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ROBERTO ESTAVIO


ANGELO


Angelo si puliva i riccioli che, già brizzolati, scivolavano impunemente dalla nuca.


“Gli altri” parevano danzare a ritmo con i continui riverberi che il sole concedeva a questo spazioso


androne. Le spesse mura non servivano a fermare ciò che invece era come un turbinio, come una


girandola.


Angelo aveva appena pranzato e giocava con un fiammifero a mò di stuzzicadenti.


L’androne poteva essere una bella nicchia, un ottimo avamposto per osservare.


I gesti meccanici che gli altri compivano, a lui invece garantivano un caldo e tranquillo pomeriggio.


Osservava con spirito quelle braccia e quelle mani.


Un giornale gettato, un settimanale abbandonato, un libro dimenticato, un quaderno scagliato.


Piccoli segnali, lunghe feritoie in cui lui si inseriva.


A lui sembrava di incolonnarsi in un percorso già tracciato.


I grossi scarponi che tenevano i piedi spingevano un corpo magro e indolente alla conquista di un


pezzetto di carta, come lo chiamavano gli altri compagni di bisboccia.


Ardeva quando i suoi occhi potevano incrociare vagoni di parole, si rifugiava in questo incanto che


da poco sperimentava.


I compagni si lamentavano quando mancava l’alcool.


Lui accompagnava il loro guaire con una irriguardosa alzata di spalle mentre alzava lo sguardo e


imprecava quando qualcuno gettava con stizza un panino o un gelato.


Angelo doveva infatti, con riguardo, estrarre il quotidiano senza che si imbrattasse di rivoli che


scendevano copiosi lungo i fogli e si mescolavano scandalosamente con il piombo.


Mai aveva detto : “ Basta ci rinuncio ! ” nonostante l’acqua confluisse sui vari fogli


affastellandosi in una amalgama simile a fango.


Con il passare del tempo aveva imparato a intervenire con prontezza.



Si era procurato un bel paio di guanti per compiere “l’operazione ” e i suoi denti digrignavano nei


momenti in cui male interveniva.


Le maniche di camicia si inzuppavano di strane strisce più o meno lunghe.


La puzza che vi si appiccicava mal sopportava caramelle e cioccolata del bar.


I denti digrignavano, una leggera smorfia si affacciava sul viso e il corpo si tendeva ad arco.


Non poteva tollerare che i giornali si sporcassero.


Non poteva accettare incerte righe su una camicia sporca.

Quando l’operazione riusciva diceva : “Alla prossima “.


Usciva accostando con delicatezza il portone di legno massiccio, si spostava su un tavolino scegliendo un posto speciale.

In quelle occasioni cercava sedie grigio metallizzato. Non temeva le grida dei camerieri né lo sguardo sdegnoso di occasionali avventori.

I giornali, i libri andavano letti su una sedia particolare.

Le panchine di plastica le lasciava agli altri.

Solo lui poteva concedersi il lusso di un tale riguardo.

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