Intervista ad Alessandro Parronchi

Dopo Sanguineti, Raboni e Luzi, il premio Campana è toccato ad Alessandro Parronchi per la raccolta delle sue Poesie, silloge di oltre sessant'anni di poesia, stampate da Polistampa di Firenze. Parronchi, fiorentino, classe 1914, è uno dei più importanti poeti italiani ed è anche un testimone del secolo, amico di Morandi, Pratolini, Montale Vittorini ed altri frequentatori della Firenze anni trenta, del tempo o del'Ermetismo in cui si è formato. Docente di Storia dell'Arte all'Università, è tra i massimi studiosi di Michelangelo e Donatello.

La questione dell'Ermetismo: come hai vissuto quella stagione?

Sono nato in quel momento. Ho subìto per forza quel clima, una certa astrattezza, poi non mantenuta, la ricerca di vocaboli rari. In quell'ambiente ci sono nato, ma va detto che non c'era uno stile ermetico; ognuno vi ha contribuito a suo modo.

Se qualcuno oggi ti definisse poeta ermetico?

Beh. Non hanno letto il libro. Accetto di essere nato ermetico, ma credo di essermi svolto da quell'origine.

Come nasce una poesia?

Non c'è un sistema. Altrimenti, ne avrei prodotte tantissime. Ogni poesia ha una sua vicenda. Posso solo dirti che nell'età della mia maturità e in quella ancora più tarda la poesia nasce da ricapitolazioni, anche brusche, di un vissuto sedimentato dal tempo. In questi ultimi anni l'ispirazione viene da fatti quotidiani, ed usuali, in cui si distende una ricapitolazione precedente.

Come lavora Alessandro Parronchi quando scrive versi?

Raramente le mie poesie sono rimaste come sono nate. A volte sono state molto lavorate; in vari casi lo spunto ha dovuto attendere moltissimo perché seguisse il suo sviluppo.

Il cinema è un appuntamento importante nella tua carriera di poeta: nei primi anni cinquanta hai infatti composto dei racconti in versi, di netta ispirazione cinematografica, penso a “Il bosco” e “La Città”; il primo è ispirato a “Rashomon” di Kurosawa...

Ho frequentato prestissimo il cinema. La folla di Vidor: lo ricordo come se fosse ora. Era la scoperta di certe zone, per me inedite, di umanità. Poi ci fu il cinema giapponese, una cosa del tutto nuova. Kurosawa è straordinario, per l'uso del tempo reale, non accelerato o manipolato come nel cinema americano. Inoltre in lui c'era uno straordinario talento teatrale: è stato lo Shake del nostro secolo, senza dubbio.

Con il cinema, la pittura e i pittori, con cui hai avuto lunga consuetudine...

Anche la musica. La subisco moltissimo, anche se sono tecnicamente sprovveduto. Soprattutto la camerata fiorentina e Monteverdi, e poi il grande settecento, tra Vivaldi e Handel (quel suo straordinario “Rinaldo”). E poi Berlioz. L'ho conosciuto tardi ed è stata una rivelazione, anche se a volte la sua cartapesta ti disturba, come nel “Cellini”. Ma la “Dannazione di Faust” è straordinaria ed “I Troiani” sono di gran lunga superiori all'opera wagneriana.

Torniamo ai pittori: in particolare hai frequentato due grandi pittori come Morandi e Marcucci. Ma che uomini erano?

Con Morandi non sarebbe stato possibile un rapporto di amicizia fraterna come un Marcucci. Morandi era un santo che si andava a trovare. Gli facevo vedere i miei progetti di studio e ricerca e lui mi dava, magistralmente, il suo parere. Molto devo a Marcussi: non aveva cultura storica, ma sentiva l'arte, con esclusioni nette e tagli assoluti. La sua pittura è stata contrastata e sottovalutata, ma è per me il maggior pittore che abbiamo avuto.

Più di Morandi?

Morandi non si discute. Non sono paragonabili: l'uno razionale, l'altro istintivo. Ma Marcucci, torno a dire, è un grande.

Genova ti consegna il Premio Campana, intitolato ad un poeta cui devi molto e al quale hai testimoniato molto con vari studi, penso al tuo saggio proprio sulla poesia “Genova”. Chi è per te oggi Campana?

Campana ha scoperto la poesia dove non esisteva. E' un poeta fuori della scuola, dell'università, dell'accademia. Non è un maestro, ma uno che fa sentire il rischio della poesia ed il fascino e la profondità che essa significa. Campana ha creduto nella poesia più di tutti ed ha ottenuto quello che voleva. Senti questo attacco, di una altro frammento, meno noto, intitolato sempre a Genova: “Sotto degli infrenati archi marini/dell'alterna tua chiesa azzurra e bianca”.

In “Replay”, una delle tue più belle liriche, si legge: “C'è una paura che le cose muoiano/che nel che è detta la parola “s'estingua”. Quale è il senso e lo spazio della tua poesia?

La mia poesia è malinconica e triste. Oggi la tristezza non è ammessa. Ci sono solo visi sorridenti. Solo questi visi occupano la scena. Che ci sia da sorridere poi, non so. La mia poesia non sorride, è memoria di ciò che vive od è vissuto, cerca di ritrovarne la traccia e si vorrebbe colorare di speranza.

Intervista di Stefano Verdino – IL SECOLO XIX – 01/06/2001