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CINEMA

Forster, dalla polvere all'aspirapolvere

Robert Forster è un attore americano che tutti conoscono ma di cui pochi ricordano il nome. E' quello che si dice un attore di serie B, cioè uno di quei volti immortalati per sempre in un cinema senza gloria. E pensare che aveva cominciato in grande stile, con un regista come John Huston e accanto a due giganti del calibro di Marlon Brando ed Elizabeth Taylor nel film Riflessi in un occhio d'oro. Subito dopo, è sprofondato nella routine. La sua bella faccia buona per tutti gli usi è finta per anni sui manifesti di piccoli film di genere. Film d' ogni genere: western, polizieschi, di fantascienza. Film sempre anonimi, e sempre dozzinali. Infine, l'oblio. Senza più nemmeno un agente, Forster ha smesso di fare l'attore e si è messo in cerca di altri lavori per sbarcare il lunario. Ma ecco, improvvisamente, il miracolo. Il regista Quentin Tarantino gli affida il ruolo di protagonista del suo film Jackie Brown. Adesso Robert Forster, a sessant'anni suonati, è sulla cresta dell'onda e riceve tante proposte. Non è diventato una star. E' rimasto quello che è sempre stato. Uno straordinario essere umano.

Come è successo che a un certo punto tutti ti hanno voltato le spalle?

Dopo Riflessi in un occhio d'oro, che ho girato a Roma nel 1966, ho fatto un film intitolato Medium Cool (America, America dove vai), un film politico diretto da Haskell Wexler che è diventato un classico del cinema americano. E' un film stupendo sulla convention democratica di Chicago del 1968. Poi, ho fatto un altro paio di film di buon livello, prima che la mia carriera improvvisamente cominciasse a scendere sempre più in basso. Molta gente mi ha dimenticato, eccezion fatta per le mie ex mogli, che non mi hanno mai dimenticato per via degli alimenti, i miei figli e pochi amici. C'è stato un momento in cui ho detto a me stesso: “Se non si fa avanti qualche regista che da bambino ha amato i tuoi film, la tua carriera di attore è davvero finita”. Per fortuna. Quentin Tarantino – al quale da ragazzino piacevano i miei film – è diventato regista. Mi ha scritturato per Jackie Brown e la mia carriera ha ripreso quota.

Ho letto da qualche parte che dovevi fare anche le “Le iene”, il primo film di Tarantino.

A dire il vero, non c'era niente di deciso. Ho ricevuto una telefonata. “Devi fare un provino per un regista che si chiama Quentin Tarantino”. Invece, dopo il provino, lui mi ha detto: “No, non va. Darò la parte alla persona alla quale ho dedicato l'intera sceneggiatura: Lawrence Tierney. Ma chissà, forse uno di questi giorni...” Cinque anni più tardi, Dopo Pulp Fiction, incontro Tarantino al ristorante. Prima ancora di salutarmi mi porge un copione e dice: “Leggilo e fammi sapere se ti piace”. Era Jackie Brown.

Ho sentito parlare di uno scherzo che ti ha fatto durante le riprese di “Jackie Brown”?

Quale scherzo?

Ha fatto vedere a tutta la troupe un film in cui appari nudo, o sbaglio?

Ah, già, sì. Ma non era mica pornografia! Era un film inglese, American Perfekt diretto da un giovane regista, Paul Chart. Un gran bel film, ti assicuro.

Oggi hai capito perché la tua carriera ha cominciato a perdere quota?

Perché ci sono tantissimi attori e pochi lavori. Nel periodo centrale della mia carriera – quando i figli diventano sempre più grandi e le parti diventano sempre più piccole – ho accettato tutto quello che mi veniva proposto, inclusa la televisione, i film scadenti, quelli di serie B e anche di serie C, tutto quello che c'era da fare. Dopo Delta Force, l'unico film che ha avuto successo, mi hanno offerto solo personaggi di cattivo. Ho fatto Gheddafi, Noriega, quello che ammazza un bambino sull'aereo e lo butta fuori dallo sportello e sai una cosa? Dicono che fare il cattivo non è male perché non ti devi preoccupare della carriera, le scene sono sempre interessanti e, a volte, si hanno anche dei giorni di riposo. Ma sul set bisogna sempre comportarsi male, per tutto il giorno, e ti assicuro che non è divertente.

