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MUSICA

Nostalgia di...

Diciamolo subito: Robert Plant è un mattacchione. E con lui anche la più formale della conferenze stampa si trasforma in un happening di aneddoti e risate. Sa come tenere desta la platea, l'ex Zep, persino quella un po' sonnacchiosa dei giornalisti mattutini, ancora in debito di sonno e caffè. Alto, capelli un pò più corti, jeans e camicia, qualche chilo di troppo, sorriso sornione e battuta lesta. Soprattutto quando si tratta di donne. “La cosa che più mi interessa oggi? Il culo di Kyle Minogue” e via sghignazzando. El il bello, se permettete, sta proprio qui. Nel non tirarsela da leggenda vivente, nel giocare ancora con la musica e con la vita. Anche se sulle spalle ha l'eredità e il peso di una delle più micidiali macchine da rock che la storia ricordi. Plant è un mito. Mito vero, indistruttibile, intramontabile. Lo sanno benissimo anche tanti ragazzi del nuovo millennio. Quelli che strimpellano nelle sale prova, divorano classici in versione rimasterizzata e imparano a memoria biografie e traduzioni di testi. Alzi la mano chi, da dilettante chitarrista, non s'è mai cimentato con Starway to Heaven, per esempio. Un mito che resiste, però. E che nel tempo continua a ispirare decine di band, dal grunge al crossover, superando il puro effetto nostalgia. Così può capitare che ora persino quello spudorato di Eminem citi i Led Zeppelin fra i numi tutelari del suo nuovo disco. Confermando quel blues rabbioso, carico di elettrica sensualità, come uno dei momenti decisivi e imprescindibili della storia del rock. Di ieri, di oggi, di domani. Tutto questo Robert Plant lo sa. Ma tiene a distanza i fantasmi. E precisa: “Oggi proprio non mi vedrei in un gruppo come i Led Zeppelin. E' stato bellissimo, ma a un certo punto devi dire basta. Se no finisci come i Pink Floyd. Adesso adoro sentirmi libero di andare in giro per il mondo con le mie canzoni: ho suonato nell'Antartide, sul Baltico, addirittura in una specie di rave in Germania con un dj. Mi sembrava d'essere tornato ai tempi degli hippies: in quel momento ho pensato a Mick Jagger e a tutti i casini dei megatour. E mi sono sentito felice”.

Le canzoni che ora Plant ama spargere per il pianeta sono quelle di Dreamland, album uscito il 21 giugno e inciso con una nuova band, Strange Sensation, dove spicca il tocco di Porl Thmpson, ex chitarrista dei Cure. Canzoni vecchie, vecchissime. Come One More Cup of Coffee, traccia meno conosciuta del Dylan di Desire. Come Skip Song, che riporta alla luce la San Francisco anni Sessanta dei Moby Grape di Skip Pence. Come Darkness Darkness del folksinger newyorchese Jesse Colin Young. Come Win My Train Fare Home, tributo a maestri blues come Robert Johnson e Arthur “Big Boy” Cudrup. Come l'omaggio (ardito) alla voce più struggente del rock, Tim Buckley, con Songs to the Siren. Più due inediti. “Ho una vastissima collezione di dischi e sono un ascoltatore ancora follemente innamorato della musica: mi piace riscoprire certi gruppi come i Love, che hanno inciso due/tre album splendidi e, poi, sono usciti di scena. Ma in bellezza. Così ho voluto rifare i pezzi che nel passato ho amato e mi hanno regalato quelle emozioni che non ritrovo nella musica di oggi. Rappresentando un'era che non c'è più. Un'epoca dove essere giovani aveva un valore: allora pensavamo davvero di poter cambiare qualcosa. Riascoltarli e respira ancora quelle atmosfere mi ha dato la spinta per scrivere qualche canzone nuova. Cosa che, a un certo punto, non credevo d'essere più in grado di fare”.

Nostalgia canaglia? Fino a un certo punto. Perché la sfida di Plant è un'altra:rivisitare il passato in una chiave diversa. Anche lasciando a bocca aperta l'ascoltatore. Come? Prendendo le canzoni e stravolgendone il blues primitivo, lavorando su una contaminazione fra rock classico e world-music, con frequente ricorso a improvvisazioni, scale mediorientali, suoni arabeggianti e influssi afro. Comer capita, tanto per fare un titoli, al classico hendrixiano Hey Joe, restituito in una versione quasi sperimentale. Un vizietto, quello dell'etnoworld, peraltro già sperimentato in tempi non sospetti cogli Zep di Kashmir, nel lontano1975. “Il rock attuale, dopo Seattle e la grunge, ha perso la sua ingenuità. Vedo queste nuove rockband perfettine sulle copertine delle riviste: mi sembrano costruite a tavolino delle compagnie che vendono whisky. Fra i gruppi in circolazione ne salvo pochi: i Primal Scream, che uniscono radici psichedeliche e dance/beat. E sono abbastanza pazzi e stravaganti da piacermi. Ma, in generale, m'interessano molto di più i suoni che arrivano dall'Egitto e dal Nord Africa. Adesso mi fanno impazzire i Tinariwen, una band maliana di musicisti e attivisti politici: i miei amici mi credono matto a vedermi in loro compagnia. Temono che, prima o poi, verrà arrestato. Il mio approccio non è da studioso come Ry Cooder, ma nemmeno da bianco che vuole rubare ai neri: mi stimola l'incontro fra musiche e culture, la contaminazione. E credo che mescolando la psichedelia anni Sessanta con la sonorità etniche possa nascere una nuova frontiera”.

Diego Perugini – L'UNITA' – 13/06/2002

Intervista

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