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Circolo di poesia


LETTERA in VERSI

Bruno Rombi

editoriale

Profilo bio-bibliografico

Antologia poetica

Intervista

Antologia critica

ANTOLOGIA CRITICA

[A proposito di Canti per un’isola] bisogna ancora notare che il poeta facendosi interprete del comune sentimento dei sardi emigrati, che si riassume nell’anelito per il ritorno alla loro terra d’origine, non manca di dare una bellissima voce lirica ad ogni singolo motivo umano. (Nicola Ghiglione, «Il Secolo XIX», 29 dic. 1965)

Sul filo di un discorso, asciutto e amaro, senza cedimenti di sorta, Bruno Rombi [in Canti per un’isola] traccia la realtà sociale della gente sarda, dai "cuori, a lungo intristiti" che "riversano sangue" da millenni, e che, lontana dalla sua isola, nella solitudine dell’esilio risente "la calda malinconia" di quello che ha lasciato ogni volta che il mare si offre al suo sguardo. (Sabino d’Acunto, «Echi d’Italia», Anno XVI, n. 4, 1971)

Il canto che si dispiega facile e snodabile nella sua musica interna, la cadenza del ritmo che si pone disponibile ed aperto sulle suggestioni dei sensi, i contenuti che passano dallo spazio autobiografico a fogli di diario sparsi lungo il crinale delle occasioni danno alle ultime poesie di Rombi [quelle di Oltre la memoria] un senso più limpido, una esigenza di ascolto meno prigioniera di ermetismi ormai superati o peggio ridotti ad arnesi di una nostalgia di stampo clinico. (Tullio Cicciarelli, «Il lavoro» , 31 gen. 1976)

Oltre la memoria di Bruno Rombi, illustrato con disegni dell’autore, si svolge sul ritmo di una continua alternanza: l’angoscia per la vita e il mondo come sono (i due aspetti, esistenziale e storico, del dramma umano) e una vivida speranza, una giovanile attesa di giorni diversi. Questo volume si presenta come un essenziale autobiografia del poeta, il quale avverte l’estraniamento dalla propria origine naturale, la condizione di esule e di naufrago nel fluire spietato del tempo, tra misteri che non riesce a svelare, coinvolto in una lotta impari contro i prodigi disumanizzanti della scienza e della tecnologia tendenti a cancellare l’imprevedibile, l’incertezza e l’errore, quanto cioè fa il rischio e il senso dell’esistenza. (Ugo Reale, «Avanti», 4 apr. 1976)

Poesia lirico-impegnata […] questa di Rombi e poesia che in un immaginario processo di sistole diastole batte all’unisono con la nostra pena e la nostra nostalgia: un lucido delirio, folto di interrogazioni che resteranno senza risposta, ma non per questo avranno meno il potere di turbare la nostra sensibilità, essere lo sguardo testimone di un contemporaneo che non bara coi sentimenti. (Massimo Grillandi, «L’osservatore Politico-letterario», dic. 1976)

La più recente silloge [di Rombi, Oltre la memoria,] attesta peraltro, col persuasivo linguaggio di una resa stilistica felicemente fusa e coerente, la fondamentale attitudine dell’autore alla sintesi espressiva e alla convergenza ideale. Da qui nasce l’unità sostanziale del libro, unità rinvenibile non soltanto nella continuativa presenza di quello che A. Marchese chiama in sede di presentazione "il motivo assiale della speranza", ma anche (e, a nostro avviso, di più) nell’interna dinamica per cui le pagine appaiono come lievitate da un vigoroso crescendo, culminante con l’alta religiosità insieme domestica e cosmica della sezione finale…. (Vittorio Vettori, «Notiziario ASCA», 9 giu. 1976)