Il tuo primo regista è stato John Huston. Come lo hai incontrato?

Non sapevo nemmeno chi fosse. Avevo recitato solo una volta in teatro, a Broadway. Lessi velocemente la sceneggiatura di Riflessi in un occhio d'oro e mi recai in un hotel di Madison Avenue, a New York, dove dovevo incontrare Huston. Faceva un caldo terribile. Entrai nella hall ed era piena di gente. Tutta gente che mi assomigliava. Saranno stati una cinquantina. Ci rimasi male. “Questo è un provino collettivo”, mi dissero. Decisi di lasciar perdere e andai a farmi quattro passi, ma ad un certo punto pensai: “Ehi, sei venuto fin qui dalla California. Forse è meglio tentare”. Tornai all'hotel. C'era meno gente. Scrissi il mio nome in fondo alla lista e aspettai. Alla fine, sento chiamare il mio nome. Mi portano in ascensore. Aspetto in corridoio. Esce una persona ed entro io. Mi presentano un tipo anziano, molto alto. “Cosa hai fatto?”, mi chiede. “Non molto”, gli rispondo. “Ho fatto solo un'opera a Broadway. Non sono andato male, ma non mi ritengo un attore. Non ho mai fatto un film. Non so niente di cinema. Ma se mi prende, le prometto che imparerò, e la ripagherà della fiducia”. Incredibile ma vero, mi prende. Ci incontriamo dove vengono preparati i costumi. Gli dico: “Mi hanno mandato la sceneggiatura. L'ho letta. Lei mi ha detto che mi avrebbe dato delle indicazioni. Sono pronto”. E lui: “Non ancora, ragazzo”. Aspetta, aspetta, i giorni diventano settimane e nessuno chiama. Le settimane diventano mesi e nessuno chiama. Nel frattempo, muore Montgomery Clift e viene sostituito da Marlon Brando. Finalmente arriva le telefonata. “Ci troviamo a Long Island. Si gira per 10 giorni, poi si parte per Roma”. Mi presento a Long Island, in una base militare vicino a New York. Mi truccano, mi vestono, mi mettono in macchina e mi portano sul set. La macchina si ferma. Apro la portiera, metto fuori il piede e da dietro sento Huston che dice: “Ora è il momento, ragazzo”. “Mi dica cosa devo fare. Sono tutto orecchie”. E lui: “Vai a dare un'occhiata nell'obiettivo”. Vado dietro la macchina da presa. Guardo nell'obiettivo, poi guardo Huston e non capisco. Lui mi fa: “ Vedi quelle due linee? Quello è il formato dell'inquadratura. Ora chiediti soltanto una cosa: cosa deve esserci tra quelle linee?”. Io gli domando: “Tutto qui?”. E lui mi risponde: “Sì. E' tutto quello che devi sapere, ragazzo”. Questo è quello che mi ha insegnato John Huston il primo giorno di riprese di Riflessi in un occhio d'oro.

Da come lo dici, sembra che ti sia bastato per tutta la vita.

