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CINEMA

Rambaldi, il Geppetto del cinema

Mentre fa ritorno sugli schermi di tutto il mondo E.T. Forse la più importante favola del cinema moderno, noi siamo andati ad Hollywood a trovare il padre dell'extraterrestre più famoso di tutti i tempi. Attenzione: non stiamo parlando del regista Steven Spielberg. L'inventore di E.T. È un italiano, un omino di Ferrara che ha vinto ben 3 premi Oscar e che continua a lavorare senza sosta nel suo laboratorio di Burbank, un capannone alla periferia di Los Angeles. Si chiama Carlo Rambaldi. E' un pittore, un fabbro, un artista, un artigiano. E' talento allo stato puro.

Carlo Rambaldi aveva cominciato a lavorare in Italia, ma è a Hollywood che ha potuto realizzare tutti i suoi sogni, rendendo possibili film un tempo inimmaginabili come King Kong di John Guillermin, Alien di Ridley Scott, Dune di David Lynch, E.T. Di Steven Spielberg e tanti altri.

Con la sua voce, il suo sguardo e le sue mani, Carlo Rambaldi ci ha mostrato tutti i suoi segreti, come un autentico Geppetto del 2000 (e più avanti scoprirete perché lo abbiamo chiamato così).

Vent'anni dopo torna “E.T.”. E' come un figlio diventato maggiorenne?

In un certo senso sì. Si vedranno molte scene che non erano state montate all'epoca e ci sono anche molte altre scene completamente nuove realizzate con la computer grafica. Ma E.T. In tutti questi anni è rimasto sulla terra. La gente ha continuato a vederlo in videocassetta e soprattutto è andato a gonfie vele il merchandising. Calcola che E.T. Ha incassato 1500 miliardi di lire al cinema e più di 2000 con il merchandising. Lo so perché posseggo una piccola percentuale sul merchandising.

Vogliamo ripercorrere la storia? Come nasce E.T.?

Spielberg mi telefonò dopo aver finito di girare Incontri ravvicinati del terzo tipo. Mi chiamò perché non gli piacevano gli extraterrestri che si vedono alla fine del film. Mi chiese se gli potevo dare un'idea. Disse che non avrebbe fatto uscire il film se non fosse riuscito a realizzare degli extraterrestri affascinanti e credibili. Io stavo partendo per l'Italia e non sapevo da che parte cominciare. Poi, durante il viaggio in aereo, ripensai a un quadro picassiano che avevo dipinto in gioventù a Ferrara. Avevo ritratto delle donne che lavavano i panni sul greto del Po. Erano magre, avevano il collo allungato, la mascella larga, e la testa a mo' di periscopio. Eccoli gli extraterrestri, pensai. Quelle donne sono state le madri di E.T.

Fammi capire. Hai mostrato il quadro a Spielberg?

Appena arrivato in Italia, ho spedito a Spielberg una foto del quadro e gli ho fatto un preventivo. Trentamila dollari. Quando glielo dico al telefono, all'altro capo del filo avverto un gelo. Chiedo all'interprete che stava accanto a me: “Avrò sparato troppo?”. E lei risponde: “No, Spielberg si deve essere preoccupato perché la cifra è troppo bassa”.

So che ne hai costruiti tanti di E.T. Quanti, esattamente?

Ne ho fatti tre. Uno con 65 punti di movimenti, un altro con meno movimenti, un terzo solo per la luce del cuore.

E' vero che sul set E.T. Veniva visto da tutti i membri della troupe come un essere in carne ed ossa o è soltanto una leggenda?

No, è così. Tutti lo coccolavano come un bambino, ci parlavamo, gli facevano anche degli scherzi. Come avrai notato, Spielberg voleva sempre una nebbiolina sul set. Usavamo un gas un po' tossico che ci costringeva a stare con delle mascherine sulla bocca. Un giorno, anche E.T. Entrò in scena con la mascherina e scoppiammo tutti a ridere.

Vedo che ancora lavori con le tue mani, con la colla, con i cuscinetti a sfera...

E con la resina dentale...

La resina dentale? Quella che usano i dentisti?

Sì. Solo con la resina dentale riesco a fare le saldature dei pezzettini più minuti dei miei ingranaggi. Ma non te lo dovevo dire. E' il mio segreto.

Tu che sei un artigiano da tre premi Oscar, come ti trovi nell'era in cui si fa tutto col computer?