Bruno Rombi, oltre a un appropriato linguaggio […], ha i suoi contenuti ben precisi, cioè la sua voce, una personalità legata al ritmo con il quale vive e ascolta la vita. Rombi trova il suo arcano ficcando intrepido le pupille nella realtà. […] Come nell’altro volume di liriche dal titolo Forse qualcosa, Rombi ricerca con ansia, quasi affannosamente, ma poiché si nutre di poesia, la sua ricerca ha la costanza di chi vuole dire ascoltandosi senza orgoglio ma anche senza complessi ipocriti d’inferiorità. (Davide Lajolo, «Gazzetta del popolo», 22 giu. 1980)

Rombi [in Forse qualcosa] ha un verso ampio, spesso in lui la poesia assume il tono di un racconto, disteso e tuttavia rappreso in concetti intensi e tesi, che danno l’idea di una ricerca nel profondo della propria interiorità. Rombi pone e avanza delle domande, suggerisce dei raffronti, fa combaciare reale e irrazionale, preordina le motivazioni di una speranza pescandole nella vita quotidiana. Nella sua poesia è un susseguirsi di ipotesi, tuttavia confortate da immagini che scaturiscono da una lunga e felice osservazione della vita, tornando spesso al quotidiano attraverso le scansioni del ricordo, della nostalgia. E tuttavia ciò che fa della poesia di Rombi voce contemporanea è la speranza e l’utopia di un futuro meno tragico del presente, con intenzioni quanto mai felici nel misurare la propria fede sul dolore e sulla disarticolazione dell’esistenza contrapponendo la forza interiore alla violenza contemporanea. (Giancarlo Pandini, «Gazzetta di Parma», 28 ago. 1980)

La poesia di Bruno Rombi ha le vistose caratteristiche di una sapiente e meditata ripresa di forme dell’avanguardia del primo novecento, sul versante della simultaneità di derivazione futurista: cioè, è costruita sopra un’accelerazione estrema della scrittura, che tende a saltare nessi, collegamenti, grammaticalizzazioni, indugi esplicativi, riordinamenti sintattici, per cercare di giungere istantaneamente alla sintesi di parola e concetto, di parola e sensazione, di parole e oggetto e descrizione. (Giorgio Bárberi Squarotti, Prefazione a Enigmi animi, 1980)

Le poesie di Enigmi animi appaiono tra loro diverse oltre che per orientamento tematico, anche per differenti strutture e toni; si va così dal breve componimento epigrammatico o lirico ai versi più distesi e diffusamente rivolti a problematiche collettive e questa pluralità di motivi ispiratori testimonia appunto l’ampiezza degli orizzonti poetici di Rombi e l’irrequietezza del suo temperamento artistico, teso sempre ad un divenire, ad una ricerca che è segno di una condizione umana generosamente e nobilmente civile. (Francesco De Nicola, «Gazzetta di Parma», 6 giu. 1980)

[In Enigmi animi] la poesia di Bruno Rombi si colloca sul versante dell’avanguardia e dello sperimentalismo linguistico, ma, a differenza di tanti funambolismi tesi a creare novità soltanto sul piano dei significanti, quella di Rombi presenta un retroterra di istanze, di problemi esistenziali che meritano la più attenta considerazione. […] Va da sé che il discorso poetico deve adeguarsi mimeticamente a questi preesistenti contenuti interiori in un diretto e immediato rapporto tra materia e forma. […] Le agglutinazioni delle immagini, le catene di parole, le deformazioni verbali, le innovazioni ardite, la concitata sequenza dei segmenti del discorso non sono altro che l’espressione mimetica di questo nostro vivere convulso, strano, deformato e deformante. […] Poesia completa, dunque, quella di Bruno Rombi nella sua denuncia e nella sua proposta e che si avvale di un linguaggio sempre adeguato alla situazione che la ispira. (Silvano Demarchi, «Il Cristallo», n. 1, 1982)

Non sarà difficile trovare di volta in volta le chiavi giuste per un’interpretazione controllata, scevra da suggestioni retoriche e questo perché nel libro direi abbia avuto il sopravvento la coscienza sull’emozione, la verità umile sulle facili amplificazioni sentimentali. Si arriva così al dato capitale per ogni libro vero, la sua necessità. Non mi sembra ci sia stata al fondo una volontà di eccesso o di abuso, tanto meno il passaggio alla pura evocazione. (Carlo Bo, Lettera introduttiva a L’attesa del tempo, 1983)