E' proprio così. Tocca a me essere pronto quando sento “Azione!” e non allungare i tempi in modo che il film possa rispettare la durata prevista. La mia interpretazione deve offrire il massimo consentito sul piano del realismo, della credibilità e della verità. Quando fai la tua parte e senti: “Stop, è buona, passiamo alla prossima scena, hai la sensazione di aver dato quello che dovevi al regista. E' questa la realtà dell'attore: fare la propria parte. Quando fai un buon lavoro, in qualsiasi mestiere, hai il premio che ti è stato promesso: il rispetto per te stesso, il rispetto degli altri e la soddisfazione. Indipendentemente da quello che devi fare, se fai un buon lavoro, ogni mestiere può diventare una forma d'arte. Ricordo che un giorno, da bambino, mia madre mi disse: “Bob, uno dei tuoi compiti sarà lavare i piatti”. Io ovviamente non volevo. E lei: “Okay, mettiti davanti al lavello. Forse si laveranno da soli”. Non si sono mai lavati da soli. Ho dovuto imparare a farlo io. Huston e mia madre mi hanno insegnato la stessa cosa: la responsabilità è tua, e se non te l'assumi tu, chi vuoi che se la prenda?

Parliamo di quello che hai fatto recentemente. Hai fatto un film, “Diamond man”, che è la storia di un venditore. Se non sbaglio, è un mestiere che hai praticato.

Mio padre faceva il venditore. Io ho solo venduto un paio di prodotti. Aspirapolvere, per la precisione.

E' la cosa peggiore da vendere, o sbaglio?

La peggiore. Bussi alla porta di qualcuno e pensi: “Non c'è nessuno? Dai, vieni ad aprire”. Poi devi fare una dimostrazione, e alle volte non funziona. C'è una barzelletta su un venditore di aspirapolvere che arriva e dice alla padrona di casa: “Vorrei darle una dimostrazione del nostro prodotto”. E lei: “Aspetti. C'è una cosa che dovrebbe sapere”. “No, non si preoccupi, è tutto sotto controllo”. Tira fuori un po' di terra e la butta sul tappeto. Tira fuori altre schifezze e la butta sul tappeto. Lo sporca perbenino, poi dice: “Ora, signora, stia a vedere come glielo ripulisco”. E lei: “C'è qualcosa che dovrebbe sapere...” Ma lui, imperterrito: “No, non si preoccupi. Mi dica soltanto dov'è la presa della corrente” E lei: “E' proprio questo che volevo dirle. Non abbiamo l'elettricità”. Fare il venditore è stata un'esperienza. Non sono un venditore. E non potrei mai diventarlo. A differenza di mio padre, devo dire. Prima della seconda guerra mondiale, lavorava per il circo. Addestrava gli elefanti. Dopo la guerra cominciò a fare il venditore. Vendeva prodotti per panettieri. L'ha fatto per 35 anni. Per tutto il periodo in cui ho fatto l'attore, lui ha fatto il venditore. Lo osservavo. Sapevo come era stata la sua vita. Quando ho fatto Diamond Man, ho preso la sua vecchia borsa e ho fatto mie alcune delle sue vecchie abitudini. Grazie a lui, è andata bene.

Che ne pensi, oggi, della tua carriera?

Sono un miracolato. Quando mi hanno preso per Jackie Brown, non avevo neppure un agente. Nessuno poteva fare qualcosa per me. La mia carriera era sottoterra. Ma ho tenuto duro pensando che la mia vita creativa non era finita. Ho aperto un laboratorio di recitazione, ho preso le storie della mia carriera e della mia vita e ne ho fatto uno spettacolo. Lo metto in scena due o tre volte la settimana, ancora adesso, e lo faccio gratis. Ogni tanto, quando vengo pagato, giro il denaro all'ospizio degli attori, dove prima o poi finirò anch'io. Se un giorno dovessi venire dalle tue parti e ti servisse un oratore, fammi un fischio.

Non ho mai incontrato un attore come te.

Il fatto è che prima di essere un attore sono un genitore. E visto che i figli rifletteranno sempre i lati peggiori di un genitore, ho sempre cercato di essere quello che desideravo diventassero un giorno. Insomma, credo che un padre debba sempre dare un buon esempio.

Te la senti di dare a tutti il tuo indirizzo e-mail?

Ma certo. Eccolo: http//:www.robertforster.com

Intervista di David Grieco – L'UNITA' – 19/12/2002

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