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MUSICA

Addio Rocky nostro soul

Quando si muore come è morto ieri Rocky Roberts, anni 66 (ma le biografie sono incerte sull'età e alcune gliene attribuiscono 63), il pensiero si fa triste e solidale: è morto prematuramente uno che ce l'ha messa tutta, che si è dato da fare come un dannato e in fondo, pur avendo fatto per qualche tempo epoca, biascicando un maccheronico “Stasera mi buccio” (che sta per “stasera mi butto”) non è riuscito a diventare una star duratura.


E poi ecco qua, l'ha tradito il cuore, cosa che uno non si aspetta in una figura che ha sempre mostrato di essere una creatura di ferro, tutta scatti e muscoli griffati da tatuaggi. Come si conviene ad un ragazzo nero che nasce a Miami, città della Florida dove i vecchi americani vanno a prendere il sole e a fare i bagni di mare. Ma se sei un nero, Miami può persino essere peggio delle altre città americane dove i neri vivono nei ghetti, perché Miami è roba di lusso per bianchi danarosi e insomma, qual è la corsia preferenziale per uscire dalla miseria? Per prima, la boxe.


E con la boxe Rocky (badate bene, è un nome di battaglia da pugile, perché vuol dire “roccia” mentre il suo vero nome era il più insipido Charlie) ci prova subito, quando non ha ancora vent'anni. Gli hanno detto che ce la può fare, e lui comincia a lavorare con i guantoni e il sacco di sabbia, colpendo, schivando, ritmando ganci e diretti. Una fatica bestiale. Poi entra tra le corde e quando lo ritengono finalmente pronto per incontrare qualcuno che ci sa fare, crack!, si sente arrivare addosso un missile che gli frattura la mandibola.


Addio sogni di gloria! E adesso deve anche andare a fare il soldato. Dov'è chi si guadagna di più, signore? Nei marines… Bene, signore, eccomi a fare il marines. Che vuol dire una bella paga, ma speriamo che non mi tocchi di andare in Vietnam, che sta diventando una tomba per tanti yankee. Per fortuna, con quel fisico allenato sul ring, la dura disciplina dei marines non gli pesa più di tanto. Eccolo così imbarcato sull'Independence.


E siccome “rocky” ha anche un significato musicale e contiene la radice di rock (and roll) e significa appunto dondolio e oscillazione, perché non provarci? Per un nero del ghetto, o la boxe o la musica. E a bordo dell'Independence c'è un complesso, quello degli Airdales, con il quale Rocky Roberts comincia a cantare, un po' di soul e soprattutto il twist, che si sta diffondendo nel mondo grazie a Chubby Checker, un altro nero.


Nelle sale da ballo tutti si confrontano con il twist: si torcono (come suggerisce il nome del ballo), ruotano il bacino, muovono il piede come se dovessero spengere una cicca. Pare un ritmo fatto proprio per il nostro Charlie, anzi Rocky, che di quel complesso diventa il cantante e poi il capo, mostrando ai marines come si balla e non si fa la guerra.
Stavolta la strada è dritta verso il successo e in Francia gli Airdales (dei quali fa parte anche Wes, poi noto per il suo sodalizio con Dori Grezzi) e il loro vocalist portano il twist alle folle della Costa azzurra assetate di novità. Finalmente qualcosa funziona e in questo caso il fisico lo aiuta.


A Napoli, qualche tempo dopo, l'incontro fulminante con Renzo Arbore e Gianni Boncompagni, che stanno preparando Bandiera gialla (radio per giovani assetati di musica americana). “Boncompagni ed io, lo sentimmo cantare quel pezzo meraviglioso che era T-bird - ha ricordato ieri Arbore - un vero grido di battaglia e lo scegliemmo come sigla di Bandiera gialla. Poi, dal nostro "monopolio", divenne giustamente patrimonio di tutti: cantò Stasera mi butto in televisione con Antonello Falqui e a Per voi giovani (altra trasmissione per i ragazzi), che divenne una specie di inno dell'epoca… Rocky era un personaggio carino, mite, appassionato di musica”.


