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Circolo di poesia


LETTERA in VERSI

Bruno Rombi

editoriale

Profilo bio-bibliografico

Antologia poetica

Intervista

Antologia critica

Intervista di Liliana Porro Andriuoli a Bruno Rombi


A quale delle tue varie attività (di giornalista, pittore, critico letterario, saggista, consulente editoriale, autore teatrale, poeta, ecc.) hai attribuito maggiore importanza nella tua vita di uomo di cultura? Quale di esse credi ti sia stata più congeniale?

Sicuramente ho attribuito un’importanza maggiore alla poesia, ma poiché carmina non dant panem, per vivere ho dovuto crearmi un’attività che mi consentisse la libertà di cui un artista ha bisogno. Di qui il lavoro giornalistico, praticato intensamente dalla metà degli anni ’50 fino a metà degli anni ’80, e tuttora in atto; quello del critico letterario da cui è poi scaturita l’attività del saggista e del consulente editoriale. La stesura di alcuni libri di racconti e di alcuni lavori teatrali completa il quadro dell’attività letteraria, accanto alla quale ho coltivato, per naturale disposizione, quella pittorica che mi ha consentito di "dare colore", con più proprietà, anche alla mia poesia.

 

Come poeta hai pubblicato sino ad oggi 15 sillogi. Davvero tante. Una chiave di lettura unitaria ed idonea ad inquadrarle tutte, seppure nei limiti di una schematizzazione, mi sembra possa essere quella dell’alternanza fra poesia intimistica e poesia civile. Reputi appropriata tale chiave di lettura?

Sicuramente le schematizzazioni mal s’accordano con la poesia, ma l’indicazione di due filoni – intimistico e civile – mi sembra appropriata. Forse non è da sottovalutare, della mia ricerca poetica, l’uso di un linguaggio, in alcuni casi del tutto particolare, per essere in accordo con lo spirito delle tematiche trattate. Credo non vada sottovalutato nemmeno quel filo di ironia, a tratti sconfinante nel grottesco, come mezzo per rendere più efficace la denuncia civile.

 

Soffermiamoci sul "linguaggio". Fin da qualche poesia di Oltre la memoria (ad esempio Il mio gioco) hai iniziato una tua personale ricerca linguistica che hai poi portato avanti essenzialmente in Enigmi animi, e successivamente anche in Riti e miti (vedi ad esempio Certosa di Pavia) e ne L’arcano universo (vedi A Pedro e Garcia). Il tuo libro più significativo in proposito è stato senz’altro Enigmi animi, dove hai, per così dire, ampliato il tuo vocabolario poetico, coniando termini nuovi, aggettivando sostantivi, unendo più parole insieme, ecc. Hai, così facendo, espresso in un modo particolarmente efficace il contenuto di protesta e di denuncia proprio di quel libro: un linguaggio, dunque, "in accordo con la tematica trattata". E non a caso nelle poesie intimistiche ti sei servito invece di un linguaggio semplice e chiaro, quello che De Nicola chiama "una versificazione di immediata e facile" comunicatività. Nel poemetto tuttavia si direbbe che tu abbia compiuto un’altra forma di sperimentazione, citando versi di Dante e di Eliot per meglio esprimere la tua profonda indignazione. Ce ne vuoi parlare? E quali pensi potranno essere gli sviluppi futuri della tua poesia dal punto di vista del linguaggio?

In Otto tempi per un presagio l’avvio di un raffronto-confronto con la poesia di Dante m’è stato suggerito dall’architettura prevista per il poemetto: una sorta di viaggio simbolico nelle pieghe del mondo contemporaneo – nel suo essere inferno, purgatorio e paradiso – con la guida preziosa dell’Eliot dei Quattro quartetti. Il tutto con una sorta di tremore per il possibile tonfo nel nulla che mi ha tenuto in tensione per anni, dato che le stesure del testo sono state diverse, e che, nell’ultima, più ardua è stata quella di tagliare dai circa 3000 versi iniziali i circa 800 rimasti: sfoltire quindi, precisare, verificare la validità di tutti i riferimenti simbolici in rapporto al senso del poemetto nel suo complesso. Forse sono riuscito a dare un corpo sintetico al mio pensiero, forse non ho detto tutto ciò che avrei voluto dire…. Ma questo spetta ai critici stabilirlo. La risposta che non posso fornire oggi è quella relativa agli sviluppi futuri della mia poesia dal punto di vista del linguaggio che è tuttora un work in progress, specialmente nelle ultimissime liriche, tuttora inedite.