Io continuo a credere nella meccatronica.

Cos'è la meccatronica? La combinazione tra meccanica ed elettronica?

Esatto. Prendiamo E.T.. In E.T. Ci sono circa 150 inquadrature che hanno per protagonista il personaggio di E.T. Queste 150 inquadrature le abbiamo girate in un mese e mezzo ed eravamo otto persone. Se avessimo dovuto fare lo stesso lavoro col computer avremmo dovuto assumere più di cento persone per circa sei mesi. Senza contare che poi, a chi lo avrebbero dato l'Oscar? Non si può mica dare un Oscar a cento persone.

L'ispirazione per i mostri di “Alien” da dove è venuta?

Il volto di Alien viene da un quadro di Guiger. E' stata un'idea di Ridley Scott. Ma quando andammo da Guiger a Londra, scoprimmo che i suoi quadri sono tutti grandi sei metri per otto. Lui infatti non li vende, si limita a fotografarli e a raccoglierli nei libri. Questo perché Guiger dipinge con l'aerografo, e quindi ha dovuto adattare la grandezza dei quadri al suo strumento di lavoro.

Dei tanti film che hai fatto ce ne è uno che mi è rimasto molto impresso perché era l'opera prima di un grande regista: “La mano” di Oliver Stone.

E' bravo, Oliver Stone. Ma è proprio matto. Pensa che un giorno c'era la mano per terra, in teatro, che doveva camminare e a lui piaceva che gli ronzassero intorno delle mosche. Allora sai che hai fatto? Si è sbottonato i pantaloni e ci ha pisciato sopra. Così, davanti a tutti. E io mi sono messo a urlare: “Fermo! Che fai?! Me la arrugginisci tutta!”. Stone è un grande talento. Ma è matto.

Tu hai fatto la fortuna a Hollywood. Sbaglio o tutto questo è successo perché l'Italia è stata abbastanza avara di soddisfazioni per te?

In Italia ho fatto tanti film, sempre con pochi mezzi naturalmente, con parecchi bravi: con Mario Bava, con Dario Argento ho fatto Profondo Rosso...

No. Alludo al “Pinocchio” televisivo di Luigi Comencini per la Rai.

Quella è una brutta storia. Comencini e i produttori del film mi chiesero se potevo mettere a punto un Pinocchio meccanico dai movimenti credibili. Dovevo farlo a mie spese perché non c'erano soldi, dietro la promessa che dopo me lo avrebbero fatto realizzare in modo più professionale. Io feci questo pupazzo di Pinocchio e ricordo che Renato Guttuso, con cui stavo lavorando alle scene di una Carmen, voleva comprarlo a tutti i costi. Di pupazzi io ne feci tre: uno che scagliava il martello, uno che camminava, e un altro che parlava e gesticolava. Girammo dei provini a Cinecittà e alla fine dissi: “Quando avrete firmato il contratto con la Rai, chiamatemi”. Invece nessuno si fece più vivo. Mesi dopo, scopro che stanno facendo il film e stanno scopiazzando le mie invenzioni. Gli ho fatto causa. E l'ho vinta.

Senti, io vedo qui sul tuo tavolo da lavoro tanti pupazzi di Pinocchio. Ma hanno tutti la faccia di Roberto Benigni, con tutte le possibili espressioni di Benigni. Mi spieghi perché?

Avevo due mesi liberi e mi sono divertito ad immaginare un pupazzo tridimensionale del Pinocchio di Benigni. Lui neppure lo sa. Il fatto è che Benigni mi aveva interpellato quando stava scrivendo la sceneggiatura del suo film. Voleva da me qualche consiglio su come fare gli effetti speciali. Poi, parlando, si pensò a una serie televisiva su Pinocchio con pupazzi tridimensionali. Siccome Pinocchio è la mia fissazione, io sono tornato qui e mi sono messo a lavorare. Ho cominciato da Benigni. Potrei fare tutti gli altri che lui ha scelto per il suo film. Sarebbe un modo per rappresentare integralmente il Pinocchio di Collodi che è troppo lungo per un film. Pensa che nel libro ci sono addirittura sessanta personaggi.

Ti dispiace se gli facciamo vedere cosa hai combinato?

No. Speriamo solo che non si arrabbi.

Intervista di David Grieco – L'UNITA' – 25/03/2002

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