediterranea" si annacquano allo stesso modo tutte le peculiarità: italiani e greci, spagnoli e portoghesi, suonano tutti allo stesso modo. Un universo di mondi si è perduto".

Storce la faccia, Conte, in una smorfia a esprimere come tutto ciò poco gli piaccia.

Lui, il grande cacciatore di rebus, che perde le notti, ancor oggi come durante la guerra sotto lo sguardo attento del nonno, sui quadrati bianchi e neri di alta enigmistica, canticchiando: "Che vedo dentro nell'attualità… vedo un lampo di cretineria… ragionando in mezzo ai tram… una idiosincrasia...”.

Intervista di Marinella Venegoni – LA STAMPA – 21/07/01

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