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Lidia Ravera
L'UNITA' – 27/12/2001

Basta guanti da forno a Natale

“In famiglia siamo in dodici. Ciascuno ha portato un pacchetto a ciascuno. Abbiamo scartato 144 pacchetti. Il pavimento era pieno di carta, c'erano fiocchi che a legarli tutti insieme ti calavi dal ventesimo piano. Un incubo”.

“Ho cucinato per quattordici ore, ho lavato piatti per due ore. Alla fine ero così stanca che mi sono addormentata seduta su uno sgabello. Quando mi sono svegliata loro volevano di nuovo mangiare. Un incubo”.

“Non riuscivo a trovare un regalo per sua madre, allora lui mi ha detto che era perché non l'amavo. Perché non amavo lui, non sua madre. Allora io gli ho detto che poteva andare a farsi fottere lui e la sua famiglia di merda. Lui mi ha detto che senza la sua famiglia di merda sarei stata sola come un cane. Mi sono messa a piangere. Allora lui mi ha baciata e stavamo proprio bene, stavamo facendo l'amore, capisci? La vigilia di Natale, mentre tutti si accalcano nei negozi: a un secondo dall'orgasmo è arrivata sua madre. E' entrata con le sue chiavi. Voleva dirmi che cosa dovevo regalare a suo figlio. Un incubo”.

“Io gliel'avevo detto a mio padre: per una volta, dico, per una volta, regalale qualcosa di bello, chennesò qualcosa a cui tiene. Lei se lo aspetta. Lui le dà un pacchettino tutto luccicante, e sai dentro che cosa c'è: un guanto da forno, un maledetto pezzente disgustoso guanto da forno. Lei aveva gli occhi pieni di lacrime. Grazie, ha detto, che pensiero gentile. Io l'avrei ucciso, ma sto zitta e mio figlio fa: nonno, ma allora è proprio vero che sei un taccagno. Un incubo”.

Ne volete altre? Le ho accolte spigolando fra gli amici, origliando conversazioni da Day after.

Natale si abbatte tutti gli anni su di noi poveri laici, come una grandinata di obblighi e problemi. Bisogna fare dei regali, bisogna attrezzarsi a riceverne. Disgrazia vuole che quando un regalo diventa un obbligo entra nella categoria delle contraddizioni di senso. Il regalo è gratuità, impulso, gesto d'amore. Se diventa obbligatorio, diventa un pagamento. Di che cosa? Boh.

Il linguaggio dei regali di Natale è delicato. Se comperi qualcosa per tutti gli amici e tutti i parenti sei costretto, a meno che tu non abbia il budget mensile della divorziata Trump, nei limiti delle ventimila lire (nove euro e mezzo?). A quelle cifre fa tutto abbastanza schifo (non è colpa di nessuno, è il capitalismo che va così). Vivessimo ancora nel territorio del bisogno si potrebbe regalare due polli, otto litri di latte, cinque chili di kiwi. Purtroppo, se qualcuno ha ancora il problema della fame, non frequenta i Nostri Sacri Salotti. Noi, si deve confezionare l'oggettino: il centrino, il calzino, il piattino. Cose inutili.

Se un anno sei in soldi e vuoi regalare valigie di pelle, maglioni di cachemire e posate d'argento, attento, umilierai tutti quelli che ti hanno regalato una tovaglietta politicamente corretta tessuta dagli orfani afghani. Il traffico di regali richiede concentrazione, coordinazione economica, omogeneità, fatica, tempo perso e stile. I più cadono, dopo tre giorni di shopping compulsivo, sbagliano e, invece di finire in gloria, il Natale finisce in imbarazzo, in delusione, in rancore. Naturalmente, ci sono eccezioni felici. Se davvero conosci molto bene la persona cui indirizzare il regalo (i bambini, figli anche cresciuti, amanti molto amati), il rituale funziona. C'è scambio di gioia.

Resta una domanda, non per fare quella di sinistra. Ma noi, perché festeggiamo il compleanno di Gesù, come se ci credessimo, come il bue l'asinello la mangiatoia fosse roba nostra? Se è per festeggiare la mitologica esistenza di un Essere Supremamente Buono non potremmo, dall'anno prossimo, devolvere il budget dei regali a chi, non qui, non sotto il nostro Albero, ancora muore di fame?

Lidia Ravera – L'UNITA' – 27/12/2001




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