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PAOLO ROSSI
IL SECOLO XIX – 23/11/2001

La televisione? Per me è solo un banale elettrodomestico

Cosa penso io della televisione? E soprattutto: cosa penso io che la televisione sia diventata dopo l'11 settembre? Il dibattito è arduo. Parto dal semplice che mi appartiene di più. Cos'è la televisione? Ricordo che nei giorni dell'avvento della tv in Italia, Eduardo De Filippo ricevette un telefonata da parte di una gentile e solerte impiegata della Radio Televisione Italiana che per presentarsi esordì dicendo: “Buongiorno, qui è la televisione che parla”. Eduardo De Filippo (come lo capisco) non poté resistere, e rispose: “Un attimo che le passo il frigo”.

La battuta di De Filippo (ai più giovani o a chi si fosse sintonizzato solo ora, ricordo che il De Filippo non è il marito di Costanzo) nella sua ironia fulminea, chiarisce nettamente la mia posizione nei confronti dell'oggetto: la televisione va considerata per quello che è in realtà è: un elettrodomestico. Infatti, il televisore si compera forse in libreria? Noooooooo. Si noleggia all'assessorato comunale cultura-sport-giovani e grandi eventi? Noooooooo. Lo si vince conseguendo una laurea dell'università? Noooooooo. I televisori si acquistano nei negozi di elettrodomestici, appena dopo il reparto frullatori multifunzionante e poco prima della zona dedicata ai forni a microonde. E gli organizzatori dei megastore è difficile che sbaglino, oggi sono più attendibili loro dei compilatori di enciclopedie, perché si occupano di marketing e soldo, dove gli errori si pagano cari. Se dunque loro mettono la televisione fra gli elettrodomestici, possiamo stare certi che di elettrodomestici si tratti. Ma che la televisione abbia molto a che fare con il frigorifero, oltre alla battuta di De Filippo e al fatto che entrambi si acquistino nello stesso negozio, mi è confermato da una bella intuizione di un mio amico poeta che diceva: “La vita è come un frigorifero, ti ridà indietro esattamente quello che ci hai messo dentro!”. La televisione lo stesso, anche lei è come il frigorifero e anche lei ti ridà indietro quello che ci metti dentro. Facciamo un esperimento. Provate a sedervi di fronte al vostro televisore spento; basta che nella stanza ci sia una qualunque luce accesa, e cosa vedrete sullo schermo? Voi stessi, la vostra immagine riflessa. E così è: la televisione rispecchia noi, la nostra società; la televisione siamo noi (anche se questo – purtroppo – pare non sia un motivo sufficiente per non pagare il canone).

Questo penso: dall'11 settembre alcune cose sono cambiate: mentre prima eravamo fondamentalmente spettatori, da quel giorno siamo diventati protagonisti di quel film che la televisione trasmette tutte le sere. Protagonisti?!? Oddio, al limite comparse, comparse in un film la cui sceneggiatura non abbiamo né scelto, né scritto noi, e in più ci lasciano le battute peggiori e spesso ci fanno restare in stand-by e lì pensiamo che in realtà tutto stava cambiando già prima, l'11 settembre è solo stato un acceleratore di un meccanismo già avviato da anni. Comunque, fino a qui, ho parlato della televisione da spenta. Ma il problema vero nasce nel momento in cui la accendiamo. La televisione è come un frigorifero, ti ripropone e trasmette quello che ci mettiamo dentro, ma il problema è che non siamo noi a fare la spesa! Se tua moglie riempie il frigo solo di latte di zibellino misto capra (perché lo zibellino di latte non ne fa un cazzo) e di würstel salatissimi di soia, non è il caso di criticare il frigorifero, ma di divorziare. Il frigo-televisione è come il frigo di una comune o di una casa di studenti: il frigo-televisione funziona benissimo, è anche utile, sono gli esseri umani, uno per uno, che vanno valutati per quello che ci mettono dentro. E se uno compra solo cacca e la mette nel frigo che è anche degli altri, va allontanato lui dalla casa (o perlomeno dalla cucina), non c'è da accanirsi sul frigo che magari contiene dell'ottimo tiramisù sugli altri piani. (Anche perché la cacca è contagiosa e infettante, e fa presto a mandare a male quintali di tiramisù, tramutandoli in cacca anch'essi; e poi: chi mangerebbe del tiramisù che convive da anni con la cacca?).

