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CINEMA

Rod Steiger, l'ultima confessione

La scomparsa di Rod Steiger non è soltanto un lutto hollywoodiano. Quando muore un grande attore, tutti veniamo privati di qualcosa. Ma la morte di Rod Steiger ci riguarda ancora più da vicino. Perché al suo volto è legata gran parte della storia del cinema italiano. Nessun altro attore straniero aveva interpretato tanti film italiani indimenticabili come Le mani sulla città e Lucky Luciano di Francesco Rosi, E venne un uomo di Ermanno Olmi, Giù la testa di Sergio Leone, Mussolini ultimo atto di Carlo Lizzani.

Avevo incontrato Rod Steiger due estati fa, nella sua casa di Malibu. Mi aveva accolto in mutande, vestito solo del berretto bolscevico da cui non si separava mai perché non sopportava di vedere allo specchio la sua calvizie. Però era in gran forma, era uscito da una depressione lunga sette anni dovuta al tramonto della sua carriera, al dissesto economico, ai troppi matrimoni falliti. Aveva accanto a sé l'ultima moglie, un'attrice frustrata con il volto segnato dalle cicatrici di un lifting sanguinoso operato ventiquattr'ore prima.

Rod ha parlato a ruota libera per un intero pomeriggio, scoppiando a piangere al ricordo di sua madre, ridendo in modo fragoroso per l'avarizia di Charlie Chaplin, imitando Mussolini e cantando le lodi del nostro paese, che considerava la sua seconda patria.

Rod, se non sbaglio il tuo primo film italiano è stato “Le mani sulla città”.

Sì. Francesco Rosi è un regista meraviglioso. Siamo diventati ottimi amici. Lui è un vero napoletano. E' un uomo di grande talento, è dotato di molto coraggio, uno senza “stronzate” per la testa.

Come hai fatto, tu che non conoscevi nemmeno l'Italia, a interpretare in modo così credibile quel vorace speculatore napoletano?

Non lo so. Il momento più alto per un attore è quando durante una scena si fa qualcosa di cui non si è consapevoli. Un'interpretazione riuscita è un momento incredibilmente privato. Questa è la crudeltà del creato. Perché se ti ripeti, per quanto bravo tu possa essere, diventi inevitabilmente un cliché. Questa regola non scritta è nata negli anni '50, quando è cambiato il modo di recitare. Tutto è cominciato con Montgomery Clift. Montgomery Clift diceva: “ La donna morta sul pavimento non è la madre del personaggio che interpreto, ma è mia madre. Mia madre, la signora Clift, è la donna morta sul pavimento”. Quando lavoro e mi dicono di ricordarmi che c'è una macchina da presa, io mi incazzo come una bestia. La macchina da presa possono metterla anche in un bidone dell'immondizia, non voglio sapere dove sia, o cosa stia riprendendo. Non voglio sentirmi a disagio. Se credo davvero che la donna morta è mia madre, ci sarà sicuramente un certo tipo di reazione. E se c'è quella reazione, allora è fatta. Capisci?

Ma come si fa a riuscire sempre a immedesimarsi fino a quel punto?

Si fa, si fa. Non c'è altra strada. Se non sfidi te stesso, molto presto cominci a ripeterti. E' come quando conosci una donna e le dici le stesse cose che hai detto alle altre. Dopo un po' di tempo tutto diventa ripetitivo, l'incantesimo svanisce, non c'è più la magia. Ricordo quando ho iniziato a recitare. La mia era una famiglia abbastanza povera e come tutti i giovani attori volevo essere accettato. Volevo piacere agli altri, quindi avrei fatto qualsiasi cosa pur di impressionarli. Ma mi ci è voluto un anno e mezzo per imparare a parlare sulla scena come parlavo nella vita. Agli inizi parlavo con la voce impostata: “Buon giorno Clarles. Come stai? Devo dirti una cosa. Dobbiamo uccidere Bill. Hai capito?”. Poi, un giorno, improvvisamente, mentre stavo provando, ho detto “Senti, devo dirti una cosa Charlie. Devi dire a quel figlio di puttana...”. E ho finalmente sentito la mia voce. La mia. Non la mia idea di voce. Ovviamente te ne rendi conto solo più tardi. Magari sono in ascensore con altre persone che non sono sicure di avermi riconosciuto e a un certo punto dico “Io scendo qui”. A quel punto loro ridono perché hanno riconosciuto la voce. Anche per queste piccole cose ci vuole tempo. Bisogna imparare ad ascoltare. Quando sei un attore alle prime armi ti dicono sempre che devi imparare ad ascoltare. E tu gli rispondi: “Guardate che le mie orecchie sono aperte. Sono capacissimo di ascoltare”. Ma in realtà non puoi ascoltare quando continui a dire a te stesso: “Piacerò? Non piacerò? Sto facendo la cosa giusta? Guarda come sono bravo, guarda come sono bello!...”.