Il libro [L’attesa del tempo] non è sterile evocazione, ma meditazione al limite del filosofico, ricerca nel proprio animo dei perché più lontani, a volte tristi e dolorosi quando sanno di pentimento, di atti mancanti o ritardati. […] In Rombi i nuclei verbali si caricano sempre di significati plurimi più impliciti che espliciti ma che tuttavia concorrono esemplarmente alla totalità del significato manifesto e di quello latente. (Salvatore Arcidiacono, «Gazzetta del Sud», 3 lug. 1983)

Rombi - già meritatamente affermato per varie opere di poesia, narrativa e saggistica - conferma qui [in L’attesa del tempo] le sue doti di acuto indagatore dell’animo umano. Questa volta, a prescindere da qualche rara eccezione (notevole, in proposito, la bella lirica introduttiva), non lo fa con versi ma con pagine che si potrebbero definire piccoli poemetti in prosa, leggibili anche isolatamente se non li unisse un’unica commozione che perviene ad apparirci singolarmente sincera proprio quando sa essere più trattenuta e al tempo stesso (e non paia la nostra una contraddizione) più dichiaratamente scoperta, quando l’autore, cioè, allenta un pochino il suo sorvegliatissimo rigore formale per esprimere quasi sommessamente (ma appunto perciò con un vigore che viene dal profondo) la fiducia che qualcosa di noi e delle persone che amammo e che amiamo possa durare oltre il tempo. (Dario G. Martini, «Corriere mercantile», 23 apr. 1983)

Il mondo artistico di Rombi è prevalentemente orientato alla creazione fantastica (come conferma anche la sua attività pittorica), all’essenzialità del verso, alla pregnanza della parola; e ancora, all’individuazione del simbolo, alla creazione dell’immagine, alla rappresentazione del momento dell’anima. E tutti questi obiettivi sono conseguiti, col nitore e l’essenzialità di chi ha raggiunto la piena maturità artistica, dalle pagine di L’attesa del tempo, quelle pagine nate dalla dolente esperienza della morte della madre e tuttavia dilatate su più ampi e decisivi temi esistenziali. (Francesco De Nicola, «Gazzetta di Parma», 5 mag. 1983)

L’attesa del tempo […] è un libro genuino, scritto nell’impeto di un dolore cocente e vissuto sillaba dopo sillaba, quasi che fosse possibile ridare corpo viso occhi mani alla Madre. La scrittura è limpida, sorretta da scatti lirici e da impennate e nutrita di umori che sarebbero piaciuti sicuramente a Pascal. (Dante Maffia, «Il Policordo», N.S. Anno V, n. 2-3, mag.-dic. 1986)

Per Rombi la poesia è cammino; non si ancora perciò a schemi fissi, né ad un unico stilema. Affronta la lirica breve, quasi un’impressione astratta; l’idillio paesaggistico d’impronta parnassiana; la canzone lunga, il poemetto dispiegato su un’unica tematica memoriale-affettiva… (Neria de Giovanni, in Il viaggio del muflone, Cagliari, Gia Editrice, 1987)

.[…] macinando «grani e grani di vita», l’uomo segna la sua storia e lascia la sua traccia, quella storia e quella traccia che la poesia di Rombi ripercorre con la ricchezza dei suoi sentimenti e con la invenzione delle sue parole, e che in questo libro raggiunge un esito di equilibrata maturità , certo promesso dalle raccolte precedenti ma tuttavia ora approdo ben solido di una voce poetica singolare, forte e, quel che più conta, impegnata con coerenza in una ricerca del tutto personale e inconfondibile. (Francesco De Nicola, Prefazione a Riti e miti, 1991)