Ma torniamo al televisore come elettrodomestico che ci porta in casa pensieri, emozioni e cibi di altri. Esiste un piccolo antidoto (se proprio non riusciamo a spegnere lo schermo), ed è quello di guardarla in gruppo. Se si è in tanti, la visione cambia, il dibattito si accende, si crea la discussione, nascono diversi punti di vista, e le parole della televisione diventano un opinione (ma una sola, non l'unica possibile), le parole di uno dei tanti ospiti presenti (di solito il più stronzo).

A questo riguardo mi torna in mente quel che ha scritto di me un bravissimo critico televisivo, il quale acutamente afferma che il teatro (e il mio modo di fare teatro in modo particolare) è molto meglio visto dal vivo che non nella solitudine del proprio schermo televisivo. Sono pienamente d'accordo: da sempre sostengo che il derby Inter-Milan sia di gran lunga meglio viverlo sugli spalti di San Siro piuttosto che vederlo in videocassetta una settimana dopo per scriverci su un articolo. Ma questo non vale solo per il teatro e lo sport, credo che chiunque converrà con me e con il critico che essere in una pizzeria di Manhattan (magari ai piani alti) durante l'attacco aereo alle due torri, sarebbe stato di gran lunga più emozionante e strabiliante e agghiacciante e terribile che non vedere le immagini su un televisore portatile a Cuneo o venire a conoscenza della tragedia tramite un SMS. E quanto lo sarebbe stato, allora, trovandosi a bordo di uno degli aerei? Certo è vero anche che se ci avessero trasmesso ad una ad una le morti di ognuno delle migliaia e migliaia di bambini e bambine iracheni e irachene morti-morti dalla fine della guerra del Golfo in poi, forse avremmo avuto l'occasione di impietosirci e di fare qualcosa, alcuni; altri magari di annoiarsi: “Ma che noia, muoiono tutti uguali gli iracheni, chi è che ha scritto la sceneggiatura di questa fiction? Cambia canale, metti su E.R. che coi medici in prima linea c'è più varietà”.

Ma qui torniamo al discorso di chi fa la spesa per il nostro frigovisivo. E io forse sono uno di questi che a volte fa la spesa per voi; eh, già, perché qui parla proprio uno che, come si dice, la televisione ogni tanto lo fa. Esattamente. La faccio e la uso soprattutto per comunicarvi che sono ancora vivo, e che se mi cercate mi trovate quasi sempre più facilmente a teatro piuttosto che a casa. E quando sono a casa la televisione la uso in mille altri modi ancora. Ci attacco la playstation, il video registratore, il dvd, a volte metto un lungo documentario sui pesci e la uso come acquario, oppure ci guardo i film girati durante le vacanze, oppure chiamo degli amici e guardiamo i vecchi sketch di Tognazzi e Vianello, oppure la mattina la accendo come aprissi una finestra, e mentre faccio colazione leggendo la pagina culturale della Gazzetta dello sport, ascoltando lontano i pirla del video cantare.

Ed il consiglio che do a me e a tutti voi insieme è: prendete dalla televisione quello che vi serve, riportatela alla sua funzione primaria di elettrodomestico e poi spegnetela ed uscite. Andate al bar, a tradire la moglie come il marito, a trovare gli amici, a spasso a non fare nulla con le mani in tasca. E se proprio non riuscite ad uscire e sentite il bisogno spasmodico di stare in casa seduti di fronte ad un elettrodomestico, accucciatevi davanti alla vostra lavatrice e guardate dentro l'oblò quanto è bello veder le vesti e la schiuma insieme danzar...e danzar...e danzar... Buona notte.

Paolo Rossi – IL SECOLO XIX – 23/11/2001



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