 

Alcune tue sillogi sono state tradotte con notevole successo in Macedonia (Oltre la memoria), in Romania (ancora Oltre la memoria, L’arcano universo e Otto tempi per un presagio) ed in Francia (Un amore, L’attesa del tempo, Il battello fantasma ed ora forse anche Otto tempi per un presagio). Inoltre, proprio in Francia, alcuni giornali e riviste si sono interessati alla tua poesia (vedi «Liberation», «Jalon», «Estracelle», «Autre sud», ecc.).  E non è tutto, perché parecchie tue poesie, tradotte in inglese, hanno navigato molto, giungendo sino in India. Contemporaneamente tu hai aperto la strada a diversi poeti italiani, specialmente liguri, ma anche di altre regioni, che sono stati tradotti all’estero, favorendone così la conoscenza al di là delle Alpi (basti ricordare oltre alle antologie di singoli autori, l’antologia bilingue, Poesia ligure contemporanea, con 50 poeti liguri tradotti in lingua romena del 1994, Les Cahier de poésies rencontres su Eugenio Montale et la poésies ligurienne du XXème siècle del 1999 e ancora le più recenti antologie italo-rumene curate da te e dal Prof. Stefan Damian). Ci vuoi parlare di questa tua attività compiuta fuori dall’Italia sia in prima persona che come "esportatore" di poeti italiani?

La fortuna di pubblicare all’estero non capita tutti i giorni e dipende da fattori diversi. Normalmente si verifica se tu ti muovi anche fisicamente, vai all’estero e ti fai conoscere. A volte basta un incontro, un sorriso, una stretta di mano più intensa, una battuta per farti interloquire con qualcuno che poi scopri esserti amico. Amico a tal punto da tradurre qualche tuo scritto, a tua insaputa, prendendolo da un libro che tu gli hai offerto in cortese omaggio. Se poi restituisci il favore, traducendo a tua volta qualche suo testo, si stabilisce un tacito rapporto di collaborazione che può sfociare nella pubblicazione di un libro. Ovviamente in ciò mi ha favorito la mia attività di traduttore dal francese, dall’inglese, dallo spagnolo, ecc.; lavoro di traduzione fatto per editori diversi e per libri che esulavano dalla poesia. Intendo libri di storia, o d’altro genere, che tuttavia mi hanno consentito quella pratica delle lingue dalle quali ho poi tradotto volumi di poesia. Per quanto poi attiene alla promozione all’estero delle opere di altri autori, liguri o d’altre regioni d’Italia, essa è da attribuirsi unicamente al fatto che apprezzo il lavoro altrui se è onesto e ben fatto, e quindi anche la poesia dei miei contemporanei, se è buona poesia. Ed è un piacere non comune, facendola conoscere all’estero, vedere degli amici contenti.

 

All’estero la poesia è molto più letta di quanto non lo sia in Italia. Secondo la tua esperienza sono molti i poeti italiani contemporanei che hanno incontrato il favore del pubblico straniero? A quali nazioni in particolare ti riferisci?

Per restare alla Francia, in una bibliografia delle traduzioni delle poesie italiane del XX secolo curata da Danièle Valin nel 2001, sono circa cento le opere degli autori contemporanei indicate in repertorio. Forse lo stesso numero di testi italiani contemporanei è riscontrabile in una bibliografia romena. Più limitato il numero delle opere tradotte e pubblicate in Inghilterra, ecc. In alcuni casi gioca molto il nome dell’editore italiano come referente per le scelte. Un buon libro di poesia italiana pubblicato da un piccolo editore può non trovare spazio mentre lo trova, magari, un libro modesto ma pubblicato da un grande editore. In tal caso è la pubblicità che veicola la poesia…

 

Ritorniamo alla tua poesia e all’aspetto etichettato come "civile". La tua denuncia dei mali della società e di coloro che ne sono responsabili è energica, spesso aspra e a volte addirittura polemica (oltre Canti per un’isola e Enigmi animi, si veda ne L’arcano universo: "i folli imperatori del momento", "gli ingannatori eterni dei credenti", "gli onorevoli ladri"; e più che mai si vedano alcuni versi degli Otto tempi per un presagio). Mi è tuttavia sembrato che nei tuoi versi affiori spesso, e talora in modo piuttosto evidente, un costante senso di fiducia nell’uomo e di speranza nel domani: sto pensando alla chiusa della Ballata per l’isola nuova in Canti per un’isola; ad alcuni frammenti di Forse qualcosa ed ancora ad alcuni versi del poemetto. Vorrei chiederti se la tua poesia "civile" nasce in te più frequentemente da un senso di rabbia e quindi di protesta contro l’egoismo dell’uomo, che genera spesso delle vittime innocenti, oppure da un senso di utopistica speranza di poter riuscire a migliorare la società?

Sicuramente alla base v’è, innanzitutto, un impeto di rivolta contro persone, istituzioni, condizioni ambientali, ecc. che sono alla base delle prevaricazioni, delle ingiustizie, delle situazioni dolorose che offendono la dignità personale e della società civile nel suo complesso. La denuncia è il modo più efficace per far conoscere al prossimo ciò che ci accade intorno e che noi vediamo, cioè la nostra testimonianza.  Nella denuncia è implicita la speranza che essa possa far mutare la situazione, indurre i responsabili delle violenze a un ravvedimento, contribuire alla condanna di chi persevera nella sua volontà di ledere il prossimo. Che poi ciò resti una semplice utopia non è sempre vero. Qualche volta le parole dei poeti hanno originato vere e proprie rivoluzioni…. Non credo sia il caso di fare degli esempi, ben noti a tutti.