La sacralità e il rito della terra sarda e del sentimento purificato che ritroviamo nella prima parte di questa plaquette (I riti) anche a livello lessicale […] ben si fonde, con I miti evocati nella seconda, come approdo della mente dopo lo smarrimento del cuore: e quei miti apparentemente lontani (come Eros o Thanatos, Crono od Orfeo) dalla privatezza del sentimento della prima parte, in realtà finiscono per esserne gli archetipi. […] Canto fermo, limpido e composto, di alto segno poetico, davvero notevole in tutta la produzione di Rombi, certo tra le sue cose migliori. (Angelo Mundula, «Libertà», 24 gen. 1992)

Riti e miti forms part, perhaps unconsciously, of a wide cycle, the identity of wich can be already detected in his hearlier works going back to the fifties. This type of poetry warrants a close scruting and is itself a guarantee that poetry will go on being enjoyed for what it is - profound sentiment transformed into peasant sound, like music - and studied for what is actually proposes: an alternative way of life in spite of the ultimate truth it affirms: the uniquueness and unchangeability of being. (Oliver Friggieri, «The Sunday Times», 12 jan 1992)

In questo libriccino di versi, alimento della memoria per la sua donna, Bruno Rombi non si giova della classica contrapposizione di "amore e morte" cara alla poesia cortese o della mistica figurazione di "luce e tenebra" o del semplice richiamo alla tristezza presente nel confronto di un passato felice per meglio significare la cognizione dolorosa di un fatto assurdo; il dolore del poeta per la moglie morta esprime invece il miracolo della vita che consente ancora, proprio nella poesia, una comunità d’esistenza e, giorno dopo giorno, la continuità di un dialogo ininterrotto. (Marco A. Aimo, Introibo a Un amore, 1992)

La poesia di Rombi è sempre sostenuta da un empito drammatico che non lo pacifica, perché il dolore […] è sempre con il poeta, lo accompagna, lo trasforma. Riti e miti e Un amore infatti sono nati proprio da una parentesi tragica nella vita del poeta, la perdita della moglie, sicché le liriche di un libro rimandano alle liriche dell’altro e danno vita ad un vero e proprio canzoniere d’amore detto con una profondità e con un pudore rari, con una delicatezza che lascia il segno, che ti dà uno struggimento che solo la poesia sa dare. Così memorie, sogni, disperazione, solitudine, ecc. si dispongono drammaticamente-armoniosamente e tracciano la storia di un rapporto esemplare che la morte non ha troncato. (Rodolfo Di Biasio, «America oggi», 14, mar. 1993)

Si tratta di una raccolta [Un amore] di 20 brevi composizioni, senza titolo (a rafforzare il sequienziale «continuum») e un poemetto finale In limine, appunto ispirate alla moglie, improvvisamente e immaturamente scomparsa qualche anno fa. […] non una raccolta esclusivamente memoriale, caratterizzata dallo sfogo del dolore, ma un’analisi intensa e bruciante di una situazione esistenziale che ha cambiato sì, aspetti e contorni d’ordine tangibilmente umano e naturale, ma non certo la sostanza profonda e inalienabile del rapporto d’amore […]. Il poeta ripercorre insomma (e riesce a farlo con accenti «universali» e non con un troppo soggettivo, e quindi letterariamente riduttivo, coinvolgimento intimistico come accade di norma in casi simili), attraverso le composizioni della raccolta, tutto un intenso quanto semplice - nei suoi valori primari - arco di vita in comune. (Giancarlo Borri, «Il Ragguaglio librario», Anno LX, n. 2, feb. 1993)

Bruno Rombi è un poeta che non ha paura di essere poeta. Non ha paura, intendo, di farsi coinvolgere da quella materia prima - e gorgo minaccioso nel contempo - della poesia che è la passionalità, l’esistenzialità come tragedia e mistero. In quest’ultima raccolta soprattutto […] il poeta non intende, deliberatamente, porsi limiti formali, per non rischiare irrigidimenti intellettualistici a fronte di un materiale emotivo che vuole proporsi nella sua incandescenza, al cospetto di quegli autentici campioni della sensibilità esistenziale che sono, nelle varie epoche e tonalità, Calderon, Leopardi e Garcia Lorca. (Elio Gioanola, Prefaziona a L’arcano universo, 1995)

