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MUSICA

Conte Paolo

Con quell'aria da italiano d'altri tempi, da seduttore arrivato quasi per caso in giacca e pantaloni chiari e maglietta scura, Paolo conte si appresta ad avviare un tour estivo. Dorme in un albergo liberty, quello delle Terme di Castrocaro, affina voce, band e strumentazioni nel padiglione stile razionalista con echi liberty e, fra drappeggi rossi, neon a ferro di cavallo, finestre lunghissime e un foyer con quattro galeoni raffigurati nel pavimento a piastrelle, l'aria anni '30 del luogo sembra attagliarsi bene alle atmosfere dell'ex avvocato di Asti. Che prova e riprova canzoni come Onda su onda anche se la band, formata da musicisti fidati e rodati, conosce il pezzo a memoria.

Nei suoi concerti c'è spazio per l'improvvisazione? Dà l'impressione di essere un perfezionista.

Infatti è tutto preparato. Nel concerto ci sono margini per un minimo di interpretazione e improvvisazione, ma ogni suono è organizzato prima. Il mio ruolo è complesso, non mi vedo come il cantautore classico, chitarra in mano e università alle spalle: sono più anziano. Preferisco sentirmi un compositore e un capo d'orchestra, è una delle parti che recito più volentieri perché più protettiva.

Lei, e le sue canzoni, richiamate fortemente l'idea della seduzione. Molte donne, soprattutto, la percepiscono così.

Niente di premeditato se non il gusto ereditato dalla passione per il jazz antico, per una pronuncia degli strumenti fisica, sensuale.

Brani come “Tango” sembrano suggerire proprio una seduzione fisica, palpabile, attraverso il ballo.

In questa veste sono nella posizione dello spettatore: io non so quasi ballare e quindi ammiro i ballerini, tento di descriverli un po' in profondità anche cercando la ritualità nascosta delle danze.

Lei canta un mondo dove il rapporto tra uomo e donna si muoveva su canali differenti da quelli di oggi.

Un tempo i due universi, quello maschile e quello femminile, erano piuttosto separati. Uomini e donne hanno cominciato a parlarsi molto di più tardi. Probabilmente il periodo che racconto nelle canzoni vede negli uomini una forma di cavalleria che poi se n'è andata.

Concepisce prima una storia, un'immagine, o la musica?

Penso e scrivo sempre prima la musica, poi cerco di farmi venire in mente un testo che mi piaccia letterariamente e scaturisce dalle luci e ombre della musica stessa. Non mi impongo mai un argomento, magari faccio in modo che due o tre parole insieme abbiano una certa frizione e quindi inizino a farsi il solletico, a indicare che stanno per raccontare una storia: allora la storia si dipana. Anche il titolo viene dopo.

Il ultimo cd è “Razmataz” del 2000. Ha molte canzoni inedite nel cassetto. Perché non le tira fuori?

Ho molta musica perché mi è facile scriverla. Ma non vuol dire avere canzoni complete, la completezza viene quando le parole fissano l'identità del brano. Per il momento non posso parlare di nessun progetto. Spero che prima o poi arrivi il momento buono. Ma deve arrivare la voglia, la felicità di scrivere.

Chi considera come maestri?

Ne ho avuti tantissimi. Chi mi ha nutrito di più sono la classica (posso citare César Franc come una delle mie guide) e il jazz classico, con una predilezione per autori come Armstrong o Jelly Roll Morton.

Nella sua musica filtrano il jazz, la musica nera, la tradizione italiana, quella latino americana e molto altro. Crede nella contaminazione?

La contaminazione era già riscontrabile nei miei amati anni '20. Però quella contaminazione manteneva il rispetto per le matrici originarie. Il jazz per esempio: è una musica onnivora, si è nutrita di tante influenze, dalla classica alla musica spagnola a quella francese, da quella popolare a quella africana...Nella convivenza di tutti questi stili si riusciva a captare il succo di queste matrici che si mantenevano ancora vergini. Nelle contaminazioni di oggi vedo un uso di comodo, con ritmi presi a prestito, per esempio, dal Brasile e applicati alla musica mediterranea, ma poi, gratta gratta, come dicono i sudamericani è tutto un “patchanka”.

I personaggi che canta sembrano perdersi davanti al destino.

Teniamo conto che non faccio mai autobiografia, quando canto di un protagonista maschile mi servo sempre di un prototipo che è l'uomo del dopoguerra, italiano, il quale uscendo dai disastri della guerra aveva un ruolo di eroe solitario e perdente. Quell'uomo aveva bisogno di reimparare a sorridere, a parlare, aveva bisogno di avventurarsi di nuovo nella vita, era destinato a viaggiare in qualunque modo, direttamente o con la testa.

Lei dipinge anche. Lo ha fatto per il dvd “Razmataz”.

Sì, però è un vizio solitario che ho abbandonato e ripreso più volte. Nel caso di Razmataz mi sono divertito con matita e pennello perché avevo un alibi, una storia musicale da raccontare.

Nel campo dell'arte quali pittori sente più affini?

Eh, qui si va in lontananza...Direi Tiepolo, Matisse, Campigli, de Kooning.

A Firenze suonerà al Teatro Comunale, luogo della lirica e della sinfonica. Come vede il rapporto tra musica definita colta e le altre?

In Germania ho suonato nella sala dei Berliner, a Londra al Barbican, a Chicago alla sala sinfonica. Posso solo dire che per me è un grande onore calpestare le assi di un palcoscenico dove aleggiano ancora i fantasmi importanti di un passato. Poi, sulla polemica se si devono aprire i teatri ad altre musiche, bisogna prima stabilire qual è il confine storico tra musica colta e non colta. In passato questo confine c'è stato, oggi molto meno.

Intervista di Stefano Miliani – L'UNITA' – 06/06/2003

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