 

A partire da Oltre la memoria (in particolare dalla seconda sezione intitolata Il paese del silenzio), risulta evidente il tuo proiettarti nel paesaggio esterno, di cui da pittore quale sei, dimostri di saper cogliere tutto l’affascinante cromatismo, offrendoci delle "suggestive illustrazioni pittoriche", come le chiama Vittorio Vettori. Non va infatti dimenticato che le sillogi Canti per un’isola e Oltre la memoria, nonché il tuo recente libro Sardegna madre di pietra, sono stati illustrati con tuoi disegni. In generale però non si tratta mai di una descrizione pura e semplice, o fine a se stessa, perché il paesaggio per te diviene sovente il "correlato oggettivo" della tua interiorità, che nel mondo esterno si proietta e si riflette. A tale proposito Angelo Marchese aveva scritto, parlando della silloge Oltre la memoria, che nella poesia Meriggio, ad esempio, vi è una "perfetta fusione fra paesaggio e stato d’animo"; ma si potrebbero parimenti citare Tramonto e Temporale notturno. Qualcosa di simile avviene poi anche in poesie di sillogi più recenti (vedi Fremiti azzurri, Giochi d’acqua, Bianche le case di Malta e Certosa di Pavia in Riti e miti). Quanto il tuo essere pittore ha influenzato il tuo modo di far poesia e quale legame trovi tra queste due forme di arte nella tua attività complessiva?

Ho già accennato, rispondendo alla prima domanda, al fatto che, grazie alla pratica della pittura, assumono "colore" anche le parole. Ciò è dovuto al fatto che il pittore, oltre alla visione d’insieme di un paesaggio, oltre al contorno, coglie in profondità i particolari (le linee, le ombre, i primi piani, le sfumature, i contrasti, ecc.) che caratterizzano l’insieme di una "situazione". E dico "situazione" volutamente perché tale termine ben traduce anche il paesaggio interiore, quello che crea la propria fantasia, a prescindere dal riferimento ad un "reale". Ma nel ritrarre tale "situazione" il poeta si serve dell’occhio, dell’esperienza e delle tecniche che utilizza per la pittura, fondendo parola e colore, parola e contrasto, parola e luminosità, parola e piani d’osservazione, ecc.

 

Ne L’arcano universo, con una frequenza maggiore rispetto agli altri libri, compaiono sia termini visivi che auditivi. Non è certo un fatto sorprende per un poeta. Piuttosto inusuale però mi è sembrato il fatto che ciò si verifichi - e più d’una volta - in una stessa poesia (si vedano in particolare poesie quali Le ore perdute e Canzone all’Isola).

Questa simultanea presenza di vocaboli visivi ed auditivi all’interno di una stessa poesia è dovuta ad una tua consapevole abilità tecnica, che ti consente in tal modo di creare nuove immagini e di utilizzare efficaci figure retoriche ("suono oscuro"; "silenzio cieco"; "buio canto"; ecc.) o è invece dettata da una tua spontanea e quindi più sincera esigenza espressiva? Non mi propongo mai il problema dell’utilizzo di efficaci figure retoriche, quando scrivo, ma d’essere il più spontaneo possibile nell’esprimermi. Che poi l’esperienza cinquantennale dell’uso della parola, unita al lontano studio teorico della retorica e alle conoscenze sinestetiche, grazie alla pratica pittorica suddetta, sia all’origine di immagini nuove non lo posso dire io. Ma mi fa piacere se altri lo scoprono e lo sottolineano. Io cerco soltanto di esprimermi – lo ribadisco – nella maniera più naturale possibile.

 

Il titolo di un tuo recente libro è Il battello fantasma. Tale titolo vuole costituire un riferimento al Bateau ivre di Arthur Rimbaud? E comunque in che cosa se ne differenzia?

Il titolo non è casuale e, in qualche modo, è un omaggio a quel grande poeta che è Rimbaud. La differenza fra il suo Bateau ivre e il mio poemetto che dà il titolo al volume, è nella prospettiva finale. Anche se con la carena da riparare, a causa di un’accidentata navigazione, io cerco di navigare ancora, Rimbaud non crede nella speranza.

 

Hai piuttosto recentemente pubblicato un libro nel dialetto di Calasetta; libro che è andato maturando nel corso degli anni. Come giudichi questa tua esperienza?

Io non ho mai dismesso il dialetto tabarchino – derivato dall’antico genovese – la prima lingua che mi ha insegnato mia madre, forse la più importante lingua della mia infanzia perché mia madre parlava l’italiano da persona incolta. L’italiano imparato a scuola non m’ha vietato, né mai distolto dal continuare a parlare tabarchino con i miei fratelli, con mia moglie, anch’essa calasettana di nascita e di origine, ed anche con i miei figli, pur se nati entrambi a Genova. E poiché ogni tanto l’eco del passato ritorna con le voci di allora, ho composto via via nel tempo le poesie che oggi sono raccolte in Vuxe de Câdesédda. Il titolo, nell’indeterminatezza della parola Vuxe (singolare-plurale) comprende la mia voce, ma anche tutte le voci, reali e simboliche, del mio paese.

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