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MUSICA

Ricky Gianco: Adriano, despota buono

“Io avevo 17-18, lui, chennesò, forse 26. Siamo a un concerto e io canto senza la “r” perché allora non ce l'avevo proprio. Lui mi guarda e dice: sei bravo, peccato che ti manca (manca, non “manchi”) la “r”. Così vado a scuola di dizione e imparo a pronunciare questa “r”. Passa del tempo, guarisco, e un bel giorno ci si rincontra. Mi riconosce e sentenzia: tu sei quello che non aveva la “r”. E' nata così”. Chi racconta è Ricky Gianco, uno dei più grandi autori e interpreti della nostra canzone, l'altro, è Celentano; i due si incontrano agli albori degli anni sessanta, quando musica, costume, cultura e politica si incendiano di vita nuova e il rock 'n' roll sta per cedere il passo al beat che viene dalla Gran Bretagna. Il mondo cambia pelle, si apre senza vergogna a un fragoroso bisogno di scoprire comunità per la prima volta planetarie e “lui”, Celentano si inventa non un gruppo, ma un sistema di relazioni fondate su meccanismi di difesa; una robusta controtendenza, un buffetto scontroso ai tempi che correvano. Celentano è così, proviamo a farvelo vedere come lo racconta Ricky Gianco, l'artista al quale, alla fine del '61, il già famosissimo Celentano propone di entrare nel Clan.


Che impressione ti fece Adriano?


Intanto, era uno che mi stava dando una possibilità, che era pronto a scommettere su di me; poi, aveva carisma. Come posso spiegarti, aveva magnetismo, aveva qualche cosa di indefinibile e di forte attorno a sé, come Sinatra. E così ho iniziato la mia esperienza nel Clan. Begli anni, ho fatto tanto, ho inventato tanta bella musica. Ma era dispotico, voleva quello che voleva e non si poteva contraddirlo.


Vizi da leader o che altro?


Incido “Pagherò” ma lui capisce che il pezzo funziona e dice !questa la prendo io”, tu fai seguito. Va bene, faccio il seguito.


D'accordo, ma tutte le occasioni hanno un prezzo...


Certo, mica mi lamento. Spiego solo perché a un certo punto me ne sono andato, perché il motivo è un pezzo in più per capire lui. Per esempio: lui vuole andare al biliardo e tutti noi si doveva essere con lui al biliardo anche se non ci garbava. Oppure: dai Adriano andiamo a Londra, lì sta nascendo qualcosa di nuovo, il beat. Ma a Londra non si va perché lui ha paura di andare in aereo e magari non gliene frega niente del beat. E così, già allora capisco che l'uomo può dire delle cose bellissime, e un istante dopo, delle cose imbarazzanti. Fatto sta che alla fine, dopo un anno e mezzo, mi pare, mi rendo conto che ha bisogno di una corte non di un gruppo di amici e io non ho il fisico di una dama di compagnia. Quindi me ne vado ma senza dare spazio ai lamenti o ai pettegolezzi. Gli volevo e gli voglio bene, se lo merita perché sono convinto che sia fondamentalmente un uomo buono. Attraversato da crisi mistiche fin da quando lo conosco, pigro come non so che, ma buono e pieno di belle qualità.


Fai uno sforzo, il ritratto è ancora solo accennato...


L'ho detto: può fare cose bellissime e niente belle. Ha fiuto e intelligenza, può essere furbo. Per esempio, sono convinto che quando a Fantastico se ne rimase zitto per interminabili minuti davanti alle telecamere non sapesse davvero cosa dire ma che contemporaneamente si rendesse conto che quel silenzio fosse una bomba. Vera o falsa che sia questa intuizione, dice delle cose sul tipo Celentano o su quel che penso di lui. Altro aspetto: non gli va di leggere, nessuna voglia.


Di lui solo due ricordi sgradevoli: “Lettera a un ragazzo beat” e “Chi non lavora non fa l'amore”, mi aiuti a capire cosa c'è dietro quel modo di seguire la vita?

Potrei rispondere che è un cattolico ma non sarebbe una spiegazione. E' un cattolico con una coscienza cattolica ma non aiutarlo da una cultura cattolica. Per cui spinto da un senso del bene e del buono può rasentare l'integralismo: me lo immagino a pensare tutto solo nel suo castello con nessun affaccio, lontano dal dramma del confronto.


Sarà per questo che pur prendendo posizione non appare mai schierato con una cultura di destra o di sinistra o di centro...


Ai tempi del Clan di politica non si parlava. Ha una sua bussola che lo spinge ora di qua ora di là ora in nessun posto. Ha intuito e a volta, catastroficamente, non e se ne accorge anche lui, secondo me. Ma è stato bravo a dire le cose che ha detto sulla Rai proprio in queste settimane: sa cos'è la libertà, ma io non so cosa pensi ora dei nostri giorni, dei nostri guai, di questo presente italiano così ammalato e così povero di libertà.


Oltre al carisma, cosa si porta appresso?


E' un grande artista ma sulle spalle e nelle ossa ha tutto quello che questo paese è stato durante il Boom. E' come se tutte le ansie di bene e di vita che quel periodo esprimeva si fossero concentrate e stabilizzate in una sorta di testimonianza solida e credibile, il suo corpo, il suo sguardo.


Intervista di Toni Jop – L'UNITA' – 24/12/2004



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