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L'illusione di vivere

Di che cosa ha bisogno di parlare, oggi, l'America? Il paese che predilige la guerra e che fa uso alacre della pena capitale, ma che imbelletta i defunti e li seppellisce, similvivi, in città-giardino, sembra avere bisogno, in queste stagioni, di parlare soprattutto della Morte. Di prendere, con la Morte, un contatto più naturale: meno tecnologico e meno scandalizzato. Così sembra, stando agli ultimi romanzi di due tra i suoi maggiori scrittori: il settantenne Philip Roth e il cinquanteseienne Paul Auster. Nati, e qui però siamo nella sfera del caso, entrambi a Newark, New Jersey.

L'animale morente, di Roth, è un viaggio caldo, rovente, dentro il connubio Eros e Thanatos: si comincia con l'Eros e si finisce, in una sorta essenziale e a linea retta, catapultati tra le braccia di Thanatos. Questo Il libro delle illusioni che, appena tradotto in Italia per Eiunaudi (pagg. 267, € 17), è il decimo romanzo del poliedrico Auster – saggista, traduttore, poeta, sceneggiatore, regista, conduttore radiofonico, giallista sotto falso nome, romanziere – è come se dal punto di vista stilistico fosse, del libro di Roth, il pendant post-moderno. E' infatti, post-modernamente, un libro a scatole cinesi, dove la storia si dilata e si rifrange in altre storie già narrate da altri: siano le Memorie d'oltretomba di Chateaubriand, che il protagonista, David Zimmer, traduce dal francese, siano le cataste di comiche del divo del cinema muto Hector Mann, che lo stesso Zimmer visiona per un libro su di lui che sta scrivendo. E' un libro tipicamente “austeriano”: è con disinvolta sicurezza che Paul Auster, che è vissuto a lungo in Francia, e che si è dimostrato, con la raccolta di saggi L'arte della fame, un luminoso conoscitore di Ungaretti come di Celan, dissemina di richiami del Vecchio Mondo il paesaggio tecnologicamente americano che descrive, da Hollywood al deserto del New Mexico.

Ma insomma, anche qui ecco la Morte farla da regina. Con quel suo compagno di sempre, l'Eros, come lo intendiamo comunemente, ma anche come disperata spinta vitale, che lotta per trovare accanto a lei il suo spazio.

E che Morte. Il protagonista del Libro delle illusioni, Zimmer, in apertura del romanzo ci racconta di essere reduce dalla più spaventosa delle tragedie, ha perso la moglie e i due figli in un disastro aereo. Mesi dopo quel lutto; mentre vedeva per caso una pellicola anni Venti del comico Hector Mann, si è trovato a ridere. Si è aggrappato a quella reazione emotiva per emergere dalla catatonia in cui, fin lì, era sopravvissuto. Si è messo sulle tracce di Hector Mann, ha scoperto come l'attore fosse misteriosamente scomparso nel 1929 da Hollywood, ha visto tutte le sue comiche in circolazione e ha scritto un libro su di lui. Poi la finzione è entrata nella sua vita vera: perché qualcuno ha cominciato a scrivergli dal New Mexico, raccontandogli che Hector Mann da più di cinquant'anni viveva lì, e Zimmer si è trovato in un mondo surreale, a Terra del Sueño, ad assistere agli ultimi istanti di vita dell'antico attore e a farsi raccontare la sua incredibile storia in quei cinquant'anni vissuti in clandestinità. Sì, Zimmer così “rinasce”: non è più catatonico. Ma di Morte ce n'è un'altra, qui a bizzeffe: un paio di assassinii, un cadavere trascinato a spasso come in un film dei Fratelli Coen. E, d'altronde, il cinema che farcisce il romanzo non è, come diceva Godard, “la morte al lavoro”?

Ora, viene l'idea che Paul Auster, naturalizzato newyorkese, si sia sentito nasce dentro l'idea d'un romanzo che decolla con un disastro aereo e col più totale dei dolori, dopo l'11 settembre. “No” nega Auster, “perché in realtà ho finito il romanzo nell'agosto 2001, un mese prima dell'attentato alle Torri Gemelle. Il dolore di Zimmer assomiglia, sì, a quello dei parenti delle vittime di Ground Zero, ma questo lo posso dire solo oggi, a ritroso. Nella realtà concreta non c'è relazione. Era un romanzo al quale stavo lavorando da molto, molto tempo. Molto tempo prima che succedessero quei terribili fatti”.

Questo romanzo, veniamo a sapere sul finale, ci arriva postumo: dopo la fine del narratore, David Zimmer. Ed è, dicevamo, popolato di una morte che solo l'arte sembra avere la forza di vincere. Auster però osserva: “Non è un'idea della vita nichilista, senza speranza, quella che volevo comunicare. Tutt'altro. L'ultima frase del libro, in realtà, è: “Vivo in questa speranza”. “Speranza” è l'ultima parola che consegno al lettore. L'essenza del romanzo, ai miei occhi, è nel fatto che Zimmer nonostante tutto trovi la forza di andare avanti”.

