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LA STANZA DELLE MANIFESTAZIONI

Inge: con le Twin Towers è crollata anche la torre d'avorio dello scrittore

Quanto dura il rosso di un semaforo? Poco, una manciata di secondi prima che ondate di pedoni, nel cuore di New York che è Madison Avenue, spezzino il fiume di auto, bus e yellow cab che romba in attesa di continuare la corsa. Pochi istanti ma sufficienti alla fotoreporter Inge Feltrinelli per rubare il suo primo scatto retribuito pubblicato su Life, il magazine che ha raccontato, fino a qualche anno fa, l'America e il mondo. Era il 1952 e tra la folla della Grande Mela Inge, giovane, bella e aggressiva, aveva catturato Greta Garbo, la diva che non si voleva più mostrare al pubblico, sola, raffreddata, aristocraticamente assente. Quando scattò il verde la divina si riperse tra la folla.

Di questa foto celeberrima e da quella più piccola della signora dell'editoria italiana che la “guarda” dalla pagina accanto, stanca morta, appoggiata a una vetrina ma con la sua mitica, pesantissima Rollei pronta tra le mani, prende le mosse la mostra “Inge fotoreporter” alla Libreria Feltrinelli di Via XX Settembre, a Genova, che l'autrice inaugurerà venerdì 26 ottobre alle 18, con la presentazione dell'album-catalogo, uno splendido volume della Seniorservice Books con la presentazione di Natalia Aspesi.

Sa che è un atto d'amore verso questa città? - racconta Inge – Tutte le città con le nostre librerie hanno fatto a gara per averla per prime, Milano in testa. Ma ho scelto Genova, dove ho tanti amici generosi a cui sono grata, dal grande poeta Edoardo Sanguineti a Piero Ottone, da Maggiani a Grillo che, con De Andrè, fu presente all'inaugurazione della libreria. Solo qualche giorno fa Benni ha presentato “Saltatempo” nel vostro teatro Modena. Non è affatto vero che i liguri sono tirchi e che non leggono, semmai sanno scegliere cosa leggere. Non nascono nel deserto tre grandi megastore come Feltrinelli, Mondadori e Fnac”.

A proposito ha già visitato la concorrenza?

No, sono curiosissima ed è la prima cosa che farò stamattina. Tanta offerta concentrata in una zona favorisce il mercato non lo deprime. Si lavora per pubblici diversi, come a Parigi e a New York dove in 50 metri aprono decine e decine di cinema e teatri, e per ognuno c'è il suo pubblico.

New York ritorna come una persona cara nelle sue foto degli anni '50 e '60 insieme alla cuba di Hemingway e Castro, ritorna nei suoi racconti. L'ha rivista dopo l'11 settembre.

No, ma alla Buchmesse di Francoforte ho incontrato tantissimi amici americani, editori, scrittori: è stato commovente, sono venuti tutti. E ognuno aveva una sua storia, un suo dramma da raccontare. Sotto le Twin Towers c'è un asilo frequentato da 50 bambini i cui genitori lavoravano al Wtc. Un amico mi ha raccontato che quella sera, 40 dei compagni del suo bambino di 5 anni erano diventati orfani di entrambi i genitori.

Come ha saputo dell'attacco alle torri di New York?

Degli amici mi hanno telefonato. “Vai alla tv, accendila subito!” Credevo che fosse un film di Hollywood, vedevo solo le immagini senza l'audio. Ho pensato, no, non è vero, non può essere vero. E' stato terribile. Credo che siamo passati tutti dall'incredulità allo sgomento. Non c'erano parole.

Come giudica il lavoro dei media, della televisione in quest'occasione?

Hanno svolto un ruolo importantissimo, insostituibile all'inizio, ci hanno portato dentro le cose, dentro la tragedia. Ma ora non passa più niente, tutte le informazioni vengono filtrate. Per quello che se ne vede potremmo anche essere in Vietnam. Noi che facciamo libri siamo in prima linea: la gente vuole sapere, legge con avidità cose sull'oriente, saggi anche pesanti sull'Islam, si cercano le radici e le ragioni di tanto odio. Feltrinelli sta per pubblicare un libro molto importante di Shaid, un altro Schultz, tutti approfondimenti su un mondo di cui sappiamo poco. C'è stato a lungo troppo disinteresse per quella parte di mondo. E poi la gente si era stufata dalla guerra in Palestina, pace sì, pace no. Ora si è aperto un libro dai confini incerti, tutti vogliamo sapere.

Un modo brutale per prendere consapevolezza.

Certo, ma non del tutto inaspettato. Di Bin Laden io conoscevo l'esistenza da almeno due o tre anni, lo Spiegel ne aveva parlato descrivendolo come personaggio molto pericoloso: l'uomo misterioso che ha “inventato” il Taliban militante con i soldi della CIA. Un Lawrence d'Arabia senza il romanticismo.

Che cosa, come si scriverà dopo questa storia che ha cambiato il mondo?

Ogni grande romanzo si nutre della realtà, il realismo magico di Marquez è anche la storia dei suoi nonni, Gunther Grass ha usato la guerra per le sue storie. Credo che con il crollo delle Twin Towers e la guerra sia crollata anche la torre d'avorio dello scrittore narciso che finalmente smetterà di contemplarsi l'ombelico, macerarsi nelle personali nevrosi e perdersi in edonismi. E' suonata la sveglia, l'intellettuale è stato stanato e spero che tanti giovani scrittori rispondano.

Dalla sua scuderia chi sta per staccare la corsa?

Tanti dei nostri hanno gli occhi ben aperti sulla realtà e ne scriveranno. Credo che Erri De Luca, Benni, Tabucchi, ma anche Maggiani. E non solo romanzi, si fa buona letteratura anche con documenti romanzati, come l'agghiacciante reportage che il grande Truman Capote fece in “A sangue freddo”.

Se riavesse la sua Rollei tra le mani dove andrebbe oggi la fotoreporter Inge?

A Kabul, con Gino Strada e quei medici eroici di Emergency, tra quei poveri bambini feriti, dentro gli sguardi di quei vecchi che hanno facce bibliche, arcaiche. Facce di pietra che vengono dal nostro pianeta.

E della sua New York?

Non Ground Zero, il suo orrore. Ma i bambini, i parchi, i loro giochi, la felicità: l'altra faccia della medaglia, dell'orrore della guerra batteriologica. Ho molta paura per loro, e vorrei che anche per quei bambini la vita fosse bella.

Bella come belle sono le foto di questa ragazza dei riccioli, allegra e tenace, ancora e sempre pronta a raccogliere il “momento decisivo” per lo scatto come le ha insegnato il suo maestro Cartier-Bresson.

Intervista di Giuliana Manganelli – IL SECOLO XIX – 25/10/2001


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