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CINEMA

Ricordate Salazar?

Accolto dalla critica e dal pubblico come uno dei maggiori eventi culturali di quest'anno, esce in questi giorni in Portogallo l'adattamento cinematografico del romanzo di José Cardoso Pires Il delfino (pubblicato in traduzione italiana dagli Editori Riuniti nel '79 e ripreso da Feltrinelli nel '92), ad opera del regista Fernando Lopes, amico e sodale dello scrittore, e cineasta che, insieme a Botelho, Rocha e al già allora maestro Manuel de Oliveira e influenzati dal neorealismo italiano e dalla critica dei Cahiers, nel 1963 diedero vita alla svolta del “Novo Cinema” portoghese. Tra i numerosi film di Lopes citiamo: Le pietre e il tempo,1961; Le parole e le linee,1963; Rosso, giallo e verde,1969; Il nascosto,1975; Ammazziamo la nostalgia,1988.

L'uscita di questo film rappresenta in realtà molto di più che un avvenimento legato allo spettacolo. Un'intera generazione di intellettuali e politici (fra cui il presidente della Repubblica Jorge Sampaio, e l'ex presidente Mario Soares, entrambi presenti alla prima), alcuni dei quali in esilio nel 1968, anno in cui uscì il romanzo, ha salutato la pellicola sottolineandone, oltre ai pregi artistici l'indubbio valore simbolico, in un momento di delicata transizione politica in cui anche in questo paese le destre hanno riconquistato il potere politico. Perché il film di Fernando Lopes indaga senza remore nel passato recente del Portogallo, nella sua Storia più oscura, affrontando quei fantasmi che, come per il resto dell'Europa, tornano ad aleggiare pericolosamente sul nostro presente.

Nel romanzo di Cardoso Pires il Portogallo e il suo momento storico assunsero la fisionomia di un immaginario villaggio dal toponimo rivelatore, Gafeira, ovvero Scabbia, dotato di un'indispensabile mitografia, di un “signore assoluto” (il Delfino, per l'appunto), una moglie succube, un servo mulatto e una inquietante geografia fatta di paludi mortifere che separavano la terra dal mare. Gafeira era la metafora di un regime come quello di Salazar che, pur segnato dalla fase più cruenta della guerra coloniale in Africa e da un crescente dissenso popolare, si ostinava a rifiutare il sistema della democrazia parlamentare. E nonostante l'apertura fittizia ed ambigua dell'Evoluzione nella continuità di Marcelo Caetano, succeduto a Salazar, erano ancora le maglie della censura e il braccio violento della PIDE (la famigerata polizia politica) a stringersi attorno a ogni concreto tentativo di opposizione ideologica o culturale. Paese immobile e politicamente moribondo così fotografato dai versi di Sophia de Mello Breyner Andersen: “Portogallo così stanco di morire / senza tregua e lentamente / mentre il vento vivo viene dal mare”. Paese arroccato sui “valori” sacri della società salazarista: il trittico “Dio, Patria, famiglia”, il mito della terra e il pauperismo virtuoso delle campagne dietro cui si celava una visione clerico-fascista del potere e lo sfruttamento e la miseria del latifondo; e ancora l'orgoglio della propria solitudine, maschera di un isolamento di cui il paese paga ancora le conseguenze.

E dunque, lavorando in maniera decisa alla riduzione all'essenziale, all'ossatura della storia, Lopes affronta ancora una volta con disinvoltura la trasposizione cinematografica di un testo letterario (lo aveva fatto in maniera brillante con i romanzi Uma abelha na chuva di Carlos De Oliveira, nel 1971, il Il filo dell'orizzonte, di Antonio Tabucchi, nel 1993). E sebbene quella di Cardoso Pires sia una scrittura “cinematografica”, il tessuto della sua narrativa, invece, richiede l'assoluta complicità del lettore, catturato in una sorta di circolarità che ulteriore metafora di un'epoca “autofagica” in cui stagna un fragile ordine pronto ad essere sovvertito. Ed è questo il senso che le immagini di Lopes riescono a catturare e a trasmettere, complici una fotografia attenta e mai didascalica, e soprattutto la scelta felice di un maturo Rogerio Samora, perfetta incarnazione del prototipo umano (il Delfino) e di quella “tipologia sociale” transculturale che nell'accezione lusitana prende il nome di marialvismo: ideologia imbevuta di maschilismo latino; estetica nazi-fascista (il culto della virilità, del dominio, della violenza, della macchina): il principio di casta; l'orgoglio campestre e l'antica genuità popolare della provincia rurale che nascondono ritardo, ignoranza e pericolose mitomanie, in cui, come dice Cardoso Pires, la lettura della realtà è sempre equivoca e può portare al delirio. E soprattutto l'esercizio del potere in tutte le sue forme: sul servo, sugli “altri”, sugli animali, sulla natura, sulle cose. E sulla donna. Ed è proprio la moglie del Delfino, personaggio malato di una mortale malinconia, che, attraverso il suo corpo sensuale e condannato alla sterilità (a cui dà vita un'ottima attrice come Alexandra Lencastre) mette in moto il meccanismo che porta al dramma, all'omicidio. La sovversione del tabù sessuale da parte della protagonista, infatti, rappresenta l'elemento cardine sul quale si costruisce una trama di ispirazione poliziesca in cui la decifrazione degli indizi, affidata allo spettatore, conduce non alla verità bensì ad un ventaglio di ipotesi e speculazioni. La verità è vietata, nel Portogallo salazarista.

Il Delfino, che è il rappresentante di un'aristocrazia rurale obbligato dalle contingenze di un'epoca paleoindustriale di operai-contadini e di stagnazione dell'agricoltura a optare per l'industria, fa fronte disperatamente alla contraddizioni del destino alimentando i suoi miti rurali. E proprio il tempo del mito rappresenta l'estremo rifugio del Marialva lusitano, che, pur inadeguato alla sua epoca, si aggrappa inutilmente all'effimero potere di andare contro la Storia. E sarà la Storia, con il suo corso inevitabile, che finirà invece con l'inghiottirlo. Pochi anni separano infatti il Portogallo del Delfino dal 25 aprile del 1974, dalla Rivoluzione dei Garofani, dalla ritrovata democrazia.

Roberto Francavilla – L'UNITA' – 27/04/2002

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