Auster fa riferimento all'innaturalezza che, oggi, circonda l'idea della morte. Infatti aggiunge: “Veda, che dentro un romanzo delle persone muoiano è di secondaria importanza. Non moriamo tutti? E' il destino di noi tutti, non costituisce il fondamento di una tragedia”.

David Zenner osserva con attenzione maniacale, l'attenzione di chi si aggrappa a un fuscello per tornare a galla, la figura di attore di Hector Mann. Una silhouette che si muove, nelle vecchie comiche che scorrono davanti ai suoi e ai nostri occhi, vestita di bianco e capace di illusionismi felliniani: a volte viene in mente il Mastroianni di Ginger e Fred. Auster spiega che è una figura che gli perseguitava da un pezzola fantasia e che non ha, quindi, lavorato di ricalco su qualche figura reale di comici della Hollywood anni Venti: “E' inventata di sana pianta. Anche se in qualche modo può assomigliare ai veri comici del muto, è unico, è Hector Mann”.

Professa amore, lo scrittore-cineasta di quegli aerei e sperimentali film che erano Smoke, Blue in the Face e Lulu on the Bridge, per il cinema delle origini. Ritiene il muto il “vero” cinema, più linguisticamente puro del cinema col sonoro? “Questo, David Zimmer lo dice, nel libro. Ma io non sono sicuro di essere del tutto d'accordo con lui” replica. “Ho profonda ammirazione e affetto per i film muti e in un certo senso l trovo più puri dei film sonori di oggi: sono più immediati, il pubblico segue meglio le trame, perché non è distratto da suoni e voci. Ma ora, passati moltissimi anni da quell'età, anche se i miei sentimenti sono questi, mi accorgo che il discorso non resta vero per tutte le pellicole: le comiche resistono meglio dei drammi. Le comiche sono ancora fresche, vibranti. Noi ridiamo vedendo Buster Keaton o Charlie Chaplin come ridevano gli spettatori degli anni Dieci e Venti. Mentre i film drammatici ci appaiono esagerati, sembrano pantomime”.

Sulla propria personale esperienza aggiunge: “Ho lavorato a tre film e ciascuno ha costituito per me una grande avventura. Ho trovato queste esperienze emozionante e interessanti, mi sono divertito moltissimo, ho scoperto nuove tecniche di comunicazione e ho conquistato un nuovo stile nel raccontare me stesso e la vita. Ma resta un'esperienza limitata. E' stata una divagazione. Non ho intenzione per ora di farne altri. Mi considero anzitutto e soprattutto uno scrittore”.

Divaghiamo. C'è un suo romanzo, signor Auster, cha abbiamo particolarmente amato. Perché è il più caldo ed emotivo: Timbuctù, che ha come protagonista un cane. I cani sono più caldi e vivi degli esseri umani, ai suoi occhi?

Credo che amino meglio di noi. Sono più immediati. Mister Bones in realtà non è davvero un cane, è un vero personaggio che vive in quel corpo. Quello che volevo era raccontare una storia d'amore incondizionato e senza ironia. L'amore di Mister Bones per il suo padrone è totale. E' stato, per me, un mezzo per esprimere i sentimenti umani, ma senza i condizionamenti che quasi sempre frenano noi, e senza l'ironia con cui li circoscriviamo. Così, per traslazione, ho potuto raccontare un amore puro tra due esseri

Lei ora è al lavoro al suo undicesimo romanzo. Tratterà di esseri umani, con le loro contorsioni affettive, o di animali, con la loro immediatezza?

Di esseri umani. E' una storia ambientata a New York.

E torniamo alla Morte. A quella vera che l'esercito del suo Paese sta riversando sull'Iraq. Lei è tra gli intellettuali americani che si sono espressi nel modo più drastico sull'operato del presidente Bush. Come ha trascorso, e con quali sentimenti, queste prime ore di guerra?

In totale depressione. Sono avverso a Bush dal tempo della sua falsa elezione a presidente: ha rubato la carica. Sto male, ho paura che gli Stati Uniti si trasformino nei nemici del mondo, ho paura di questa politica pericolosissima e di questa idea di guerra preventiva senza nessuna provocazione che la giustifichi. E' un'idea che non ha ha posto nella nostra storia passata, è nuova e distruggerà la nostra credibilità nel mondo. Non è che, se non ti piace qualcuno, lo fai saltare in aria.

Ha progetti di partecipare nei prossimi giorni a iniziative pacifiste?

Qui, di opposizione, ce n'è moltissima, come s'è visto nelle marce del 15 febbraio. Non so se in Europa i media ne parlino. Personalmente conosco solo due persone che dichiarano di essere favorevoli alla guerra. Tutti i miei amici, salvo un paio, si sentono oltraggiati e sono all'opposizione. Purtroppo è tragico il fatto che i nostri media facciano capo a pochissime grandi conglomerates e che si siano trasformati in una macchina di propaganda bellica. Credo che anche in Italia sappiate qualcosa, di stampa imbavagliata... Ora noi americani dovremo riuscire a capire cosa succede davvero in Iraq. Per calibrare la protesta sui veri avvenimenti.

Intervista di Maria Serena Palieri – L'UNITA' - 22/03/2003




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