Prima accennavi alla tua famiglia. Sei stato ostacolato dalla tua famiglia?

La mia famiglia è stata distrutta dall'alcool. Mia madre era alcolizzata. Vivevo con alcuni vicini, ero piuttosto indipendente e finalmente a 16 anni decisi di arruolarmi in Marina. Andai a cercarla e la trovai in un edificio terribile, sordido. Lei era distesa sul letto, ubriaca. Le dissi: “Mamma, voglio che tu firmi questo foglio. Voglio arruolarmi in Marina. Ma ho bisogno della tua autorizzazione”. Lei rispose: “Non lo firmo”. Io la innalzai: “Mamma, è meglio se lo firmi”. Poi la afferrai per un braccio: “Ti spezzo il braccio se non lo firmi”. Piangevo a dirotto. Stavo lottando per la mia vita e per la mia libertà ma lei non sapeva nemmeno dove si trovava a causa dell'alcool. Le girai il braccio dietro la schiena e la obbligai a firmarlo. E dopo, scappai via con il foglio in mano.

Vorrei che tu mi parlassi dei registi che hai incontrato. Immagino che spesso ti sarai trovato in disaccordo con alcuni di loro.

Meno di quanto tu possa immaginare. Vedi, un attore è come un cavallo da corsa. Se partecipi a dieci gare e hai vinto le prime nove, ti lasciano da solo. Le tue vittorie rafforzano la tua indipendenza. Sono loro che contano. Non le tue brillanti conversazioni, non le tue stronzate intellettuali. Sei come un bravo pistolero nel vecchio Far west. Tutti ti credono perché ti hanno già visto in azione.

Ma allora tu, intimamente, cosa cerchi in ogni interpretazione che dai?

Io voglio provare gioie e dolori, raggiungere conoscenze e avere visioni che non avrò mai nella mia vita se non permetto a me stesso di partecipare alla vita immaginaria che una sceneggiatura mi propone, senza preoccuparmi se si tratta di qualcosa di buono o di cattivo. Io voglio esserci per vivere quell'esperienza di un millesimo di secondo. Questa per me è la droga della recitazione.

Facciamo un gioco. Ti dico dei nomi. Sergio Leone.

Venne a trovarmi a casa mia, qui a Malibu. Non me lo dimenticherò mai perché ci sedemmo e c'era un piattino con dei muffins, sai i biscotti fatti con il mais. Lui non li aveva mai mangiati. C'erano 10 biscotti sul piatto e mentre parlava con me se li pappò tutti. Mi disse, come in una dichiarazione d'amore, che mi aveva sempre voluto. Facemmo Giù la testa e io notai che lui aveva un tic. Si fregava sempre le mani. Quando nel film troviamo la banca che vogliamo rapinare, io mi frego le mani allo stesso modo. Lui mi guardò e fece: “Rod, sei un vero figlio di puttana”. Io gli risposi: “Mi dispiace Sergio. Lo dovresti sapere che un attore usa tutto”.

Ermanno Olmi?

Ermanno Olmi mi è piaciuto subito e accettai con entusiasmo di fare Papa Giovanni in E venne un uomo, ma non sapevo che Olmi fosse così religioso. Un giorno feci una battuta sulla religione e lui si offese a morte. Non ho un bel ricordo di quel film perché sul set era sempre presente qualche emissario del Vaticano. Stavano sempre a controllare tutto. Un giorno che provavo senza essermi fatto la barba, l'uomo del Vaticano disse: “No, niente barba”. Io gli risposi: “Guardi che questo Papa è stato anche un uomo”. Devi sapere che a Papa Giovanni piaceva il vino. E così, quando ero seduto a tavola, io bevevo il vino. Ma l'uomo del Vaticano mi stoppava, non voleva. Questo per dirti che purtroppo il personaggio e il film sono stati un po' sterilizzati. Peccato.

