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MUSICA

PFM, musica immaginifica

La PFM, il più famoso gruppo rock italiano: “Impressioni di settembre”, “La carrozza di Hans”, “Altaloma 5 till 9”, “Celebration”, “Out of the roundabout”, “Maestro della voce”, bastano solo alcuni titoli per rievocare la magia di questo straordinario gruppo, che dal vivo offre il meglio di sé stesso. Assieme al tastierista Flavio Premoli e al bassista Patrick Dijvas, Franz Di Cioccio, indiavolato front-man e storico batterista del gruppo, e Franco Mussida, in assoluto il più grande chitarrista rock italiano (l'assolo di “Altaloma” resta tuttora un esempio insuperato), sono l'anima pulsante di questa “premiata” ditta tornata prepotentemente in auge.

Dopo De André, Arbore, Battiato, Guccini e De Gregori è la PFM, con Tracy Chapman per gli artisti stranieri, ad essersi aggiudicata il premio “Il mandolino genovese” in occasione della sesta edizione del Festival Internazionale di Varazze.

Di Cioccio: Pur chiamandoci Premiata era da un po' di tempo che non ricevevamo un premio. E' un bel riconoscimento al nostro lavoro e ad una musica che non è certo facilissima.

Qual'è il vostro rapporto con il mandolino, strumento atipico nel mondo del rock?

Mussida: Ci sono cresciuto insieme in quanto da bambino ho assistito alla performance di mio padre che alla chitarra suonava tutti i sabati sera, insieme ad un mandolino, polke e mazurke. Il mandolino è uno strumento tenerissimo, molo melodico, che quasi si avvicina al violino: necessita, rispetto alla chitarra, di una maggiore sensibilità da parte dell'ascoltatore. Come PFM siamo stati tra i primi ad aprirci a sonorità etniche e mediterranee: già nel 1972 un mandolone compariva in “Dovequando” accanto al Moog.

Voi siete stati il più famoso gruppo di rock progressivo italiano.

Di Cioccio: Sostituirei “rock progressivo” con “musica immaginifica”, termine più idoneo ad indicare la nostra miscela di rock, improvvisazione, tradizione italiana, in cui persino la tarantella, in “Celebration”, poteva sposarsi con il rock. La PFM è sempre stata amata all'estero proprio per questa sua originalità musicale.

Mussida: Siamo sempre stati un gruppo curioso, in movimento, fuori dalle logiche del mercato. Fin dall'inizio non ci siamo fatti condizionare dalla fora-canzone: già “Impressioni di settembre”, al posto del solito ritornello, aveva un inciso strumentale.

In passato siete stati accusati di voler emulare i gruppi inglesi.

Di Cioccio: Noi italiani eravamo la periferia dell'impero e volevamo portare all'estero la nostra musica. Non è vero che volessimo copiare i vari Yes, Genesis, King Crimson: la musica era farina della PFM era farina del nostro sacco, pur filtrata attraverso un patrimonio acquisito. La PFM ha sempre avuto un suo DNA, arricchito dalle diverse personalità.

Controversa, nel 1975, fu l'accoglienza a “Chocolate kings”, il disco con testi in inglese.

Mussida: era la prima volta per un gruppo italiano e on ce lo perdonarono. Fu curioso: pur essendo critici verso la politica degli Usa venimmo accusati di esterofilia e filoamericanismo. In realtà fu un gran disco, suonato in studio come se fosse live.

A proposito di dischi: quali “i figli prediletti”?

Mussida: Difficile dirlo, perché ogni momento della nostra carriera è stato caratterizzato da differenti maturità e soddisfazioni. Nella lista metterei comunque l'emozionante debutto di “Storia di un minuto”, “Chocolate kings”, il live con Fabrizio De André e “Ulisse”, il nostro primo lavoro dopo una pausa decennale.

Come è cambiato, dai vostri esordi, il panorama musicale italiano?

Di Cioccio: Non vedo oggi novità sconvolgenti e mi sembra che si presti sempre più attenzione all'immagine piuttosto che alla musica veramente suonata. Non è casuale che a tirare siano i dischi live, gli unici in grado di restituire, almeno in parte, le autentiche emozioni di un concerto. I nuovi gruppi? Tendono ad una maggiore contaminazione elettronica, ma il rischio dell'omologazione è forte. Qualcosa di interessante comunque c'è, i Subsonica, ad esempio.

Trent'anni di PFM: tempo di bilanci e di futuri progetti.

Mussida: Sono restio a farne, perché siamo sempre proiettati in avanti, anche se il recente live “PFM Japan tour 2002”, registrato per festeggiare il trentennale del gruppo, rappresenta certo una tappa importante. Di una cosa sono certo: per me la musica non la si fa ma la si vive.

Di Cioccio: La PFM è come un dream-team dall'intesa immediata e dall'intatto entusiasmo che ogni sera sale sul palco e sfodera un concerto sempre diverso. La nostra musica, ancora attuale e gradita anche ai giovani, fa parte ormai della colonna sonora di questo Paese.

Intervista di Paolo Battifora – IL SECOLO XIX – 10/01/2003



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