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ROBERTO ESTAVIO


DIKMAR L’ODISSEO

Come al solito.

Imprigionato in un umido sottoscala dai muri sbrecciati, un pavimento di assi di legno, una branda, tappeti lisi, vecchi mobili sbilenchi, merletti e broccati sbiaditi, candele, fiori di carta, una finestra da cui filtra una luce fioca.

E’ la mia casa, il mio rifugio, lo studio di un uomo che la vita ha temporaneamente parcheggiato.

Sopravvissuto mio malgrado ad un continuo andirivieni da una città all’altra dell’Italia, tra le strade, i vicoli .

Ora lavoro come volontario e oggi devo sbrigare delle consegne.



Lo incontro alle due del pomeriggio, vestito con dei semplici blu jeans e una maglietta

dalle scritte vagamente oltraggiose, recuperato dopo che il locale commissariato lo ha cacciato perché si è ivi presentato in mutande, pardon in slip.




  • Vorrei dimenticare tutto.

  • Mi hanno detto che la tua casa è sotto i ponti.


Ci dirigiamo verso il posto. E’ una mattina come tante dove il traffico buca le orecchie . Io mi rassegno. Non saprei dove andare.

Scendiamo una collinetta e arriviamo. Ci accolgono altri ragazzi. Sono in cinque, ognuno ha un suo spazio.

Lavorano, una allegra indolenza li spinge a ordinare le loro cose. Sono contenti.


Entriamo dentro ( ! ? )


  • Hai libri ovunque !

  • Guarda questo, trovato in Germania, è una spiegazione cosmica sull’origine dei bambini.

  • !?!?

Osservo attorno.

  • ..e invece in quei bidoni raccogliamo l’acqua, per lavare.




  • Quando voglio farmi una doccia vado alle cucine

Una fotografia..l’unica..nitida..





  • Hai una figlia..

  • E’ da Pasqua dell’anno scorso che non la vedo.

  • Non lo sapevo.

  • E’ una figlia avuta prima di conoscere Miriam.

  • Come?

  • Negli anni settanta vivevo a Roma …… mi bastava una bandana in testa, un paio di jeans. Amavo camminare nel quartiere ebraico, poche cose rimbalzavano nella mia mente come la vivacità dei rionali. In quegli anni era un proliferare di bancarelle, per molti non si doveva pagare manco uno straccio di tassa.

Imbacuccandomi nei vicoli mi sembrava di intrufolarmi nei meandri che la mia mente mi metteva a disposizione.

Spesso mi chiedevo se il reale era tale o si nascondeva in una serie infinita di stanze e corridoi mentali.

La bancarella con i suoi bei oggetti dipinti e la stradina come proiezioni, come IMMAGINI REIFICATE - così si esprimeva il mio esimio professore di filosofia, mai tanto amato come adesso.

Mi spostavo da un paese all’altro accompagnato da Miriam, una tedesca bruna e dall’aria- solo apparentemente- fragile.

Entrambi ci vestivamo con poche cose, preferivamo il freddo ad un ingorgo di vestiti.

Poi Whisky il cane . Trovato al solleone dell’estate scorsa, malandato e nascosto dentro un bidone di frutta e verdura. Gettato…...


- Chissà cos’è il reale !



…………… in breve le carte mi hanno appassionato. Possedevo svariati mazzi comprati in Germania, nel sudtirolo, in veneto.

Per pochi secondi incrociavo gli sguardi degli altri inducendoli ad ascoltare l’oracolo dalle previsioni fauste o infauste. Mi affidavo alle carte per accarezzare i sogni della gente.

Anch’io le avevo consultate e mi ero sposato .

Un appartamento borghese. Uno-due-tre figli che crescevano inquieti, il bar sotto casa. In una terra unificata. Avevo pure un lavoro come portantino. Poi la ristrutturazione mi aveva confinato in una guardiola.


Una spessa vetrata in realtà mi illuminava su un mondo ristretto.


- Ti limitavi a guardare il mondo seduto su una sedia.


……………………….


Ma erano tornati, non bastavano i ricordi. Divise che non attecchivano, divise ad ogni angolo della strada.

Spazientito avevo attaccato un cartello: QUESTA E’ UNA FAMIGLIA EXTRACOMUNITARIA.

Una sera mi sono, per poco, allontanato di casa.

Un manipolo di facinorosi naziskin ha gettato una molotov dentro la cucina uccidendo la moglie ed i tre figli.

Sono tornato al sorgere del sole….


Sono ritornato a Roma mentre il sole tramontava.

Mentre il guidatore con la sua mano indicava i monumenti mi osservavo le mani.

Ho ricominciato a passeggiare per le vie di Roma e usare le carte.



Ogni tanto, nell’arco dell’immutabile mese, Dikmar esce dal torpore delle sempiterne giornate e crea delle situazioni meravigliose.

Allestisce in mezzo alla strada un teatrino dove lui è l’assoluto protagonista.

Come davanti ad una macchina cinematografica dispone donne e uomini che si prestano ai suoi stravaganti monologhi.

Con una straordinaria sequenza di irrisorie azioni esplora l’eros misterioso dei suoi sensi e risveglia quello degli altri.

A volte invece s’incupisce e racconta storie licenziose di bravi ragazzi.




N.B

Dikmar è considerato uno senza dimora.

Dopo una giovinezza come “figlio dei fiori” a Roma, si è spostato ed è tornato a vivere in Germania.

Una normale famiglia di tre figli.

La sua temerarietà lo ha costretto però a pagare un prezzo molto, troppo alto.

Una sera una gruppo neonazista ha gettato una bomba in casa causando la morte della consorte e dei figli.

Dikmar da allora ha scelto di vivere a Roma. Sotto i ponti con alcuni compagni.




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