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MUSICA

Conte: le mie favole tristi


Conte, lei ha un'attitudine al lavoro che la porta in tour da anni. La definirebbe piemontese, francese, o da musicista jazz?

Curiose ipotesi, le prime due. Opterei per la terza, dal punto di vista del contatto diretto col pubblico. Ma non sarebbe più semplice pensare al fatto che ci sono tante richieste da esaudire e, meno male, i teatri sono sempre esauriti? E quindi perché dire di no al pubblico? Senza poi dimenticare che i miei ammiratori sono sparsi per tutto il mondo e devo accontentare un po' tutti.

Ormai preferisce il concerto a nuovi dischi?

Ogni cosa a suo tempo. Devo essere io e nessun altro a sentire il piacere di fare un altro album. Se no, che piacere è?

Lei ha immaginato tutto un mondo musicale, ma la gente ricorda più la parole.

Di parole tutti sanno e pensano di saper disquisire. Di musica non s'intende quasi nessuno, o meglio nessuno sa trovare le parole per descrivere la musica. Quanto alla memoria del pubblico, ascoltare per credere la vecchia meravigliosa canzone di Charles Trenet intitolata “L'ame des poètes”: il vento spazzerà via le parole delle canzoni, come foglietti leggeri sotto i tavolini di un bar, e la gente ricorderà tutt'al più il ritornello delle canzoni...

I suoi personaggi, uomini o donne, sono italianissimi eppure non sembrano mai toccati dalla Storia.

Ce n'è di storia nascosta nelle mie canzoni, ma la si può scoprire solo “annusandola”. Se fossi uno storico, non darei un artista.

Lei dice di avere molta musica nei cassetti, ma poche parole appuntate per scrivere canzoni.

E' sempre stato così, da sempre. Non me ne voglio preoccupare, anzi...

La cronaca, anche solo per paradossi, le suggerisce mai una canzone?

Non considero il mio mestiere simile a quello del cantautore, ma piuttosto simile al raccontatore di favole, tristi e allegre: comunque favole, fantasmagorie, visioni, invenzioni, sogni...

Come ci si sente, alla sua età, rispettato da colleghi e fans, senza mai una voce discorde?

Il rispetto mi sembra una bella conquista, e ne sono onorato. Una voce discorde, tuttavia, c'è sempre: la mia.

E 65 anni pesano?

Come ho già detto una volta, i mocamberos, gli uomini-camion, i ragazzi-scimmia non hanno mai un'età precisa, complice forse la loro estrema debolezza in matematica.

L'industria sta ricoprendo il canto jazz al femminile: da Diana Krall a Norah Jones.

Le voci femminili quasi sempre riescono ad aggiungere fascino al jazz. Ma perché l'industria non aiuta la gente a riscoprire Bessie Smith, Bertha Chippie Hill, Sophie Tucker?

Diana Vreeland diceva che la vanità è ammissibile, l'esibizionismo no.

Assolutamente giusto.

Vale anche per un uomo che affascina le donne?

Certo, anche perché l'intensità del fascino che le donne hanno su di me è reciproca.

Lei ha disegnato tutto un musical, Razmataz. Merita più un allestimento teatrale o di entrare in una galleria d'arte moderna?

La mia vanità mi spinge a rispondere: tutte e due le cose.

In un album lei ha cantato il Novecento. Che segnali offre il nuovo millennio?

L'album s'intitola “900”, ma solo una canzone appunto, quella che dà il titolo, descrive alla mia maniera la nascita, in un mattino imprecisato, di quel secolo. Quanto al nuovo millennio, vedo segnali paurosi, terrificanti, incivili.

Il secolo scorso è andato meglio?

Converrà che ne riparliamo fra trecento anni. Ma possiamo già dire ch'è stato un secolo intriso di nostalgia di se stesso. Attimo per attimo. Non mi pare che questa sensazione sia appartenuta a secoli passati e, probabilmente, non apparterrà a quelli futuri.

Cos'è mancato a quell'epoca?

L'umorismo, e tante altre cose...

Cosa le suggerisce il futuro?

Che non è una spiaggia deserta: qualcuno ancora scriverà libri, e qualcuno ancora leggerà, per restare alla letteratura...

Cosa deve fare ed evitare un artista di buon senso?

Difficile consigliare il buon senso agli artisti: non se ne intendono, non fa per loro.

C'è un momento, nella sua carriera, in cui la definizione di cantante l'è diventata stretta?

Ho avuto, a suo tempo, il colpo di fortuna di essere ospitato nel mondo dei cantautori, ma provenendo da altre esperienze estetiche. Questa ospitalità mi ha offerto un pubblico intellettualmente vivace e mi ha concesso una paternità di dignità culturale, altrimenti difficilmente conquistabile. Quindi la definizione, fin dall'inizio, mi rimane larga e stretta in uguale misura.

Lei evita temi politici, non esterna e non scrive canzoni in tal senso. Non crede d'insegnare comunque qualcosa?

La notorietà acquisita facendo il canzonettista non mi attribuisce più diritti di quelli che nascono dalla mia condizione di cittadino. Pertanto mi esprimerò sempre e solo in termini estetici.

Il film Moulin Rouge con Nicole Kidman ha rilanciato il musical a Hollywood. E se le chiedessero Razmataz?

Se ricevessi buone proposte, sempre in termini estetici, potrei prenderle in considerazione. Perché no?

Perché ha scritto Razmataz?

Perché inseguo fantasmi.

Intervista di Renato Tortarolo – IL SECOLO XIX – 14/04/2002

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