Per lui scrivere poesie, nell’assedio in cui viviamo, vuol dire volontà di resistere e sopravvivere, vuol dire speranza nella redenzione dell’uomo-belva, dell’uomo-ignoranza. Questo traspare dai suoi versi, in cui le parole hanno un’esperta collocazione che le rende sonore e che fanno sì che percuotano come un batuque. (Salvatore Arcidiacono, «L’isola», 11 ott. 1996)

L’arcano universo non è soltanto l’ultimo libro [1995], in ordine di tempo, di Rombi (che è insigne saggista e traduttore) ma ne rappresenta anche l’opera più matura, che riassume, con maggiore incisività e sinteticità, le precedenti opere poetiche. (Emanuele Schembari, «Pomezia Notizie», n. 11, nov. 1996)

[Otto tempi per un presagio costituisce] un viaggio iniziatico che, come tale, si impenna in grandi miti, ora proposti frontalmente, ora evocati di scorcio; oppure si spiega in accensioni profetico-religiose polivalenti e disperate. (Franco Croce, La sfida di Bruno Rombi, Introduzione a Otto tempi per un presagio, 1998)

Soltanto una parte del libro [Otto tempi per un presagio] si impernia specificatamente sui soprusi, la violenza perpetrati, purtroppo anche nei confronti dei bambini, mentre la prime e le ultime pagine s’aprono alla storia d’ogni tempo che, nel suo perenne fluire, si configura nella costante lotta tra bene e male, tra angeli e demoni. E’ la sofferenza delle vittime, che si identifica con quella di Cristo, a riscattare le nefandezze del mondo. La loro immagine di morte, o di dolore, è monito, e speranza, per un domani senza orrori. (Margherita Faustini, «La Squilla», Anno LXXV, n. 6, nov.-dic. 1999)

[…] L’analisi dei predicati auditivi evidenzia dunque [nella silloge L’Arcano Universo] una pressoché totale assenza di mezzi toni; manca in altri termini, quasi completamente, il parlare sommesso e sottovoce. (Pochissime sono infatti le eccezioni). La stessa situazione di antiteticità si ripropone per i predicati visivi: vediamo qui infatti molto di sovente alternarsi "luci" violente ("riflessi che guizzano", "bagliori" "repentini" o "improvvisi", "luci" spesso "intense") a marcate zone d’"ombra": "ombre" fisiche e reali, create dalla luce, ed "ombre" immaginarie, create dalla fantasia, continuamente ci avvolgono nel loro manto. […] Possiamo pertanto concludere che l’uso così frequente, sia nell’area visiva che auditiva, di predicati antitetici fra loro riproduce in campo semantico la stessa situazione di contrapposizione […] fra le caratteristiche del «mondo esterno» e quelle del «mondo interno» del nostro poeta, proprie della sua intima personalità. (Liliana Porro Andriuoli, in Poesia intimistica e civile in Bruno Rombi, Savona, Editrice Liguria, 1999)

[…] una dinamica di interrogazione e di ricerca delle insondabili motivazioni dell’esistere si impone fin dall’inizio della raccolta [Il battello fantasma], indirizzandola immediatamente verso quella direzione d’irrequieta investigazione che la caratterizza. (Luigi Surdich, In viaggio con Bruno Rombi, Prefazione a Il battello fantasma, 2001)

