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CINEMA

Forza zombie, sei tutti noi

"Gli zombie camminano, non corrono". Gli zombie, cinematograficamente parlando, li ha inventati lui, dunque se George A. Romero dice che camminano significa che camminano, punto e basta, le altre, e se ne contano, sono stupide imitazioni. Camminavano quelli dell'Alba dei morti viventi, fantasmi di una guerra che era incubo della coscienza di una nazione, camminavano quelli di Zombie, figli di una rivoluzione sconfitta, e camminavano quelli del Giorno degli Zombie, esercito di colletti bianchi morti da tempo. E oggi sono pronti a camminare anche gli zombie di Land of the Dead ("La terra dei morti"), l'ultima fatica di un lucidissimo e quantomai coraggioso Romero.

Gli ultimi zombie che lemme lemme, quasi caracollando, distruggeranno uno degli ultimi bastioni umani: e questa volta rappresenteranno i poveri, i rivoluzionari, gli emarginati, gli oppressi, gli sfruttati e anche i terroristi. Camminano e iniziano a pensare, iniziano a reagire ai massacri compiuti dai vivi, iniziano a capire come funzionano le loro armi e usarle. Loro che vorrebbero solo la pace. Alla fine lo spettatore tiferà per gli zombie. Solo Romero poteva creare un effetto di questo tipo per esseri a dir poco ripugnanti che si nutrono, e nel film si vede, di carne umana. Land of the Dead è il primo film veramente "politically incorrect" realizzato dopo l'11 settembre 2001. Intendiamoci bene: è un horror, tanto splatter da fare rabbrividire Dylan Dog o da fare impallidire Edgar Allan Poe, ma è colmo e stracolmo di riferimenti politici e sociali, come sempre succede con i film di Romero. Una pellicola coraggiosa che entusiasmerà i fanatici di zombie, lupi mannari e vampiri, ma che divertirà e farà pensare anche gli altri. Ci sono frasi che non possono sfuggire. Come queste: "sogno un mondo senza barriere", "le barriere che abbiamo costruito per difenderci ci uccideranno", "noi non trattiamo con i terroristi", "voi che non avete il potere non potete capire qual è la nostra responsabilità", non possono andare perdute.

Il film, che in Italia arriverà a metà luglio e che vede protagonista anche Asia Argento, racconta di un mondo in cui i morti hanno preso il sopravvento e i pochi vivi sono costretti a trascorrere l'esistenza in una città fortificata da mura, Fiddler's Green , oppressi all'esterno dagli zombie e all'interno da una specie di despota (Dennis Hopper) che dal suo grattacielo, circondato da mercenari senza scrupoli, sfrutta gli abitanti della città. Hopper è semplicemente splendido per quanto è dissacrante. Non solo è il primo attore a mettersi le dita nel naso davanti a una cinepresa, ma è la caricatura perfetta del nuovo repubblicano misericordioso, come ama definirsi George W. Bush. Lo abbiamo incontrato, George A. Romero, a Los Angeles, occhialoni con montatura nera ed eterna sigaretta in bocca, nonostante i severissimi divieti.

Allora, mister Romero, questo è un film decisamente politico. Dobbiamo temere gli zombi o sperare di diventare zombie?

Nel mio mondo tutti diventiamo zombie, ma siamo sempre noi. Penso a loro come una forza esterna. Sono un gruppo rivoluzionario. Vedono le cose in modo diverso. Ho cercato di limitarmi, ma credo rappresentino gli afgani, gli iracheni. C'è quella scena del tank che entra in città e fa una strage. È ovvio. Chi può biasimare queste persone perché non gli andiamo a genio? E poi pensateci: se c'è gente così incazzata con noi occidentali una ragione ci sarà, no?

Probabilmente sì. Ma lei da che parte sta? E non crede che negli States ci sia una parte della popolazione che segue il leader a prescindere dalle sue idee o dalle sue azioni? Basta sia forte? Così come Dennis Hopper nel film?

È esattamente quello che succede da entrambi i lati della barricata nella pellicola. Sì, credo succeda anche nelle moderne democrazie. In particolare quelle che danno un forte valore alla fede e ai suoi rappresentanti. Poi io ho sempre simpatizzato per gli zombies, hanno un che di rivoluzionario. Rappresentano il popolo solitamente senza idee autonome che a un certo punto, stanco dei soprusi, si ribella. Eravamo noi nel '68. E ora siamo morti, no? I nostri ideali sono morti, io sono uno zombie.

Questo è il primo film in cui i morti imparano a prendere le armi e lottare a loro volta contro i vivi?

No, ma è la prima volta che gli zombie si evolvono così tanto, uno in particolare, dopo l'ennesima strage compiuta dai vivi, il leader. Un germoglio di intelligenza e questo basta perché gli altri lo seguano.

La rabbia come impulso al terrorismo e alla rivoluzione? Dunque basta seminare rabbia? È questo il monito?

Alla rivoluzione o al terrorismo, certo. Per fare rivoltare gli zombie li ho fatti arrabbiare, li ho massacrati, li ho isolati. Alla fine la reazione arriva sempre, è naturale. E noi questa reazione ce la siamo cercata e secondo me adesso è sempre più difficile tracciare la linea che divide un terrorista da un patriota.

Veniamo agli effetti speciali. Per le scene più cruente, come negli altri film, avete usato interiora di maiale?

Diciamo che per me la vita è una questione tutta viscerale. Però questa volta abbiamo usato anche tecniche digitali, oltre a maiale, ovviamente. A me interessa che la sequenza sembri reale, come ci si arriva è secondario.

E come mai ha scelto Asia Argento?

Sono un vecchio amico di Dario e conosco Asia da quando era bambina e non aveva ancora un tatuaggio. È una donna forte ed era perfetta per questo ruolo.

È l'inizio di una nuova trilogia?

Io lo vedo come un quarto film, ma se al pubblico piacerà si potrà parlare di una nuova trilogia.

Si sente "artisticamente intrappolato"?

No, amo il genere. E poi non sono un patito del lavoro. Pensavo di essere già in pensione. Cioè, non sono finito, ho ancora tante idee, ma non sento l'urgenza di essere chiamato dal mio agente con una nuova proposta. Davvero. Non ho mica una casa a Malibu da mantenere come molti miei colleghi. Vivo a Pittsburgh. Diciamo che sono un'allegoria, la stessa dei miei film, la vecchia società mangiata e distrutta da quella nuova.

Intervista di Andrea Carugati – L’UNITA’ – 25/06/2005

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