Carlo Lizzani?

Con Mussolini ultimo atto, Lizzani mi ha dato una grande opportunità. Ancora oggi, quando mi trovo a New York d'inverno, indosso il cappotto del film, che era stato fatto con la stoffa del vero cappotto di Mussolini. Potrei trovarmi in mezzo a un uragano e il vento non passerebbe perché è molto pesante e resistente. Non ti nego che in Mussolini mi sono identificato molto. Anche perché sono successe cose incredibili. Stavamo girando a Milano, e andai al Salvini, che era uno dei ristoranti preferiti da Mussolini. Io indossavo l'uniforme, con le medaglie, il cappotto sulle spalle e la mascella tesa. Ci venne incontro un cameriere molto anziano. Gli si drizzarono i capelli in testa e cominciò a gridare: “ Il duce! Il duce! Grazie a Dio lei è tornato in Italia! Viva il duce!”. La gente che era seduta smise di mangiare e mi fissò in silenzio. Il cameriere scoppiò a piangere. Io rimasi serio: “Va bene, grazie, molto gentile”. Poi mi portarono al tavolo preferito di Mussolini. Ti assicuro che non sono mai stato servito così bene in tutta la mia vita. Tre camerieri per la forchetta. Cinque camerieri per la ministra. E' stato divertente.

L'ultimo nome è il nome di un regista con cui non hai mai lavorato. Ma lo hai conosciuto bene perché ha lavorato con lui in “Luci della ribalta” un'attrice, Claire Bloom, che a quei tempi era tua moglie. Sto parlando del più grande di tutti: Charlie Chaplin.

Sì, ho conosciuto Chaplin e ho avuto l'onore di trascorrere dieci giorni nella sua casa di Vevey, in Svizzera. La prima notte, non lo scorderò mai, tutti sono andati a dormire tranne Chaplin. Se gli piacevi, lui ti poteva parlare fino allo sfinimento. E penso che gli piacessi perché io stavo seduto da solo con lui e lui suonava il pianoforte, cantava canzoni per me. Io cercavo di non addormentarmi perché erano le due passate. Dicevo a me stesso: “Cazzo, non posso addormentarmi con Charlie Chaplin!”. La mattina dopo, non avevo dormito niente, cammino in punta di piedi per andare a fare un tuffo in piscina. Lui mi vede e fa: “Per Dio, perché stai camminando così?. Io, morto di sonno, gli rispondo che non volevo disturbarlo. E lui comincia a parlarmi di azioni in Borsa. “Oh, non ti preoccupare, stavo solo facendo il conto delle mie partecipazioni nella US Steel, nella Standard Oil, Nella General Electric e nella AT&T3”. Allora pensai a tutti quelli che in America lo avevano perseguitato perché lo consideravano un comunista. Mi scappò da ridere, ma ovviamente non lo feci. Chaplin era molto attaccato ai soldi ed era anche molto avaro. Io sapevo di piacergli. E così, dopo qualche giorno, trovai anche il coraggio di prenderlo in giro. Una sera a cena, stavamo mangiando braciole di agnello e allora gli dissi: “Signor Chaplin, ne prendo due ora perché non so se ce ne saranno abbastanza dopo”. Lui, seccato, rispose: “Per l'amor di Dio! Ti posso dare 55 tonnellate di braciole. Ti posso dare tutte le braciole che vuoi, non essere ridicolo!”. Ma i suoi occhi ridevano e questo perché per tutto il periodo in cui restai a casa sua mi rivolsi a lui chiamandolo sempre Signor Chaplin. La prima volta lui mi disse: “Non chiamarmi Signor Chaplin, chiamami Charlie”. “Mi dispiace – gli risposi – lei per me è sempre stato il Signor Chaplin e lo sarà sempre”. Lui invece ogni tanto mi chiamava ragazzo. Quando stavamo per partire, Oona Chaplin, sua moglie, venne da me e mi disse: “Ti ha chiamato ragazzo, vero?”. Io confermai. E lei: “Devi sapere che non mai chiamato così i suoi figli nemmeno una volta”. Che tragedia, che tristezza. Per lui e per i suoi figli.

Intervista di David Grieco – L'UNITA' – 11/07/2002

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