Il viaggio, si sa, come allegoria della vita, è stato in ogni luogo e tempo, un fecondo motivo ispiratore dei poeti; ed anche il Rombi se ne giova, dandoci testi che costituiscono una nuova prova della maturità espressiva da lui raggiunta. Ma il viaggio compiuto in questo libro [Il battello fantasma] non è soltanto un viaggio che si svolge nello spazio, bensì è anche un viaggio che avviene nel segreto dell'io, per scoprirvi territori prima ignorati; così come è un viaggio compiuto nelle stagioni e negli anni dell'umana esistenza; ed è anche un viaggio nella poesia, luogo privilegiato dello spirito, come osserva Luigi Surdich nella sua prefazione al libro. (Elio Andriuoli, «Nuovo Contrappunto», Anno X, n. 4, ott.-dic. 2001)

[Nella silloge A Costantino Nivola] Rombi legge la matrice comune, quella della Madre Mediterranea, ora dolorosa ora gaudiosa, che il poeta non si è mai stancato di inserire - e ogni volta riscoprire - non fuori ma dentro i suoi propri versi, come radice irrinunciabile della propria poesia e, stavo per dire, della sua vocazione poetica. E’ in quest’humus comune che è sorta e si è sviluppata la poesia di Rombi (e l’arte di Nivola). Tanto più poesia, se così potesse dirsi, e tanto più arte quanto più quella Madre Mediterranea ha saputo allargare le sue braccia fino a raccogliere nel suo grembo, grazie a questi suoi figli, tutti i popoli e tutte le genti. (Angelo Mundula, «L’unione sarda», 21 lug. 2001)

Il suo più recente libro di poesie, Il battello fantasma, presenta una ricca gamma di temi riconducibili al suo vissuto personale e che gli sono particolarmente cari, perché legati alla sua formazione personale. Dire che si tratta di un diario in versi può sembrare riduttivo. Rombi aspira a una profondità e a una ricerca di risposte esistenziali che vanno oltre le occasioni contingenti, anche se queste ultime offrono stimoli decisamente forti, senza i quali il discorso poetico rischia di diventare astratto. (Giovanni Mameli, «Il messaggero sardo», Anno XXXIII, n. 4, apr. 2002)

Come tutti i volumi dell’autore, anche questo [Il battello fantasma] presenta un consuntivo di vita, di una fase precipua dell’esistenza, quella presente, sospesa tra il fascino del passato e la preveggenza del futuro. Ma l’irreparabile tempus non porta angoscia, perché considerato con coraggio e con fermezza, nonché con un sotteso senso ludico… In accordo, come nelle precedenti raccolte, è il dettato dello scrittore, compenetrato nella cruda descrizione di un paesaggio spazio/temporale, potenzialmente antidillico nelle immagini e nel lessico, anche se rappresentazione della natura terrestre e marina. La metrica dal ritmo anapesto e dalla musicalità verdiana, contribuisce a creare le suggestioni di un’atmosfera da Paysage noir, secondo la definizione di Baudelaire, striato solo dalle rifrazioni del giallo girasole. (Liana De Luca, «Oggi e domani», Anno XXX, n. 1-2, gen.-feb. 2002)

Meno facile di quanto non possa apparire a un primo sguardo, la poesia di Rombi segna la differenza, rispetto ad altre esercitazioni di utilizzo letterario di questo idioma, e non solo per il sicuro controllo, da parte dell’autore, della sua vena ispirativa, ma anche per la riuscita fusione di questa indiscutibile componente letteraria con quello che vorremmo ancora chiamare - e ci si conceda il vezzo - lo «spirito» della lingua, che è anche, per singolare consonanza e segreta corrispondenza, lo spirito dei luoghi, lo spirito della gente. (Fiorenzo Toso, Presentazione a Vuxe de Câdesédda, 2002)

Il viaggio di Rombi, attraverso il tempo della sua esistenza, è sempre in bilico tra sogno e realtà. E, nel bilancio di ciò che ha fatto e avrebbe voluto fare, sogna la realizzazione dei desideri più intensi. Emergono i rimpianti, le cocenti delusioni, lo straziante dolore per la perdita delle persone più care, sentimenti strettamente intrecciati alla speranza di un domani più generoso. […] Bruno Rombi dunque, non s’arrende all’angoscia del mistero che ci sovrasta, né al dolore della malattia e della morte, né, tanto meno, alla sfibrante fatica del quotidiano. Nonostante l’età matura sa proiettarsi nel futuro, pacificato col proprio destino di uomo. (Margherita Faustini, «La Squilla», Anno LXXVIII, n. 1, gen.-feb. 2002)

