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BIBLIOTECA

La magnifica ossessione

Philip K. Dick

Tutti mondi possibili

Opere scelte

Vent'anni fa, il 2 marzo del 1982, moriva in un ospedale dell'Orange County, California, Philip K. Dick. Aveva cinquantatré anni, essendo nato a Chicago il 6 dicembre del 1928. Per più di trent'anni aveva fatto lo scrittore – principalmente lo scrittore di fantascienza, ma non solo – ma negli ultimi anni della sua vita avrebbe voluto fare anche il profeta, o la guida spirituale. Adesso, forse, rischia di diventarlo, e non credo che sarebbe una bella fine per uno spirito libero, per un tormentato e dubbioso ricercatore della verità e del senso del mondo quale lui fu. Ma come ben sanno gli studiosi di letteratura, e per poco che ci pensino anche i lettori comuni, la ricezione dell'opera di uno scrittore da parte del suo pubblico è un fenomeno molto complesso, di cui le intenzioni dell'autore sono solo una delle componenti, non trascurabile certo, ma non sempre decisiva. Tanto più complessa appare la questione per un autore come Dick, di cui non è sempre agevole ricostruire le intenzioni di scrittura, né il rapporto tra materiale autobiografico, sistemi di pensiero e strategie narrative: e non certo per carenza di fonti, ma al contrario per una loro sovrabbondanza. Oggi, che – in parte grazie al cinema, in parte grazie a quei misteriosi fenomeni di diffusione osmotica del gusto che orientano le scelte dei lettori – Dick è uno scrittore noto e amato da molte più persone di quelle che lo lessero e lo amarono quando era in vita, oggi si corre il rischio di sovraccaricare la sua figura di significati e letture non sempre pertinenti. Il fatto e che, più cose si conoscono della sua vita e delle sue motivazioni, più il personaggio (e forse anche il senso della sua opera) pare sfuggirci, autorizzando interpretazioni addirittura divergenti ma tutte, più o meno, fondate su dichiarazioni e asserzioni dell'autore.

Eppure, dal punto di vista dei temi, l'opera dei Dick appare singolarmente omogenea. Lo stesso scrittore ne era cosciente, e ce l'ha detto nel modo più sintetico ma esauriente in un testo del 1978 pubblicato nel 1985, “Come costruire un universo che non cada a pezzi dopo due giorni”. “Le due questioni che più mi affascinano”, scrive Dick in quel testo, “sono: “Che cos'è la realtà?” e “ Che cosa caratterizza l'autentico essere umano?” Sono ormai più di ventisette anni che pubblico racconti e romanzi, e non ho mai smesso di indagare su tali questioni, profondamente legate tra loro. Che cosa siamo? Che cos'è che ci circonda, ciò che chiamiamo non-io, mondo empirico o fenomenico?”. In un certo senso la prima delle due domande dickiane non caratterizza solo la sua narrativa, ma tutta la fantascienza che, esplicitamente o implicitamente, pone sempre al proprio centro una questione ontologica. Che ci parli di un futuro remoto o prossimo, degli effetti sociali di una nuova tecnologia o di un corso alternativo della storia, di un universo parallelo o di una civiltà aliena, la fantascienza si interroga sempre sulla natura del mondo, sulle sue condizioni di esistenza, sul passaggio di un mondo a un altro (lungo gli assi spaziali, temporali o logici); a differenza del giallo, che dà per scontata l'esistenza del mondo, e mette invece al centro dei propri interessi il problema di come il soggetto conosce il mondo (sotto la specie dell'investigatore che si propone di risolvere l'enigma rappresentato dal delitto).

Ma ciò che è peculiare di Dick è in primo luogo l'intensità e la radicalità della sua domanda sul reale; poi la lucidità che emerge a poco a poco nella sua carriera di scrittore su questa sua ossessione; e in terzo luogo (ma è forse la caratteristica più importante), la combinazione della sua domanda sul mondo con la domanda sull'uomo. Tanto che, in realtà, potremmo sostenere che le due domande cardinali di Dick si interroga su come sia possibile distinguere l'inautentico dall'autentico, su come penetrare la vera essenza del mondo e dell'uomo. E ciò perché la sua prima e fondamentale preoccupazione è una preoccupazione etica, è la protesta contro i meccanismi della civiltà che riducono gli spazi di libertà all'uomo e lo trasformano in un essere dal comportamento prevedibile, ripetitivo, automatico. In un testo precedente a quello sopra citato, L'androide e l'umano, del 1972, Dick scrive: “Qual'è l'aspetto del nostro comportamento che noi riteniamo specificamente umano, esclusivo della nostra specie? E quali invece possono essere classificati come semplici comportamenti da macchine o, per estensione, da insetti, o ancora come comportamenti riflessi? (...) La riduzione dell'uomo a mero utensile: uomini ridotti a macchine, utili a uno scopo che, benché “positivo” in astratto, ha richiesto per il suo compimento quello che io considero il peggior male immaginabile: l'imposizione a colui che era un uomo libero di una restrizione che lo limita alla soddisfazione di un obiettivo esterno al suo destino, per quanto misero”. In questo senso Dick è uno scrittore profondamente americano, anche se nutrito di cultura europea (come tutti gli intellettuali americani, peraltro): i suoi personaggi non hanno quasi mai la statura eroica e la hybris del capitano Achab, né le verve picaresca di Augie March, ma esprimono, anche se in modo diverso, un analogo conflitto fra l'individuo e la società. I protagonisti dei suoi romanzi e dei suoi cittadini umili e sfigati stritolati dall'ingranaggio dell'intreccio e dai meccanismi di funzionamento della società, che si salvano (quando si salvano) solo grazie a un rapporto col mondo più concreto e spesso basato su una manualità artigianale. Così è il Ragle Gumm di Tempo fuori luogo, che scopre che la cittadina anni Cinquanta in cui crede di vivere è in realtà una finzione (questo romanzo è l'ispiratore non dichiarato del Truman Show di Peter Weir); così sono Frank Frink e Juliana, che vivono nel presente alternativo di L'uomo nell'alto castello in cui l'Asse ha vinto la seconda guerra mondiale e Germania e Giappone si sono spartiti gli Stati Uniti, oltre che il mondo; così sono il Barney Mayerson di Le tre stimmate di Palmer Eldritch e il Joe Chip di Ubik, intrappolati nei mondi paralleli (o inscatolati l'uno dentro l'altro) creati dalla droga o dal sogno di una quasi morta; così, in fondo, sono anche il Rick Deckard pieno di dubbi e di incertezze e il “cervello di gallina” Jack Isidore di Ma gli androidi sognano pecore elettriche?; e in questo solo per fare qualche esempio.