Insomma, è il momento della televisione e Rocky Roberts diventa subito popolare, non perché costituisca una lezione vivente di rythym and blues, che allora andava davvero di moda, sull'onda dei vari Otis Redding o James Brown, ma perché si mostra con quegli occhiali neri, il ciuffo incollato sulla fronte e si dimena a più non posso, interpretando quella che era la voglia dei giovani di passare il Rubicone, di lasciarsi alle spalle i languori sanremesi e di affrontare lo spazio infinito delle discoteche come il Piper. Guardate le date: siamo alle vigilia del '68 e c'è odore di shake. Sicché Stasera mi butto, con quelle “t” biascicate che lo rendono simpatico, fa presto a diventare un inno. In fondo non dispiace neanche al pubblico più anziano, che lo guarda come si guarda un pupazzetto a molla che si sforza di parlare italiano. I più cattivi mormorano “ecco un altro americano che ha trovato l'America in Italia”.


La canzone è davvero un successo e resta in hit parade per 18 settimane. Nasce persino (e poteva mancare?) un film intitolato Stasera mi butto, cioè un musicarello, diretto dal regista di genere Ettore Fizzarotti. Con lui, Rocky, come protagonista, attorniato da Marisa Sannia, Nino Taranto e Lola Falana. Già, Lola Falana, bellissima e conturbante dea nera: qualcuno si inventa che debbano sposarsi e sembra tutto in regola, perché se un nero va a nozze con una bianca, come fece il calciatore Germano con la contessina Agusta, apriti cielo, ma se è una nera, occhei, è nelle regole. Senonché Lola Falana non ci pensa proprio a farsi impalmare e anzi di lì a poco renderà pubblica la sua voglia di farsi suora e di abbandonare questo vano e sporco mondo dello spettacolo.
E poi chi glielo fa fare a Rocky di impegolarsi in una storia così zuccherosa? Lui è un duro e soprattutto bisogna approfittare del successo e scodellare subito un altro pezzo che faccia presa. Ecco allora Sono tremendo, nel quale veicola la propria irresistibilità (“con tutte le ragazze/sono tremendo”) anche se nessuno lo prende sul serio. E poi Gira gira (cover di Reach out I’ll be there dei Four Tops), A white shade of pale, Ciao ciao (cover di Chain of fools, un classico di Aretha Franklin), The beat goes on. Ma che fai, Rocky, canti in inglese, quando tutti si aspettano da te un altro pezzo italiano che ti renda esotico e buffo? Comunque, nella sua carriera ci sono altri due film non proprio irresistibili, Il ragazzo che sorride con Al Bano e una pellicola americana del 1970 girata anche a Roma, La ballata del piacere, con Jane Maynsfield. Approfittando del successo ancora caldo, partecipa anche al Festival di Sanremo, due volte, nel 1969 e nel 1970, prima con Robertino (con il brano Le belle donne) poi con il Supergruppo (Accidenti). Ma nulla, non riesce più a cavare un ragno dal buco.


Il successo sembra svanito e Rocky Roberts va a cercare fortuna in Spagna e Francia, dove rimane per quasi vent'anni per poi tornare in Italia quando il beat è oggetto di revival, alla fine degli anni Ottanta, come avviene con Una rotonda sul mare. Ma uno che ha legato la sua fortuna alla fisicità, come può restare sulla cresta dell'onda a 50 e poi 60 anni?


Eppure “aveva appena finito una tournée in tutta Italia l' estate scorsa e si esibiva per un centinaio di serate all' anno - ha spiegato ieri Claudio Scotti, il suo impresario, ricordando affettuosamente l'artista e amico. - Suonava con basi registrate” perché un orchestra, o un complessino, che accompagnino, costano, e invece bisogna trarre il massimo quando capita l'occasione. Certo, basi o no, era sempre tenuto a recitare la parte di quello che è scatenato e che tutti aspettano al varco quando attacca il suo “staaaaaa-sera mi buccio/ stasera di buccio/mi buccio con teee”. Tremendo il pubblico, che fissa un artista nella sua giovinezza e quando lo vede, lo vuole com'era allora.


“Mi sono sempre meravigliato - ha detto ancora Renzo Arbore, ieri - che, malgrado passasse il tempo, continuava a muoversi con la stessa veemenza. Recentemente - ha aggiunto - lo avevo visto in un concerto dal vivo. Era stato assunto da una discoteca americana per alcune esibizioni dal vivo: era un posto a Roma, sistemato su un dirupo e quando cantò Stasera mi butto capì anche lui che la situazione era davvero paradossale”.
È inevitabile, anche se crudele, fare dell'ironia ma al povero Charlie Roberts, divo degli anni Sessanta e pugile mancato, non restava che questo, e lui l'ha fatto finché il cuore gli ha retto. Poi è finito KO.


Leoncarlo Settimelli – L'UNITA' – 15/01/2004



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