Le poesie e le filastrocche per bambini di Bruno Rombi si inseriscono a buon diritto in [un] innovativo, intelligente filone e ne costituiscono, anzi, uno dei rami più ricchi. Rombi poeta e scrittore per adulti (la distinzione ha ancora senso?), ma anche pittore di ottimo livello, sa dipingere con le parole, sa ritrovare il senso della loro combinazione, sa arrivare alla radice dei rapporti fra oggetto e parola, sa istituire quei rapporti che sono l'elemento di fondo di ogni sana educazione alla poesia. Il bambino come il poeta ha bisogno di giocare con le parole e Rombi lo dichiara con arguzia e vivacità nella poesia di apertura. (Pino Boero, Prefazione a Giocare con le parole, 2002)

Il libro [Giocare con le parole], che si presenta agile e di gradevole aspetto tipografico, ottimamente si adegua all'esigenza, propria dei giovanissimi, di esprimersi liberamente, abbandonandosi all'estro del momento e con ciò contribuisce a stimolarne la creatività. La maggior parte di queste poesie, lo si avverte, è nata di getto; ed ha spesso un andamento un po' surreale […]. Sovente però le filastrocche del Rombi rivelano, al di là dell'assurdo, una loro nascosta moralità, che diviene ammaestramento per i piccoli lettori cui sono dirette. (Elio Andriuoli, «Salpare», Anno XV, n. 51, gen.-feb. 2003)

Argomento centrale di queste poesie è il mai sopito amore del Rombi per la sua terra di origine, dalla quale si è dovuto allontanare per stabilirsi a Genova, ma che ha sempre portata nel cuore. Ed ecco allora che la sua parola assume tonalità particolarmente calde ed intense nel cantarla; tonalità che emergono con singolare efficacia dallo strumento linguistico da lui usato, l'antico pegliese, ammodernato tuttavia dalle voci e dai costrutti che si sono andati modificando ed arricchendo nei secoli. Ne sortisce uno strumento espressivo molto duttile, che consente al nostro poeta di toccare, sull'onda del ricordo, la nota alta, come avviene ad esempio in Dichiarasiun […] o come avviene in T'ho drentu, mé pàize. (Elio Andriuoli, «Nuovo Contrappunto», Anno XII, n. 1, gen.-mar. 2003)

Bruno Rombi, auteur d’origine sarde qui vit désormais à Gênes, est aussi bon traducteur que poète, et Le Bateau fantôme que Monique Baccelli offre en traduction française (Maison de la Poésie Nord-Pas-de-Calais) permet de le vérifier. Poète de «l’amour amer», Bruno Rombi lance les filets de son poème «plus loin», jusqu’à ce «jour neuf» qui lui permet de revenir «dans l’alvéole de la vie», à l’image de la mer qui, doucement «accompagne les souvenirs / d’une longue et sereine vague» lui donnant «le sens de la vie», même si le poète, sans illusion, sait combien ce sens est «incongru» puisque, finalement, l’on n’est «que tombe où s’alimente / le contraire du rêve / ou l'ordre du laid». (Daniel Leuwers, «Autre Sud», n. 20, mar. 2003)

Cette poésie [Le Bateau fantôme] est indissociable de la biographie sensible de son auteur. Elle conjuge d'une façon naturelle et spontanée les données sensorielles -de grande importance- à la dimension éthique et à l'aspiration métaphysique. C'est pourquoi Bruno Rombi, contrairement à beaucoup de ses contemporains, ne jugule pas l'élan lyrique. Il le laisse se dévelloper tot en le cotrôlant de son "être multiple". (Jean-Max Tixier, «Poésie 1» (le magazine de la poésie) Paris, sept. 2003, n.35)

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