In questa sua concezione del mondo come luogo di apparenze fallaci da svelare, in questa sua necessità di uno sguardo acuto, che ci faccia uscire dalla confusione dello sguardo “per speculum et in aenigmate” di cui parla San Paolo (e che era una delle citazioni predilette da Dick), hanno giocato certamente le sue tormentate vicende familiari, dalla morte della sorella gemella dopo poche settimane di vita alla separazione dei genitori; la sua vita in California, in cui giunse giovanissimo e che non abbandonò più sino alla morte, con tutte le suggestioni dei movimenti giovanili e della controcultura degli anni Sessanta; le due disordinate ma fertili letture di ogni sorta di testi filosofici, dai presocratici greci a Kant al Libro tibetano dei morti ai testi gnostici (conosciuti in modo approfondito grazie all'amicizia con il vescovo Pike, e che costituirono l'ossatura di una bizzarra cosmologia elaborata negli ultimi anni); e il suo carattere indubbiamente paranoico. Ma la grandezza di Philip Dick, naturalmente, non sta nelle elaborazioni filosofiche (confuse a volte anche irritanti) che ispiravano le trame dei suoi libri. Sta nell'acutezza dello sguardo che posava sul mondo che lo circondava, sulla società, e che faceva scendere all'interno di se stesso. Sta nell'intensità della sua esperienza interiore, che si focalizza, tra il febbraio e il marzo del 1974, in una serie di visioni, di coincidenze, di messaggi che sembravano giungergli da entità aliene o divine. Sta nell'accanimento e nella sincerità con cui, negli ultimi otto anni di vita, passò al vaglio quell'esperienza in cerca di una spiegazione. E sta nella sua straordinaria capacità di far diventare “racconto” tutti questi materiali: sulle sue pagine vive un ritratto vivissimo della società americana degli anni '50 e '60, una critica coraggiosa al sistema nixoniano e ai livelli occulti del potere, ma soprattutto una tensione alla relazione personale, al calore del contatto e dell'incontro fra gli uomini. Se il suo capolavoro (accanto ad alcuni romanzi degli anni Sessanta) è forse la trilogia scritta negli ultimi anni e dedicata alle esperienze del '74 (Valis, Divina invasione, La trasmigrazione di Timothy Archer), ciò non accade tanto per i suoi risvolti mistici, quanto per gli straordinari e sofferenti personaggi che sono al centro di quelle storie.

Antonio Caronia – L'UNITA' – 02/03/2002

OPERE SCELTE

Dick fu scrittore estremamente prolifico, non solo per ragioni di sopravvivenza (quaranta romanzi e circa 200 racconti). In vita pubblicò soltanto romanzi e racconti di fantascienza, ma scrisse anche romanzi mainstream, pubblicati solo postumi. In Italia Dick è stato pubblicato inizialmente da Mondadori e Nord soprattutto, e qualche titolo negli ultimi anni da Sellerio e da Einaudi. Ma l'editore che negli ultimi anni ha avviato una massiccia rivalutazione di Dick è stato Sergio Fanucci, che sta pubblicando tutte le opere di Dick in volumi più accurati, sia per le traduzioni che per l'apparato critico, curato da Carlo Pagetti, anglista e maggiore specialista di Dick nel nostro paese. In questa “Collezione Dick” sono finora usciti otto titoli, ma il programma continua. Volendo dare un'indicazione (naturalmente soggettiva) dei romanzi più importanti di Dick attualmente in commercio segnaleremo: nella Collezione Fanucci: Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, L'uomo nell'alto castello, Deus Irae. In uscita fra il 2002 e il 2003 Confessioni di un artista di merda, Minority report e altri racconti (in occasione del nuovo film di Spielberg tratto da Minority report), Galactic Pot-Healer, e Le tre stimmate di Palmer Eldritch, I simulacri, Tempo fuori luogo. In altre collane Fanucci almeno Ubik e Noi marziani. La raccolta completa dei racconti è uscita da Mondadori fra il '94 e il '96 col titolo Le presenze invisibili. Fanucci comincerà a pubblicarla nel 2004. a questo bisogna aggiungere l'ottima biografia di Lawrence Sutin, Divine invasioni. La vita di Philip Dick (Fanucci), e il volume di saggi e scritti autobiografici di Dick Mutazioni, a cura di Sutin (Feltrinelli)

Antonio Caronia

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