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MUSICA

Plant, il fuoco vivo dei Led Zeppelin

Robert Plant non è certo un nostalgico dei meravigliosi anni Settanta che lo hanno incoronato re immortale: si considera un uomo fortunato, felice del suo passato ma proiettato nel presente, e mentre vende palate di dischi con uno straordinario live del Led Zeppelin datato 1972 ma pubblicato solo oggi, ha messo su da an paio d'anni una nuova band, gli Strange Sensation, e con loro si diverte a fare cover del passato, da Tim Buckley a Bob Dylan passando persino per il suo vecchio gruppo-icona, con ironia. Gli Strange Sensation, strano combo di musicisti che arrivano dalle esperienze più disparate: Portishead, Dr John, Massive Attack. “Un fantastico patchwork di esperienze e influenze. E' come un bel cielo al mattino: ci sono tantissimi colori differenti”.

Signor Plant, tutti si chiedono se suonerà brani dei Led Zeppelin...

Sicuramente sperimenteremo le nuove cose che finiranno nel disco in uscita il prossimo marzo. Poi credo che suonerò una piccola parte del repertorio degli Zeppelin, forse quattro o cinque canzoni.

Per esempio?

Another brick in the wall e Yellow submarine.

Sia serio, signor Plant...

Va bene...ci sarà la parte rumorosa ed esotica dei Led Zeppelin. Ma non posso dirti cosa, cambio scaletta ogni notte.

Un titolo?

Faremo What is and what should never be da Led Zeppelin II, una bellissima canzone che non canto da tantissimo tempo. Te la ricordi? Fa così: “And if I say to you tomorrow, take my hand, child, come with me...” (canta,ndr).

Ci sono canzoni che odia di quel periodo?

O certo, honey! Ce ne sono moltissime. Quando inizi a comporre e cantare così giovane, alcune canzoni mantengono negli anni la stessa credibilità e forza, ma molte altre no, sono frutto di un'epoca troppo lontana. E dici: non la voglio mai più sentire. Ma è incredibile rendersi conto che pezzi come No quarter sono per me tutt'oggi splendidi. Amo quella canzone, quel piano che la domina...

Con la nuova band si è dato all'interpretazione di pezzi altrui...

Sì, ad esempio abbiamo fatto una nuova versione di Hey Joe di Hendrix, ma anche una Gallows pole trasformata quasi completamente. Fare cover dei Led Zeppelin mi diverte. Sai, a questo punto della mia vita e della mia carriera, la cosa che più mi interessa è essere leggero e felice. Per questo scelgo i piccoli festival, le piazze, i posti strani come il circolo polare artico, dove sono stato due settimane fa.

Da dove comincia Robert Plant per realizzare una cover?

Già con i Led Zeppelin avevamo fatto un sacco di cover blues: cose di Muddy Waters o Otis Rush, ma era un sacco di tempo fa. Nella mia carriera solista invece l'unico brano altrui era stato If I were a carpenter di Tim Hardin. Così mi è venuta voglia di reinterpretare le canzoni che avevo sempre amato. E lo volevo fare nello stesso modo, con lo stesso cuore, con cui John Lennon aveva fatto l'album Rock and Roll.

Ha parlato di blues. Questo è l'anno del blues, non solo perché così ha decretato il congresso americano, ma perché è un genere tornato di moda...

Certo, il revival del blues è forte, ma il blues è sempre esistito e sempre esisterà: irregolare, sotto diverse forme, diversi modi di interpretarlo, di suonarlo. E se i Rolling Stones oggi per la metà dei loro ultimi concerti suonano blues, fanno bene, vuol dire che si divertono ancora a suonare.

Nella rinascita del rock che stiamo vivendo negli ultimi anni, molti pagano tributo proprio agli Zeppelin, non trova?

C'è una band che ha sicuramente ascoltato la stessa musica che ascoltavamo noi da giovani. Parlo dei White Stripes. Sì, Jack White deve aver ascoltato molto Robert Johnson e Son House, il re del blues del Delta. Ma non si tratta di venir ispirati da noi. Dietro ai Led Zeppelin ci sono prima di tutto Howlin' Wolf, Robert Johnson e l'intera storia del blues tradotta in rock'n'roll. Puoi arrivare dall'Australia, dalla Svezia, dagli Stati Uniti, l'importante è cha fiamma sia viva. E il blues la tiene viva: l'immaginazione, la fantasia di un gruppo dipendono da quanto il cuore è grande; solo così riesci ad impossessarti della musica.

Come si spiega l'enorme successo, con il primo posto nelle classifiche americane, del doppio disco live dei Led Zeppelin da poco uscito, “How the west has won”?

Molta gente non sa veramente come i Led Zeppelin suonavano dal vivo, c'era un passa-parola, ma tanti non li hanno vissuti in prima persona, perché troppo giovani negli anni Settanta. E' come successe per me con artisti del calibro di Edith Piaf o Buddy Holly: diventano parti del tuo subconscio, ma non li hai mai vissuti realmente. Poi, quando la verità viene fuori, è un piccolo shock. In questo caso, uno shock buono: in quel concerto di Los Angeles del 1972 ci sono tutti i Led Zeppelin positivi, potenti, freschi. Riascoltandolo io stesso mi rendo conto di essere stato parte di una fantastica band. Una band che non esiste e non esisterà più, ma quel fuoco lo puoi sentire in ognuno di noi, separatamente.

Intervista di Silvia Boschero – L'UNITA' – 10/07/2003

Recensione di Dreamland

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